BIOARCHITETTURA
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Numero 43 di giugno-luglio 2005
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Intervista a Günther Domenig
Paolo Vincenzo Genovese
La sua formazione e le sue prime esperienze di progettista
avvengono in quel particolarissimo clima culturale che si
respirava negli anni Sessanta e Settanta. Può parlarci di quegli
anni? Cosa significava per lei progettare «macrostrutture» e cosa
si nascondeva dietro l’abbandono delle forme classiche e
canonizzate dell’arte?
Negli anni Sessanta, tutti noi eravamo affascinati dalle visioni
composte sulla carta, dai sogni di Iona Friedmann, che per primo
inventò l’idea di struttura nello spazio, dai metabolisti
giapponesi e da Moshe Safdie, la cui superstruttura fu l’unica a
essere costruita, anche se soltanto in parte, a Montreal. Anch’io
sognavo utopie. Fu così che nacquero Stadt Ragniz, Floraskin e
Medium Total. Quelli erano gli anni del “sognare sulla carta” e
del “costruire cercando pretesti”; questo era per noi più
interessante che imboccare una strada continua. Personalmente ero
interessato a concetti quali “il sogno nella realtà” o “la realtà
nel sogno”.
L’attuale edificio della Karl Franzens Universität di Graz,
chiamato Resowi Zentrum, è un’utopia realizzata?
L’edificio ha un compito ben preciso, un programma e un progetto
concreto, nonché una risposta chiara in materia di architettura e
di arte. Tutto questo è stato tradotto in realtà in modo coerente,
almeno dei limiti delle nostre possibilità.
Si può definire la sua opera giovanile come violentemente
introspettiva? Lei cerca qualcosa sepolto nella sua interiorità?
Certo. In ogni caso tutto era rivolto alla ricerca di un
linguaggio architettonico che corrispondesse al mio carattere.
La sua aggressione verso la forma architettonica denota
potenza di sentimento. E con il cuore che si progetta architettura
e con il raziocinio che la si realizza?
Non sono aggressivo. Mi impegno a tirar fuori da me il meglio
possibile per ottenere un risultato che possa giovare a tutti. Per
raggiungere questo fine utilizzo tutti i miei sensi.
Alcune sue opere potrebbero essere definite con questo
termine: violenza espressiva?
Accanto alla mia personale capacità creativa, ci sono
parallelamente anche altre caratteristiche non sempre facili da
seguire, quali l’incorruttibilità, l’ostinazione e la resistenza.
Tutte queste sono parte integrante della realizzazione coerente di
un’opera. Forse a questo è dovuta l’impressione espressa nella sua
domanda.
Alcuni suoi edifici sembrano esplosi dall’interno. Questa
rappresenta forse la sua volontà di esprimersi?
E possibile. Le opere che considero riuscite costituiscono
un’unità, sia nel loro interno sia nel contesto nelle quali sono
inserite e sia relativamente alla loro reciproca correlazione. Il
riferimento che personalmente ritengo più profondo è quello di
riuscire a colpire un determinato punto essenziale che spesso si
trova all’interno dell’edificio. Partendo da questo io concepisco
le mie opere, e per questo forse le architetture danno
l’impressione di un’esplosione interna oppure di un’implosione.
Nel Suo percorso creativo lei vede un’ evoluzione o un
cambiamento di rotta?
Una volta compiuta l’opera ho sempre cercato di trovare gli errori
da me commessi, al fine di evitarli la volta successiva. In questo
senso faccio delle ricerche per quanto riguarda la mia persona e
la mia architettura. Per questo nessun mio edificio assomiglia a
qualcos’altro da me realizzato, tranne – e questo lo spero – nella
sua più intima originalità e nel suo spirito personale.
Oggi, nella sua piena maturità di progettista, come vede il
fare architettura, e in cosa differisce rispetto a quanto credeva
nella sua prima gioventù?
Oggi cerco di riflettere sulla totalità complessiva di un compito,
di elaborarlo e di idearlo. Solo successivamente sviluppo un’idea
che viene espressa in un unico disegno: esso poi, costituisce il
punto di partenza per tradurre in realtà il progetto. In passato
questo non avveniva. Anzi, lavoravo seguendo i miei sentimenti.
Oggi non me lo permetto più!
Qual è l’idea fondamentale che sta alla base di tutta la sua
opera di architetto?
Non è l’idea, è il bisogno e la voglia di sondare e sfruttare al
massimo la potenzialità creativa.
Desidero farle ora una domanda volutamente ambigua e generica.
Cos’è per Günther Domenig l’architettura?
Tutto. Non ho imparato altro!
Cosa significa per lei complessità in architettura?
Non posso rispondere a questa domanda. E troppo complessa.
Per me – e soltanto per la mia inclinazione personale – il
significato sta nella dimensione artistica dell’architettura. La
dimensione artistica non ha limiti.
È l’idea di spazio che forma la materia oppure è lo spazio
che è generato dalla materia manipolata?
Nel mio caso la materia risulta dalla complessità spaziale del
progetto. Lo schizzo più importante, per esempio, determina il
materiale; in altre parole, il materiale scelto è quello che si
avvicina maggiormente al carattere del disegno, e non viceversa!
In che modo concepisce lo spazio architettonico? E quali
forme usa?
In modo complessivo! La forma deriva dall’argomento, dal compito,
dall’ambiente circostante, dal luogo e dal linguaggio personale.
Da questo deriva l’architettura. L’architettura è “organizzazione
estetica”.
Ritiene che i paesaggi della Carinzia siano in qualche modo
presenti, sublimati, nella sua architettura?
Solo nel progetto della Steinhaus. E una metamorfosi del paesaggio
caratteristico della Carinzia e della sua architettura archetipica,
ma anche dell’idea fondamentale dei nostri tempi.
Alla Biennale di architettura di Venezia del ‘96 ho avuto il
piacere di ammirare i suoi splendidi disegni della Steinhaus.
Ritengo che essi abbiano una tridimensionalità, una profondità
spaziale che ho riscontrato solamente nei disegni originali di
Leonardo Da Vinci.
Cosa significa
disegnare per lei?
Spero che Leonardo da Vinci non si offenda. No, il paragone è
esagerato! Posso tuttavia affermare che il disegno
nell’architettura non soltanto è importante, ma che senza di esso
io non raggiungo alcun risultato architettonico. Nel mio caso i
disegni rappresentano i gradini che portano all’architettura;
nient’altro.
Negli ultimi tempi la sua produzione architettonica ha mutato
rotta verso un’espressività meno tormentata rispetto, per esempio,
alla Zentralsparkasse di Vienna o alla sala polifunzionale di
Graz.
Contemporaneamente lei edifica con pazienza e meticolosità
la Steinhaus. Quest’opera in continua evoluzione è forse il luogo
dove sfogare la sua interiorità, la sua potenza figurativa?
Se si tratta di un progetto pubblico non impongo più la mia
espressività. In questi casi sono più riservato e di questo ne
sono convinto. La Steinhaus è la mia casa, E la “dimensione
privata dell’architettura”, il mio “laboratorio di ricerca”.
Perché la Steinhaus affonda il suo ventre nell’acqua?
La Steinhaus è cielo e terra, sole e buio, sopra e sotto l’acqua,
una concentrazione in se stessa; è il mondo!
Può parlarci dell’uccello Nix-Nuz-Nix e cosa significa per
lei? In che modo influenza la sua architettura?
L’uccello Nix-Nuz-Nix viene sopravvalutato e drammatizzato. È una
figura marginale, un prodotto di scarto del mio lavoro di
architetto. In questo oggetto mi interessavano il lavoro
artigianale condotto sull’acciaio inox e le articolazioni. Queste
erano sperimentazioni da applicare all’architettura come, per
esempio, un nodo d’appoggio o simili. Niente di più o di meno che
studi relativi ai componenti architettonici. Ovviamente il senso e
gli elementi formali hanno a che fare con me e con le mie
creazioni, per esempio con la Steinhaus.
La Steinhaus è forse la gabbia di Nix-Nuz-Nix?
È conservato nella mia Steinhaus, nella gabbia? Se vuole volare lo
può fare!
Per un certo periodo la sua produzione si limitò a piccoli
interventi, come i gioielli che rappresentavano magnifici
uccelli-insetto. Questa riduzione di scala significa la
consapevolezza dell’infinito nell’infinitamente piccolo o, in
altre parole, l’infinita complessità delle cose del mondo?
Anche queste domande sono cosmopoliticamente sopravvalutate! Tutto
è più semplice. Gli oggetti relativi agli uccelli sono stati
concepiti nel periodo in cui è stata instaurata la mia cattedra
alla Technische Universität di Graz. In quel periodo mi sono
occupato di questi oggetti. Il mio edificio più grande ha una
lunghezza di 300 m – la Karl Franzens Universität, il Resowi
Zentrum – e l’oggetto più piccolo ha la dimensione di 1 cm ed è un
uccello decorativo.
Questa è la dimensione artistica dell’architettura! Non ha limiti!
Quando un architetto progetta un edificio deve tener conto
dell’ambiente circostante. Quando un artista si occupa di un
gioiello che pende sul petto di una donna deve agire allo stesso
modo! E questo non mi dispiace neanche tanto!
Da qualche anno la critica architettonica sottolinea la
forte personalità di quella che è chiamata la Scuola di Graz.
Ritiene che questa visione sia esatta? Se sì, quali ne sono i
caratteri?
Friedrich Achleitner, noto critico dell’architettura austriaco, ha
inventato il termine “Scuola di Graz”.
È facile da ricordarsi, ma può essere frainteso. Non esiste una
Scuola di Graz. Da decenni la realtà consiste in uno stretto
legame tra la facoltà di Architettura della Technische Universität
di Graz, gli architetti che lavorano nella regione della Stiria e
un atteggiamento politico che favorisce le potenzialità creative
dei giovani architetti. In questo modo si è creato un clima
architettonico in cui si potevano sviluppare i talenti regionali.
In trent’anni sono state realizzate opere che testimoniano questa
particolarità caratteristica di tale zona. Gli architetti si
distinguono per una grande varietà e non sono sottoposti a un
modello scolastico.
Dal 1980 lei insegna alla Technische Universität di Graz; in
che misura l’insegnamento è importante per lei?
L’insegnamento non è importante per la mia architettura. La mia
produzione e l’insegnamento sono due cose distinte e separate.
Penso di essere importante per gli studenti grazie alle mie opere
di architetto. Se non producessi non avrei molto da comunicare ai
miei allievi. L’insegnamento mi costringe però a occuparmi
intensamente di teoria dell’architettura. Questo è utile per
tutti, per gli studenti e per me.
Cosa comunica ai suoi allievi?
Dal punto di vista ideologico sono stato educato in modo molto
rigido. Mi è costato dieci anni della mia vita riuscire poi a
pensare in maniera autonoma e indipendente. Gli studenti devono
trovare se stessi al più presto, e io li voglio aiutare in questo.
da “Universale” di Architettura,
Edizioni Testo & Immagine, Torino 1998.





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