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BIOARCHITETTURA
 

Numero 43 di giugno-luglio 2005

La natura innaturale
Unzmarkt power station

Salvatore Gammella

Nel 1987 il principe Karl von Schwarzenberg commissionò all’architetto austriaco Günther Domenig il progetto della nuova Centrale elettrica di Unzmarkt in sostituzione di un vecchio edificio realizzato ai primi Novecento ai limiti della città, tra imponenti montagne e l’acqua che confluiva nella diga. Parte del complesso progetto era già stato affidato ad un prestigioso studio di ingegneria che aveva previsto smantellamento e riassemblaggio delle turbine, installazione dei condotti dell’aria e trasformatori. L’intervento di Domenig doveva limitarsi al solo disegno della centrale e questo rendeva l’approccio particolarmente difficile all’esuberante forza plastica delle sue concezioni. Tuttavia anche in questo caso, atteggiamento ricorrente in molte opere successive, Domenig sceglie di rompere la struttura trasformandola in un’architettura scultorea e trasparente. Come giustamente coglie Raffaele Raja (Domus n.780 marzo 1996) «Cerca, disegna, interroga: ciò che ha disegnato potrà essere costruito? Analizza disegnando le proprie impressioni, le montagne, i crepacci. Le relazioni naturali e misteriose con il paesaggio costruito dell’architettura. L’oggetto è quindi una riflessione biografica sul rapporto tra gli sforzi dell’uomo e i pericoli della natura.
Domenig addomestica questa natura in senso letterale, in quanto la interpreta tramite l’architettura e rende il suo interno abitabile. In fondo un monumento spirituale». E ancora: «Negli elementi fondamentali Domenig ha fatto ritorno a madre natura: c’è l’acqua quale forza motrice di tutte le cose, la terra (le pietre, i massi delle montagne della Carinzia), l’aria (gli spazi intermedi, gli spazi liberi)».
È questo atteggiamento dialettico che consente di riconoscere in quest’opera, non prevaricante nè esibizionista, una sensibilità proto-ecologica anche se di fatto la Power Station di Unzmarkt, realizzata in cemento a vista, acciaio e vetro, finisce per dominare il paesaggio circostante. Alla trasparenza della parte centrale in vetro si contrappone il plasticismo degli elementi laterali, in cemento scolpito a forma di prisma, che includono i condotti della ventilazione e terminano in ali scanalate, costituite da lastre di metallo. Queste parti, con texture a rilievo, ben portano la struttura a paraboloide iperbolico del tetto a sua volta sostenuto centralmente da un pilone scolpito, che si apre nella parte alta ad accogliere lo stemma araldico del principe. A proposito dell’inserimento di questo blasone, lo stesso architetto rammenta l’estrema attenzione attribuita anche al più piccolo dettaglio: “Si tratta di un lavoro che mi ha profondamente coinvolto: dalle scelte architettoniche dell’insieme fino agli elementi più piccoli e apparentemente minori. L’inserimento del blasone ne è parte. Era necessario prendere in considerazione innumerevoli segni e simboli. Il Principe voleva un disegno semplice e non riusciva a decidersi in proposito. Dovevo trovare una soluzione. Il risultato è stato una sovrapposizione di curve geometricamente definite che si intersecano a formare una figura; la scelta finale, dettata dalla fattibilità, sarà realizzata in granito e acciaio”
La Power Station rappresenta quindi un incontro tra tradizione e modernità, natura e macchina. Il forte contrasto tra il luogo in cui è inserita e lo scopo che deve assolvere, mettono in evidenza l’eterno dialogo tra antropizzazione e natura, se vogliamo, tra bene e male. Il progetto non nasconde questo contrasto, ma lo esalta evidenziandone i punti di incontro e di forza. L’uomo della civiltà post-industriale, diversamente dai suoi avi, si pone in maniera diversa dal passato rispetto al mondo naturale; abbiamo maturato una maggiore consapevolezza circa la nostra forza e la capacità industriale di dominio. Nel caso della powerstation, in un unico insieme assistiamo al magico passaggio dall’era della meccanica a quella dell’elettricità e infine all’età dell’informazione, dei flussi energetici che si concentrano e si espandono. Naturalmente l’informazione si avvale di teorie meno romantiche di quelle di un tempo: se i frattali, i quanti, i geni e il dna ci fanno partecipare ad un universo in espansione, l’incessante avvicendarsi delle catastrofi e la loro eco planetaria rammentano il pulsare di una natura non provvida, benigna e pia, ma sofferente o al massimo indifferente ai moti dell’uomo. La consapevolezza di tale dualismo si percepisce in tutte le architetture di Domenig che, anche quando le condizioni esterne costringono a maggiore discrezione, come nel caso della power station, mostrano tuttavia i segni di una conscia inadeguatezza, ad esempio nei pilastri che si aprono verso l’alto in maniera dura e anti naturale. Come se Domenig si ponesse sul solco solitario di Mendelsonn o Gaudì, ne seguisse emotivamente la tendenza pur contrapponendosi ad essa sul piano della logica: le forme appuntite e graffianti, meccanicamente organiche, perseguono una contestazione complessa e affilata all’efficienza razionalista negando la tipologia come forma generatrice. Invocano invece la natura, dell’anima e della terra, come segno del pensiero dell’uomo e dell’architettura.
Al leggittimo sconcerto determinato da un’architettura che si pone come forte, seguono situazioni di adesione, di agio, di familiarità determinate dal congeniale rapporto tra naturale e artificiale, tra rimandi naturalistici e severe assunzioni di responsabilità.
Il rifiuto di Domenig ad una catalogazione, all’inserimento aprioristico in una determinata corrente stilistica, appare chiaro in questo progetto e in alcuni suoi precedenti, forse fino alla definitiva esplosione determinta dalla „Steinhaus“. Egli sembra quasi ripercorrere, in un moto accellerato, la rilettura personale di alcune tappe fondamentali dell’architettura moderna, appropriandosi delle forme forti e articolate del brutalismo di John Mac Lane Johansen, alle superfici sbozzate a colpi d’ascia di un certo Marcel Breuer, se vogliamo fino ai decostruttivismi di Gehry e di Coophimmelblau. Un viaggio lungo longarine di binari ferroviari che corrono paralleli, senza mai incontrarsi.

Committente: Principe Karl von Schwarzenberg
Ubicazione: Unzmarkt, Styria, Austria
Progetto: Günther Domenig
Direzione dei lavori: Peter Hellweger
Strutture: Hermann Krauss
Produzione: 5.391 kW
Inizio lavori: Gennaio 1988
Fine lavori: Marzo 1989
costi: esclusi i macchinari, circa ATS 100 milioni

Foto archivio Günter Domenig

 

 

 

 

 

 
   

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