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BIOARCHITETTURA
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Numero 43 di giugno-luglio 2005
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Radicale al contesto
Intervista a Bruce Barrett
Giovanni Cardone
La prima cosa che colpisce, entrando in casa Barrett, sono le
putrelle sulle quali si regge, a sbalzo su uno strapiombo,
un’intera zona d’espansione di una piccola casa coloniale che il
nuovo intervento ha strappato all’originaria pacatezza.
Il brutalismo che caratterizza quest’operazione ricorda altri
progetti del medesimo studio.
Dalla terrazza si scorge Townsville, in lontananza. A tavola si
parla di una moltitudine di argomenti, dove l’architettura figura
come inevitabile scenario di tutto. L’intervista inizia al termine
della cena, seduti in un angolo della terrazza. Parlando dei suoi
interventi a Townsville, Bruce indica con la mano quelli visibili
all’orizzonte.
Architetto Barrett, dove si è svolta la sua formazione?
Sono cresciuto in Papua Guinea, ho vissuto lì, ho studiato presso
l’università di Sydney nel New South Whales. Era il 1960; erano
tempi eccitanti e pieni di fermento. In seguito ho lavorato in
Papua Guinea, ho lavorato a Londra per un anno, per tre anni ai
Caraibi, per due anni in Svezia…
Praticamente ovunque.
No, ad esempio non ho mai lavorato in Italia.
Molte delle sue opere mostrano una grande attenzione al
dialogo con il contesto…
Sono convinto che la buona architettura debba continuamente
rapportarsi alla natura e al luogo. In Australia più che altrove è
fondamentale lo studio dell’orientamento: qui abbiamo una luce
solare molto forte, venti che soffiano intensamente e raggi solari
caldi e radenti. Tutto ciò influenza il nostro modo di costruire.
Sono altresì convinto costituisca compito dell’architetto
catturare nuovi punti di vista. Da alcuni anni lavoriamo all’idea
di un’architettura frammentata attraverso un uso combinato di
angoli e di esperienze: utilizzare un’apertura per esaltare uno
scorcio prospettico è parte integrante del nostro lavorare con la
natura del luogo. Bisogna ammettere che questo tipo d’approccio è
reso possibile anche dal fatto che qui l’architettura ha libertà e
spazio; gli edifici che stiamo costruendo sia in città sia sulle
colline offrono opportunità che è nostro dovere sfruttare.
Lei ha lavorato anche nell’edilizia economica e popolare;
quale rapporto intercorre fra architettura e società?
Mi è capitato di tornare, dopo qualche tempo, a vedere i miei
interventi e in genere li ho trovati ben vissuti. In questa zona
non è fatto eccezionale: oggi eravamo alla mostra “Light Weight
Houses” ed erano numerosi gli ottimi esempi di come l’architettura
possa dialogare con il pubblico. Nello specifico, cinque anni fa,
quando ho realizzato alcune residenze economiche a Surrey Street,
il governo era intenzionato a cambiare il significato sociale
dell’edilizia economica e popolare avvicinandola il più possibile
allo stile di vita suburbano australiano. Tuttavia nel mio
intervento – centocinquanta nuove residenze in un’antica strada
del Queensland – non c’è quell’architettura disneyana che tanto
commuove i nostalgici, ma architettura del ventunesimo secolo che
si sforza di inserirsi in un’ambiente tradizionale.
In che misura la sua progettazione si sviluppa secondo un
disegno unitario consapevole e quanto invece si adegua alle più
specifiche esigenze poste dal tema, dal luogo, dalla committenza?
In altre parole, qual è il ruolo della teoria sul progetto?
Non voglio negare l’importanza della visione teorica di cui
ciascun architetto è portatore e neppure quello delle ricerche
visive, percettive, filosofiche, distributive, ecc.
Eppure, nei fatti, l’architettura risiede per eccellenza nella sua
esperienza. Solo attraverso la costruzione l’architettura svolge
il suo ruolo nella società. Mi piace parlare d’architettura, mi
piace leggerla, mi piace teorizzare, ma la mia realtà è la
costruzione; anche se tra i miei intenti vi è quello di portare
l’esperienza di una teoria e di una pratica del ventunesimo secolo
all’australiano medio.
Quali sono i punti fondamentali d’approccio al progetto e le
domande che si pone all’inizio di un progetto?
I punti di partenza sono sempre: il sito, il contesto e l’ambiente
con il quale devo relazionarmi. Solo in un secondo momento prendo
in esame le necessità tecniche e funzionali, le relazioni
distributive, i problemi legati alla tecnologia e al budget. Ho
parlato spesso di quanto sia importante per me il lavoro di
squadra: ho sempre desiderato considerarmi uno studente fino alla
morte e, proprio grazie al lavoro di squadra, posso aiutarmi
imparando dagli altri.
Cosa è per lei la flessibilità?
La flessibilità è parte fondamentale della mia vita e credo sia
una posizione mentale e intellettuale fondamentale per un
architetto perché consente di fondere esperienze passate con idee
nuove. Basti pensare alla “contaminazione” delle avanguardie con
la tecnologia. La nostra è una delle discipline in cui la
flessibilità dà maggiori frutti ed è proprio in quest’ottica che
scelgo di collaborare con persone giovani, che mi permettono di
confrontare le mie esperienze e le mie idee con le loro.
Uno dei suoi progetti più affascinanti, “Cassimartis house”,
colpisce per la frammentarietà e l’articolazione degli spazi…
Il tema principale che ha guidato il progetto per Cassimartis
house, situata su un lato della montagna, era “catturare” la
bellezza dell’isola di fronte, Magnetic Ireland, e dare risalto
alle viste sulla città. I vincoli del piano regolatore per quell’area
hanno limitato l’edificio all’altezza di due piani, quindi,
terrazzando l’edificio e ruotandolo, abbiamo creato la
“frammentazione spaziale” di cui parlava.
Anche qua, alla base di tutto c’è sempre il sito: all’esigenza di
realizzare un edificio funzionale si affianca quella di “catturare
il momento” accogliendo o sfidando le opportunità del luogo, così
come abbiamo fatto in tutti gli altri edifici che abbiamo
realizzato, come “Spry Building” o “Madonna House”. Nel progetto
cerchiamo di enfatizzare l’esperienza temporale del muoversi
attraverso l’edificio.
Quale è la sua opinione riguardo al Decostruttivismo?
Come accennato, ritengo che la pratica sia più importante della
teoria. Il processo di decostruzione può risultare valido in
quanto realizza l’importanza delle parti all’interno dell’unità,
del tutto; sono però dell’opinione che sia l’architettura a
produrre le teorie e non il contrario.
In Cassimartis house, o nello Spry Building, ogni zona, ogni
necessità funzionale ha una caratteristica propria, un suo
“momento”: Cassimartis house è decisamente contemporanea, si
rapporta alla scala, al luogo e al budget, come un castello dei
nostri giorni; Spry Buiding è situato fra gli edifici storici del
Queensland, cosicché le sue forme e le sue proporzioni si
confrontano con gli edifici adiacenti. L’architettura è la sintesi
di una serie di intuizioni e di esperienze, ti porta a sfidare te
stesso e gli altri per combattere in ogni tempo contro i limiti.
Non mi sono mai fermato negli ultimi venticinque anni e con ciò
intendo dire che ho imparato più negli ultimi due o tre anni di
lavoro che quando ero ancora uno studente.
Ha mai sentito parlare di Derrida?
Certamente, ma i decostruttivisti sono altre persone…
Nei suoi lavori sono utilizzati materiali molto diversi fra
loro, in che maniera riesce a gestire il ricorso a elementi così
vari e articolati?
In Australia abbiamo una moltitudine di materiali e io ne uso
tanti: anche questo rientra nella volontà di rapportarmi al sito e
al contesto. Abbiamo la possibilità di utilizzare differenti
“patterns” creati da differenti materiali capaci di giocare con le
luci e le ombre. In questo momento siamo in una casa tradizionale
del Queensland, su una terrazza che è estensione della casa. In
Australia si fa così con la propria casa: potresti iniziare a
costruire e non fermarti mai, anche dopo cinquant’anni continuerai
sempre a modificarla.
È per questo che visitando Townswille, come del resto ogni altro
sobborgo australiano, ci si imbatte sempre in una moltitudine di
materiali utilizzati in maniera molto varia. Spesso, poi, nella
pratica architettonica, le scelte sono dettate anche da
motivazioni economiche: così utilizziamo materiali più costosi in
posizioni “strategiche” e materiali più poveri dove sono meno
visibili.
E a proposito del “between”…
Nel creare delle ombre dobbiamo badare alle influenze climatiche,
che determinano molte scelte progettuali. Nello Spry Building
abbiamo creato un “between” molto particolare: l’entrata è sul
lato ovest, è tradizionale e guarda al contesto sociale,
l’edificio è situato sul lato più basso della collina e lo spazio
in questione ci offre la possibilità di creare un ingresso e un
edificio trasparenti ma allo stesso tempo protetti dagli sguardi
dei vicini.
Nel progetto, preferisce ancorarsi alla sicurezza del
conosciuto o proiettarsi verso ambiti più tecnologici?
Anche su questo argomento, dipende.
Per una delle mie ultime realizzazioni, il Museum of Tropical
Queensland – progetto di vaste dimensioni, costato diciotto
milioni di dollari – ci siamo avvalsi della collaborazione di un
team internazionale di professionisti che ci ha portato a un
design particolarmente sofisticato che raramente raggiungiamo nei
nostri lavori locali.
Le tecnologie scelte in questo caso hanno parecchio influenzato la
progettazione: man mano che il sistema di controllo ambientale
cresceva in complessità, siamo ricorsi a sistemi di circolazione
verticale dell’aria. Allo scopo di controllare la luce del sole,
abbiamo articolato gli spazi in maniera che l’edificio risulti
proteso verso il fiume. Un intenso sforzo ingegneristico e
progettuale è stato richiesto anche dalla copertura, giocata in
tre dimensioni, che ruota sia orizzontalmente che verticalmente.
Molte scelte compositive sono state poi generate dagli studi sul
between space: l’ingresso è localizzato in quella che abbiamo
chiamato the Breeze Way, un collegamento fra la strada e il fiume
che crea un’affascinante dialogo fra terra e acqua. E proprio
questo scenario di continue interrelazioni fra la strada e il
fiume che ci è valso il premio come miglior progetto australiano
del 2000. La Breeze Way è diventata il nuovo percorso di accesso
alla Public Gallery, rivitalizzando la riva del fiume.
Allontanandosi dalla Queensland house e dall’area amministrativa,
che replica la scala degli edifici antichi, la Big blue box domina
la strada: essa ha una forma molto semplice e tutte le opportunità
per il pubblico e per il management sono state create all’interno
di questa scatola.
Gli ambienti che ospitano le collezioni principali del museo sono
stati innalzati rispetto al suolo stradale, l’impianto di
condizionamento dell’aria e tutti i sistemi meccanici, usualmente
collocati al piano terra, sono stati inseriti nel sottotetto:
questa scelta inconsueta ci ha permesso di dedicare il piano terra
interamente al pubblico. I diversi livelli sono collegati
attraverso ascensori e rampe (nel museo abbiamo realizzato circa
trecento metri di rampe).
Al secondo livello le rampe attraversano la Breeze Way e
forniscono al visitatore un “punto di vista” privilegiato che gli
consente di individuare la propria posizione all’interno
dell’edificio.
Qualcuno ha rilevato come, nello studio del Museum of
Tropical Queensland, sia visibile una rilettura del ritmo
dell’edificio adiacente…
In effetti il nostro progetto, adiacente ad un vecchio palazzo del
Queensland e posizionato in una strada storica, ci ha portato a
replicare proporzioni, luci e ombre dell’edificio vicino come
operazione di transizione verso un edificio realmente
contemporaneo. Eravamo coscienti del fatto che il nostro Museo,
date le sue notevoli dimensioni e le nostre scelte compositive,
avrebbe dominato il paesaggio stradale. Di conseguenza la scelta
di relazionarci alla antica parte di Townswille, è stata quasi
obbligata.
Insomma, ha fatto qualcosa di radicalmente nuovo senza
rompere con il passato…
Proprio così: per noi è stato un deliberato esercizio di
transizione dal vecchio al nuovo.





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