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BIOARCHITETTURA
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Numero 43 di giugno-luglio 2005
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Vele d'oro
“the gates: central park, new york,
1979-2005”
Wittfrida Mitterer
A Manhattan, nel paesaggio artificiale del Central Park,
l’estetica diventa natura
Questa volta l’artista bulgaro-americano mostra soltanto delle
porte, dei “gates” spartani e geometrici all’interno di una
sceneggiatura razionale che gioca con le forze irrazionali: vento,
sole e luce. E poi c’è il grande parco: una lingua, un’area lunga
e stretta circondata da una immensa scacchiera urbana dentro la
quale quest’oasi verde mostra di sentirsi a proprio agio
sviluppandosi in collinette, anfratti, nicchie e scorci pieni di
significati. L’uno si specchia nell’altro, micro e macro si
intrecciano. Frederick Olmsted e Calvert Vaux, i due urbanisti
visionari che progettarono Central Park, lo avevano pensato come
luogo dedicato alle masse, espressione di ideali democratici in
grado di influenzare “le menti degli uomini a mezzo
dell’immaginazione”. In effetti si tratta dei 341 ettari di natura
rigogliosa più vissuti del mondo. A quei tempi si riteneva che il
massimo controllo sugli elementi stesse nel riuscire a disegnare
un paesaggio “naturale”, generatosi in apparenza spontaneamente e
cresciuto senza alcuna manipolazione umana. In realtà nessuno
rammenta quali immense quantità di terra siano state spostate per
trasformare quella che all’inizio era una palude maleodorante e
piena di zanzare in montagnole, valli e sentieri, quali immani
fatiche ci siano volute per spostare 2,3 milioni di metri cubi di
materiale. Oggi la tecnologia è avanzata, ma i numeri rimangono
imponenti: 7500 portali d’acciaio saldati in Pennsylvania, alti
4,8 metri e con larghezza variabile tra 1,8 e 5,4 metri,
stabilizzati da una base pesante 350 kg, per un complessivo di
5.000 tonnellate di acciaio Da ciascun portale, collocato ad
intervalli di circa 4 metri l’uno dall’altro e perpendicolarmente
a ben 37 km di percorsi pedonale, scende sino a 2 metri dal suolo
un tessuto in vivo arancione (in totale, 100.00 metri quadrati di
nylon colorato e tagliato a Taucha, in Germania). Dal momento
dell’assemblaggio alla manutenzione e rimozione dell’intera
struttura (che sarà riciclata) vi hanno lavorato più di 700
newyorkesi. La distanza delle strutture è tale da consentire ai
teli di ondeggiare verso il pannello successivo e di essere
percepiti anche da lontano attraverso i rami degli alberi, spogli
in quella stagione.
Nel 1964 gli artisti che arrivavano in nave da Parigi rimasero
folgorati dallo skyline di Manhattan e decisero di realizzare qui
qualcosa di grande. Questa è la città dove si cammina di più al
mondo, ma l’unico posto dove lo si fa senza fretta è Central Park.
La prima proposta concreta venne avanzata nel 1979, con un
progetto intitolato 1.000 cancelli (diventati alla fine 7.500). Si
tratta solo del più recente episodio di land art: nel 1983
circondarono di stoffa color rosa alcune isole della baia di
Biscayne a Miami, nel 1985 impacchettarono il Pont Neuf a Parigi e
nel 1995 fecero lo stesso con il Bundestag a Berlino. Christo vede
come riferimento costante per le sue opere “L’enigma di Isidore
Ducasse” di Man Ray, dove una macchina per cucire è avvolta in una
coperta chiusa con dello spago e l’impacchettamento diventa
“maniera per rendere più evidente il mistero che avvolge l’oggetto
all’interno della civiltà”. Ma per lungo tempo i newyorkesi non
hanno voluto che Christo e Jeanne Claude istallassero la loro
opera. Si temevano i buchi necessari per sostenere i pali, si
aveva paura che il prezioso parco, cuore verde della capitale,
potesse venirne deturpato o irriso, che rimanessero visibili danni
irreparabili per la natura, gli scoiattoli, i tanti uccelli
migratori, i rapaci, i falchi. Non c’è mai stato un no deciso,
piuttosto un rallentare i lavori, una diffidenza costante, una
difficoltà burocratica. Le istallazioni al vento si snodano invece
con precauzione nei punti più riservati e le vele si sono tenute
lontane dagli ambiti ornitologici per non interferire
cromaticamente con la percezione dei volatili. Si è trattato di
quello che si è soliti definire un “evento mediatico” con milioni
di visitatori e ampia risonanza, come preannunciato
dall’assieparsi di più di 250 giornalisti di tutto il mondo (dal
Giappone alla Svezia, dalla Bulgaria alla Turchia) nel padiglione
del tempio egizio di Dendur al Metropolitan Museum, appena
sufficiente nonostante la capienza.
L’effetto si poteva ammirare dall’alto dei grattacieli, ma anche
dal balcone per le sculture del Metropolitan Museum, dal tetto del
Dakota o dalle finestre delle suites del Mandarin Oriental Hotel o
del Carlyle Hotel, affittabili a 6.000 dollari al giorno; si
vedeva l’arancione trapelare attraverso gli alberi a evidenziare
il percorso dei sentieri, “un fiume di oro liquido che appare e
scompare tra i rami spogli” ha detto Cristo. L’esplosione
d’arancione ovviamente non poteva durare a lungo: solo 16 giorni,
nel febbraio 2005; niente a confronto dei ventisei anni lunghi
necessari per ottenere tutti i permessi burocratici e per radunare
il budget necessario, che ha superato 21 milioni di dollari, tutto
pagato dagli autori, che non accettano donazioni o
sponsorizzazioni, ma finanziano le azioni vendendo i disegni, i
calcoli, le immagini dell’evento (i disegni preparatori di “Gates”
sono stati aggiudicati a 800.000 dollari l’uno). L’obiettivo
dichiarato dell’operazione era di “specchiare l’arte” animata
dalla natura, in quella natura prodotta artificialmente - entrambe
situazioni progettate – stabilendo un gioco tra dinamiche
organiche e creazioni dell’uomo; un gioco che rende visibile (per
tutti coloro che vogliono vederla) la storia e la matrice ambigua
del Central Park, una grande messinscena che trasforma e sfuma i
confini tra naturale e artificiale. Persino i più restii tra i
newyorkesi sono stati attratti da questo vortice arancione. Chi
veniva nel parco a fare jogging o chi portava i bambini al più
vicino spazio giochi, ha abbandonato almeno per una volta il
proprio giro abituale per ritrovarsi in uno spazio arte-natura
completamente sconosciuto. Le persone stesse, i fruitori
dell’evento, hanno trasformato il polmone verde, con i pro-Christo
e gli anti-Christo tutti convinti che quello spettacolo, comunque,
non potesse definirsi arte. La folla che si addentrava nel fiume
arancione ha percepito d’essere protagonista di una esperienza
collettiva, anche le persone che non hanno mai avuto interesse per
l’arte moderna né frequentano musei o gallerie. Tra i tanti, non
sono mancati quanti hanno considerato l’invasione del Central Park
un atto blasfemo, oppure uno spreco di denaro che poteva essere
meglio impiegato. Richard Meier invece non ha esitato a definire
“Gates” una delle cose più straordinarie e stimolanti che avesse
visto negli ultimi anni. Qualcuno ha notato come la stoffa
sottolineasse l’andamento organico del parco mentre i pali
rettangolari ricordano il disegno geometrico dei quartieri
circostanmti “Non è un simbolo, non è un messaggio. È solo arte.”
ha ribadito Cristo. Ad ogni modo, il grigiore invernale è stato
per una volta addolcito dallo svolazzare dei teli arancioni che
scherzavano col sole, le nubi o il vento creando combinazioni
sempre nuove di colore e di luce, con lo spazio che diventa, tra
le ombre colorate, mosso e caldo. A chi chiedeva ragione di tanti
sforzi per un’opera che vive solo 16 giorni, “pensa
all’arcobaleno” rispondeva Jeanne-Claude. In effetti per
funzionare, la magia deve scomparire. In fondo l’aspetto ecologico
di tutto ciò sta nel suo essere temporaneo, nel non incidere sul
paesaggio. L’impegnativa progettualità e lo studio approfondito
della situazione consente all’installazione di adattarsi allo
spazio coinvolto: smuove e sottolinea l’ambiente per attirare
l’attenzione su di esso. ci costringe a riguardare alle nostre
città, semplicemente sottraendole alla vista. Per cui quel che
conta non è solo il prodotto finito ma l’intero continuo processo
in cui rientra ogni reazione o effetto a breve o lunga scadenza. I
portali guidano la rotta, non chiedevano di venir contemplati ma
di essere vissuti, in un percorso senza inizio né conclusione, uno
spettacolo medioevale, come quando si festeggiava l’incoronazione
di qualche re o uno sposalizio importante, come ad esempio quello
nel 1626 a Innsbruck tra Leopoldo V e Claudia de Medici, con carri
e porte d’onore. Così il parco ha vissuto un risveglio
dall’inverno e la fioritura animata dalla forze della natura si
esprimeva in tutto il suo splendore. Ma forse i gates di Christo
volevano essere anche un invito e una speranza che il parco,
periodicamente infiltrato da figure losche e microcriminali, torni
agli antichi splendori. Non molti sanno che N.Y sborsa pochissimo
per la gestione di questi grandi spazi: l’85% è finanziato da
fondazioni e sponsor privati che affittano le zone più
affascinanti intorno a laghetti o anfratti tra il verde e li
circoscrivono per tenere lontana la gente comune da esclusivi
ricevimenti di gala. L’autonomia finanziaria con cui è stata
gestita questa operazione pubblica era forse contestualmente
invito alla municipalità di New York, affinché restituisca agli
abitanti e ai passanti casuali tutta l’area, come avevano pensato
Olmsted e Vaux.
Central Park
L’idea venne, nel lontano 1844, a William Cullen Bryant:
realizzare un’ area di verde pubblico aperta a tutti. Il suo
progetto si scontrò subito con l’amministrazione e le lobby dei
costruttori: una parte significativa della stretta penisola
sarebbe stata sottratta all’edificazione e al giro economico. La
testardaggine di William e il fascino della visione democratica,
però, fecero breccia e l’amministrazione comunale acquistò per 14
milioni di dollari - una cifra iperbolica per l’epoca (qualche
anno dopo gli Stati Uniti pagarono tutta l’Alaska solo nove
milioni) – l’intera area in cui oggi sorge il parco. Dopo
l’approvazione della legge che istituiva il primo parco pubblico
dell’Unione, venne bandito un regolare concorso, vinto dal
Greensward plan degli urbanisti Lax Olmsted e Calvert Vaux. Il
loro disegno, molto diverso dai giardini di rappresentanza delle
dimore signorili, risponde invece alle nuove istanze sociali
determinate dalla rivoluzione industriale e dall’espansione urbana
e propone uno spazio nel quale la popolazione può ritrovare le
condizioni di salubrità minate dalla presenza delle industrie e
dal vivere costipati. Il riferimento fu l’Inghilterra, con i suoi
Hyde Park, Regent’s Park, Battersea Park, tutti caratterizzati da
un richiamo alla natura di sapore browniano e disposti in modo
tale da penetrare nell’ambiente urbano attraverso viali, elementi
edilizi, impianti sportivi. A quel tempo l’insediamento urbano di
Manhattam si estendeva verso nord fino alla 38esima strada e il
terreno dove ora sorge il parco era paludoso e pressoché
disabitato, ad eccezione di un convento e di una scuola cattolica,
che vennero trasferiti altrove, una fabbrica di collane e una di
candele (là dove ora è insediata la celebrea Tavern on the Green).
Per spianare e costipare il terreno vennero assunti 1.600 operai -
in prevalenza gente che viveva nei quartieri poveri – che
portarono più di 10.000.000 carretti di terra, mentre gli spuntoni
di roccia venivano fatti saltare con la dinamite e i pezzi
recuperati e ricollocati. Un intelligente sistema sistema idrico e
di drenaggio, consentiva la creazione di laghetti e fontane
autoalimentati. Ci vollero sedici anni di durissimo lavoro per
portare il Parco a quell’aspetto naturalistico che ancora oggi lo
caratterizza.
La restituzione era realistica: all’interno vennero realizzate
vere fattorie con aree riservate in alcuni periodi dell’anno al
pascolo delle pecore. Con sfarzo e risonanza il grande parco venne
inaugurato nel 1876 e subito la cittadinanza si appropriò di
quest’oasi agreste collocata al centro di una megalopoli già
densamente popolata. L’esempio venne subito seguito da altre
città: Buffalo, Albany, Louisville nel Kentuky, Montreal, Boston e
San Francisco. La sopravvivenza di Central Park agli attentati del
progresso e alla pressione speculativa è dovuta tuttavia
essenzialmente alla lungimiranza dei suoi progettisti che
previdero una serie di arterie stradali, ad un livello più basso e
quindi poco influenti sulla percezione generale, che
attraversavano il parco consentendo così il futuro scorrere del
fiume automobilistico. Anche se la struttura iniziale ha subito
nel tempo alcune modifiche, rimane ancora oggi inalterata nella
sostanza, dopo che una serie di interventi realizzati nel
Dopoguerra sono stati rimossi ripristinando il verde e le
“naturali” ondulazioni del terreno. Sembrano ormai lontani anche
gli anni Settanta, allorchè N.Y. venne coinvolta in una profonda
crisi economica durante la quale Central Park si trasformò in una
boscaglia infrequentabile, ricettacolo di squallore, sbandati e
delinquenti, con giardini e tracciati pedonali trascurati, statue
deturpate da graffitti, panchine devastate e i vasti prati verdi
trasformati in terriccio polveroso. La soluzione fu la partnership
pubblico / privato: si affittano le aree verdi e in cambio si
ottiene manutenzione. Nel 1980 venne fondata la no-profit Central
Park Conservancy, che fino ad oggi ha già investito trecento
milioni di dollari nel restauro e nella manutenzione del Parco.
Rimangono ancora da restaurare il Bethesda Terrace Lake e
l’immenso East Medow nella parte nord del Parco. Oggi per molti
newyorkesi la vita senza Central Park sarebbe impossibile: 25
milioni di visitatori all’anno percorrono le 58 miglia di percorsi
pedonali e usufruiscono di 150 acri coperti dall’acqua in sette
diversi punti, 136 acri di bosco e 250 acri di prati, 26.000
alberi d’alto fusto, 9.000 panchine, 36 ponti, 29 sculture, il
Delacorte Theater, un auditorium da 1.885 posti, uno zoo con 1.400
animali, 26 campi da gioco, 30 da tennis, 21 parchi-giochi per
bambini, una giostra, due piste di pattinaggio su ghiaccio una
delle quali diventa piscina in estate e 215 specie di volatili che
frequentano abitudinariamente il Parco.
Foto di Dieter Bartenbach




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