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BIOARCHITETTURA
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Numero 43 di giugno-luglio 2005
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Mitologia dello spreco
Ugo Sasso
Talete di Mileto, uno dei sette sapienti dell’antichità (dunque “sophoi”
e non ancora “philo-sophoi”) individua il principio di ogni
cosa nell’acqua che, fecondata dalle piogge del cielo, genera
tutte le creature viventi e tra queste, gli esseri umani; poi alla
fine, ogni ciclo si conclude e torna all’acqua. Tutte le
tradizioni arcaiche considerano l’acqua fonte della vita e sono
molti i miti che da essa fanno nascere l’intero Cosmo. I
babilonesi pensavano che la nascita dell’Universo avvenisse
dall’incontro tra Apsu (l’insieme delle acque dolci) e Tiamato
(l’insieme delle acque salate). Dunque la grande Madre, elemento
principe e fonte da cui trae origine ogni essere vivente, che
accoglie, nutre e protegge da prima della nascita la vita. Anche
il dio indiano Narayana viene rappresentato cullato dalle acque
dell’oceano primordiale. Secondo Omero, si chiama Oceano il fiume
che circonda la Terra e dà origine al Tutto. Pitagora, Empedocle,
Epicarmo e gli altri filosofi della natura, pensavano ogni cosa ed
essere vivente come combinazione dei quattro elementi primordiali
– aria, fuoco, terra, acqua. Secondo Vitruvio, l’acqua “est
maxime necessaria et ad vitam et ad delectationes et ad usum
cotidianum”, ambiente privilegiato intorno al quale si
evolvono e si sviluppano società umane e animali. Essa è dunque
l’universalità e il suo contrario: fiume e mare, dolce e salata,
nemica e amica, confine e infinito, mezzo di purificazione e
centro di rigenerazione che racchiude in sé il senso del mistero e
della sacralità. Principio e fine di tutto, di ogni ciclo storico
o cosmico, secondo Eraclito. Quasi altrettanto diffuso - presente
nella tradizione orale o scritta di circa 400 comunità mondiali -
è infatti anche il motivo del diluvio purificatore, attraverso cui
nasce una nuova umanità: come nelle celebrazioni misteriche, la
vita si congiunge alla morte per dare origine ad una nuova vita.
Centro fondamentale per la gestazione e la diffusione del mito del
Diluvio universale fu la zona assiro-babilonese tra il Tigri e
l’Eufrate, dove il racconto è stato decritto in maniera più viva e
circostanziata, per esempio in alcune tavolette rinvenute a Ninive
riportanti l’Epopea di Gilgamesh, un poema in lingua assira inciso
con alfabeto cuneiforme, che cita la storia di un tale Utnapishtim,
prescelto dal dio Ea (En-ki, signore della Terra, rappresentato
come un uomo dal corpo di pesce) per rifondare l’intera umanità
distrutta da un tremendo diluvio mandato per punirne la malvagità.
Costruì un’arca e vi imbarcò tutta la famiglia, gli animali e gli
averi. Il diluvio durò sette giorni, alla fine l’arca si incagliò
sul monte Nissir e il Nostro lasciò libera una colomba la quale,
non trovando dove posarsi fece ritorno; poi liberò una rondine e
quindi un corvo, che finalmente trovò la terra asciutta. Pare una
storia già sentita: assomiglia molto alla versione a noi più nota
del mito, che è ovviamente quella ebraica (Genesi, libro I), con
Noè come protagonista. Approfonditi studi geologici qui condotti
hanno effettivamente rivelato la presenza di tracce di grandi
inondazioni verificatesi in epoche e con intensità diverse,
nessuna delle quali tuttavia degne di entrare nel mito. Questo
porta a ritenere che il fenomeno fisico abbia in qualche misura
prodotto o comunque confermato un’idea religiosa, che passò
successivamente nell’Asia centrale, in Siberia e, attraverso le
migrazioni lungo lo Stretto di Bering, fino all’America
Settentrionale. Più tardi toccherà a Zeus adirarsi con gli uomini:
in un primo tempo decide di lanciare fiamme e fulmini, poi nel
timore che il fuoco si alzi dalla Terra e giunga a scaldare
l’Olimpo, preferirà ricorrere all’acqua. A ben vedere anche nel
mondo moderno l’acqua continua ad occupare miti e leggende, nel
senso che la si ritiene infinita e rinnovabile all’infinito.
Risulta quindi plausibile che gli dei si adirino per il calore con
cui riscaldiamo la Terra e l’atmosfera che la circonda e quindi,
indispettiti, sciolgano i ghiacci e inviino onde anomale. In
effetti il comportamento umano appare sempre meno giudizioso,
tratta malissimo tutto quello che riesce ad arraffare: per dirne
una, il consumo d’acqua pulita continua ad aumentare con velocità
doppia rispetto alla crescita della popolazione. Ovviamente si
tratta di un valore medio e le medie nascondono beffarde crudeltà:
la quantità d’acqua che sprechiamo noi occidentali ad ogni uso del
wc, corrisponde alla disponibilità media di un abitante di un
Paese terzo per fare tutto quello gli serve in un’intera giornata.
Vi sono ancora altre differenze nascoste dentro le medie: l’acqua
che usiamo per il wc è bevibile mentre un sesto della popolazione
mondiale non dispone di acqua che i nostri parametri
giudicherebbero potabile, e addirittura un terzo di essa non
dispone né di wc né di fognatura, con conseguenze nefaste, dato
che a ciò è imputabile l’80% delle malattie di quei luoghi.
Qualcuno ribatte: ma non ci hanno insegnato che la Terra è coperta
per il 70% di acqua? Si, ma solo il 2,5 % di essa non è salata e
il 70% di questa piccola quota è congelato nelle calotte polari –
e sarebbe meglio per tutti che lì rimanesse – e il 29 % è presente
come umidità nell’aria e nel terreno. Per cui alla fine solo l’1%
delle risorse di acqua dolce totale è davvero disponibile per
bere, cucinare, coltivare, lavare, produrre, ecc. E noi,
indifferenti e magnanimi, continuiamo a tirare lo sciacquone.

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