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BIOARCHITETTURA
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Numero 43 di giugno-luglio 2005
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Il governo della pioggia
La raccolta differenziata delle acque urbane
Guido Zanovello
Le acque urbane si dividono in due grandi flussi che entrano in
diversi modi nell’ambito urbano e ne escono variamente, ma
immancabilmente, contaminate:
• acque di pioggia che cadono, come e quando decide il Padreterno,
sulle superfici dei tetti e delle aree pavimentate, scorrono verso
fognature “bianche” o “miste”, e finiscono rapidamente in corsi
d’acqua non sempre preparati a ricevere flussi elevati e
concentrati in tempi brevi;
• acque usate, prelevate da acquedotti potabili, utilizzate per
diversi usi civili nobili (ad es. cucina, lavaggi) e meno nobili
(ad es. sciacquone del wc), e scaricate in fognatura per il
trasporto a depurazione il più possibile lontano.
Oltre il 50% dell’acqua potabile è sprecata per usi non potabili
(in particolare lo sciacquone del wc e le perdite di rete).
Inoltre metà dell’acqua che va a depurazione in realtà non ne
avrebbe bisogno, soprattutto in pianura (infiltrazioni di falda,
seconda pioggia, acque di raffreddamento).
Questo spreco confligge con i crescenti problemi di disponibilità
di acqua di buona qualità. Questi cominciano a interessare anche
il Veneto, che, da questo punto di vista, non è più l’isola felice
di un tempo. Oggi abbiamo in molte aree:
• problemi quantitativi di approvvigionamento di acque a standard
potabile (e la recente entrata in vigore D.Lgs. 31/2001 con i
nuovi limiti di accettabilità europei sta moltiplicando i costi di
potabilizzazione). I problemi emergenti di quantità sono ben
sintetizzati dal generale e progressivo abbassamento delle falde
pedemontane;
• problemi quantitativi allo scarico, soprattutto nella rete
idrografica minore, conseguenti al recente forte incremento delle
aree urbanizzate impermeabili e alla estremizzazione degli eventi
meteorici tipica degli ultimi anni;
• problemi qualitativi legati all’ormai ubiquitario inquinamento
ambientale di acque superficiali e falde sotterranee. I problemi
emergenti di qualità sono legati al sovrasfruttamento delle
risorse idriche, che non lascia spazio e tempo ai meccanismi di
rigenerazione naturale delle acque, e al microinquinamento
originato dalle molte sostanze artificiali immesse nell’ambiente;
• problemi di sostenibilità dei costi economici e ambientali per
la costruzione e la gestione dei sistemi di approvvigionamento e
disinquinamento centralizzati, che, secondo le direttive europee e
la legge italiana (e come previsto nei Piani d’Ambito dalle AATO),
dovranno essere interamente coperti dalle tariffe dell’acqua.
C’è da chiedersi dunque se sono ancora adeguati il modello di
acquedotto “a domanda” (che consiste nell’immettere in rete acqua
a volontà, con qualità troppo alta in rapporto agli usi
prevalenti) e di fognatura “a carico limitato” (in cui la capacità
di trasporto e depurazione è invece condizionata dalla
potenzialità rigida degli impianti). Serve una riflessione, che
peraltro in molti paesi è già stata tradotta in esempi
dimostrativi. Un modello innovativo e realistico potrebbe
combinare interventi e azioni a scala regionale con azioni diffuse
a scala urbana, di quartiere o domestica. Gli interventi a grande
scala sono in particolare la formazione di “banche dell’acqua” in
grandi invasi o nelle falde sotterranee, e l’adozione sistematica
del “water pricing” (che consiste nel far pagare agli utilizzatori
non solo i costi diretti, ma anche i costi e i danni ambientali
indiretti conseguenti ai prelievi di acqua). Le azioni diffuse a
scala urbana, di quartiere o domestica sono sintetizzabili in due
categorie la gestione della pioggia e la gestione delle acque
usate. Questo significa favorire la raccolta differenziata delle
acque piovane o usate, la rigenerazione e il riuso dell’acqua
raccolta, con conseguente riduzione di prelievi e di scarichi. Si
tratta di costruire un mercato dell’acqua non potabile a prezzo
competitivo.
Quello della raccolta differenziata dell’acqua è un approccio
simile a quello già sperimentato per i rifiuti solidi urbani, che
da rifiuti si sono trasformati in parte in risorse,
ridimensionando i problemi di collocamento definitivo dei residui.
La gestione della pioggia è concetto ormai maturo di cui
cominciano a vedersi esempi significativi.
Le acque di pioggia urbane
Inquadramento concettuale
I flussi delle acque di pioggia hanno due caratteristiche
singolari: variano moltissimo in quantità nel tempo e si
trasformano repentinamente in qualità in rapporto alle superfici
su cui cadono e scorrono. Dal punto di vista quantitativo le acque
di pioggia urbana possono essere classificate, in relazione alle
conseguenze sull’ambiente urbano:
• per intensità di pioggia; una pioggia di bassa intensità (<5
mm/h) provoca il raddoppio della portata di una fognatura mista;
una pioggia mediamente intensa (5-25 mm/h) invece decuplica la
portata in fognatura mista e, di norma, attiva gli sfiori verso i
corpi idrici; una pioggia intensa (25-100 mm/h) produce deflussi
improvvisi e violenti di 180-720 m3/h per ettaro;
• per portata e qualità di flusso prodotto; il primo flusso,
all’inizio dell’evento piovoso, provoca il dilavamento e il
trasporto dei solidi depositati in tempo secco sulle superfici e
sul fondo delle fognature e ha quindi una qualità a volte peggiore
di quella di una fognatura nera; la seconda pioggia produce invece
una diluizione proporzionale degli inquinanti che incontra; il
picco di piena produce volumi d’acqua elevati, ma con un basso
carico di inquinamento.
Se si suddivide idealmente un’area urbana tipica in frazioni a
diverso grado di permeabilità si osserva che, in occasione di una
pioggia intensa, il deflusso originato dai tetti corrisponde a più
del 40% del volume defluito, mentre quello proveniente dalle aree
verdi contribuisce in modo marginale. Se si prende in
considerazione la qualità dei deflussi da aree urbane si osserva
un sensibile peggioramento lungo il percorso.
Prima del contatto col suolo la pioggia dilava l’atmosfera e
ingloba ossidi di azoto, ossidi di zolfo, polveri, e quindi anche
calcio, virus e batteri; diventa acida, con valori di pH di norma
inferiori a 5, il che aumenta la sua capacità di dissoluzione. AI
contatto coi tetti e con le grondaie dilava ulteriormente metalli,
polveri e residui organici. Scorrendo sulle superfici urbane il
carico inquinante aumenta di un ordine di grandezza in termini di
solidi sedimentabili (SST), carico organico (COD), composti di
azoto (N), metalli. Percorrendo poi i condotti di fognatura, in
particolare se mista, aumenta di altre 10 volte il carico per
effetto della risospensione dei sedimenti di fondo.
La gestione della pioggia
Gestione della pioggia significa passare dalla difesa idraulica
passiva (scarico rapido) all’utilizzazione della pioggia come
risorsa (accumulo e utilizzo); ovvero significa applicare la
raccolta differenziata della pioggia urbana per la prevenzione dei
deflussi e per la copertura dei consumi per usi non potabili.
Nell’area vasta la gestione della pioggia contribuisce in generale
a ridurre il depauperamento delle risorse idriche pregiate (per la
riduzione dei prelievi), a migliorare la qualità dei corpi idrici
(per effetto della riduzione della massa degli scarichi), ma anche
a rendere più economico il servizio idrico complessivo,
comprendendovi i costi della sicurezza idraulica. Gestione
corretta della pioggia vuol dire dunque accumularla prima che
defluisca, e questo porta localmente due tipi di benefici effetti:
• effetti sulla sicurezza idraulica e sull’economia delle reti: la
laminazione in aree verdi può ridurre di un ordine di grandezza la
portata di piena; l’invaso dei tetti da solo riduce del 40% il
volume defluito e del 30-50% il consumo domestico di acqua non
potabile;
• effetti sulla qualità delle riserve idriche: gli invasi locali
permettono di mandare a infiltrazione le acque migliori, riducono
il recapito in fognatura di acque pulite e permettono perciò il
trattamento di quantità maggiori di acque piovane inquinate
(quelle provenienti da strade e parcheggi).
La raccolta dell’acqua di pioggia urbana
Appare evidente l’utilità di accumulare le acque piovane il più
possibile vicino alla sorgente (la pioggia), sia per ridurre i
deflussi in modo più incisivo (sicurezza idraulica), sia per avere
la qualità migliore ai fini dell’utilizzo.
Si distinguono allora tre categorie di dispositivi di accumulo, in
rapporto alla scala di intervento:
• serbatoi domestici (rainwater harvesting), normalmente
dimensionati per 6 - 7 m3 per 100 m2 di tetto; gli obiettivi sono
la prevenzione dei deflussi (tino al 40% in meno a scala urbana) e
l’utilizzo non potabile (con risparmi di acqua potabile del
30-50%); un esempio significativo è quello dei nuovi edifici della
Potsdamer Platz di Berlino in cui la raccolta dell’acqua piovana
su 50.000 m2 di tetti produce un risparmio di 20.000 m3/a di acqua
potabile;
• interventi diffusi (pavimentazioni porose su strade e parcheggi
per assorbire fino a 50 mm di pioggia; invasi di quartiere per
fognature bianche in aree verdi opportunamente depresse,
dimensionati per 200-500 m3/ha con altezze di allagamento
temporaneo di 0.5-1.0 m); l’obiettivo è ridurre la portata di
piena di 10-20 volte, ovvero fino ai valori tipici di un’area
agricola per eliminare le conseguenze negative
dell’impermeabilizzazione dei suoli urbani; esempi interessanti
sono in fase realizzativa a Legnago (42.500 m3 di invasi locali in
aree verdi su 200 ha di area industriale riducono da 20 m3/s a 5
m3/s il contributo di piena), a Noventa Vicentina (6.300 m3 di
invaso in verde pubblico su 30 ha di lottizzazione riducono la
portata di piena da 3.000 a 150 l/s), a Vicenza – ancoretta(4.000
m3 di invaso in aree a parco su 9 ha di nuova urbanizzazione
riducono da 1.100 a 50 1/s la portata massima);
• interventi puntuali (invasi in grandi vasche di pioggia),
normalmente dimensionati per 50-100 m3 per ettaro impermeabile;
l’obiettivo in questo caso è più ambientale che idraulico, dal
momento che queste vasche hanno lo scopo di intercettare un carico
inquinante consistente prima dello scarico finale.
Trattamenti dell’acqua di pioggia urbana
Dove non si può agire con la prevenzione dei deflussi occorre
prevedere trattamenti più o meno spinti delle acque di pioggia,
non solo per gli sfiori di fognature miste, ma anche per gli
scarichi di fognature separate di aree intensive. Se poi i flussi
di piena sono intercettati in vasche di pioggia è quasi sempre
necessario il trattamento biologico differito dei volumi invasati,
con un incremento del flusso agli impianti di depurazione per più
giorni (all’impianto di Fusina - Venezia è prevista la possibilità
di trattare fino a 2.5 volte la portata di tempo secco Qm per i
due giorni successivi alla pioggia; all’impianto di Colombes –
Parigi questo rapporto sale fino a 4.3 Qm). Si distinguono due
categorie di tecniche di trattamento delle acque di pioggia:
A) tecniche di miglioramento della qualità, destinate
essenzialmente alla riduzione dei solidi sospesi (SST):
• trattamenti meccanici (griglie fini, cicloni separatori
centrifughi, sedimentatori lamellari);
• trattamenti chimico fisici (Chemical Enhanced Primary Treatment
(CEFT), tipo Actiflo e Densadeg, basati sul dosaggio di cloruro
ferrico, polimeri, microsabbie, su coagulazione e flocculazione e
su sedimentazione accelerata);
B) tecniche di trattamento biologico, finalizzate alla riduzione
del carico organico (COD), batteriologico e soprattutto
dell’ammoniaca (NH4):
• trattamenti naturalistici in aree umide di fitodepurazione (wet-land)
a livello idrico variabile; con l’escursione normalmente ammessa
di +30 cm su aree ampie è possibile combinare l’accumulo di piogge
brevi e intense e il trattamento nei tempi lunghi tipici delle
wet-lands;
• trattamenti biologici in impianto, attraverso la rivisitazione
dei criteri di dimensionamento per adattare l’impianto a trattare
con efficienza e continuità portate fino a 4 Qm, garantendo
soprattutto la nitrificazione dell’ammoniaca (NH4).
La soluzione più efficiente è probabilmente la combinazione
ottimale delle due tecniche, affidando agli impianti biologici
centralizzati il trattamento delle acque di pioggia più frequenti,
e ai sistemi chimico-fisici il trattamento dei superi. E quindi:
estensione dei pretrattamenti fisico-meccanici (grigliatura,
dissabbiatura, desoleatura) almeno fino a 10 Qm alimentazione del
biologico con portate fino a 4 Qm; ottimizzazione dell’uso del
reattore biologico con settori nitro / denitro bivalenti e con
ridondanza dei volumi del 25-50%; incremento dell’altezza dei
sedimentatori a oltre 4 m e della portata di ricircolo fanghi fino
a 3 Qm applicazione di CEPT seguito da wetland per i rimanenti 6
Qm.
Considerazioni per un modello di gestione dell’acqua di pioggia
urbana
Viene spontaneo a questo punto proporre una diversa concezione
della gestione delle acque di pioggia urbane, volta alla
prevenzione a monte prima che al controllo a valle. La laminazione
in aree verdi depresse degli scarichi delle fognature bianche, o
degli sfiori di seconda pioggia opportunamente pretrattati delle
fognature miste, può essere la soluzione generalizzata nelle aree
urbanizzate: porta a una riduzione del 20-30% del volume di
deflusso e a un taglio di un ordine di grandezza delle portate di
piena. Gli incentivi tariffari alla riduzione delle superfici
impermeabili, soprattutto attraverso l’adozione di pavimentazioni
porose, possono contribuire in modo significativo (circa il 10%)
alla riduzione dei deflussi.
L’invaso della pioggia dei tetti è peraltro il più efficiente
(riduce i de-flussi del 40%) e soprattutto consente l’utilizzo
locale per usi non potabili; anche se la pioggia dei tetti non è
sufficiente per tutti gli usi non potabili (ne copre circa la
metà), può utilmente essere miscelata con acqua depurata da riuso,
diminuendone il contenuto salino e minerale.
Per quanto riguarda le grandi vasche di pioggia va osservato
invece che al costo elevato di costruzione e gestione e al forte
impatto sul territorio urbano non corrisponde una sensibile
riduzione dei deflussi di piena, almeno con il tradizionale
dimensionamento di prima pioggia (50-100 m3/ha). Sono più utili i
grandi invasi di seconda pioggia (150-200 m3/ha), che riducono in
modo consistente la portata di piena, e, oltre a intercettare il
volume di prima pioggia, assicurano una diluizione allo scarico
maggiore di 10:1 soprattutto relativamente al contributo
inquinante di strade e piazzali.
L’invaso in grandi vasche comporta però la necessità del
trattamento biologico differito di grandi volumi aggiuntivi, con i
relativi costi. Nasce allora l’opportunità di non sprecare gli
elevati costi di trattamento e di recuperare il valore economico
dell’acqua rigenerata mediante il riutilizzo sistematico per usi
non potabili.
Fra questi sono interessanti non solo gli usi industriali,
l’irrigazione del vérde, il lavaggio dei mezzi di trasporto, ma
anche i lavaggi sistematici delle strade principali. Quest’ultimo
tipo di riuso, che richiede grandi quantità di acqua, ha una
notevole rilevanza ambientale in quanto sottrae le polveri sottili
alla risospensione in atmosfera, mantiene pulite le strade (e
quindi riduce l’inquinamento delle acque “bianche”), produce un
sistematico lavaggio delle fognature (e quindi riduce la necessità
di costose vasche di prima pioggia).
Dunque anche per le acque urbane, come in tanti altri casi, la
soluzione più efficiente dei problemi è una combinazione di opere
di ingegneria e di azioni di gestione. E qui il ruolo corretto
dell’ingegneria non èsolo l’ottimizzazione tecnico-economica, ma
anche l’ inquadramento etico-ambientale delle scelte tecniche.
Tratto da “Ingegneri del Veneto”, Federazione Regionale degli
Ordini degli Ingegneri del Veneto, periodico n. 71 - luglio 2004





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