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BIOARCHITETTURA
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Numero 44 di agosto-settembre 2005
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Quando meno è più
Trasformare un fienile in abitazione
Stefano Orlando Puracchio
La Pianura Padana, sino a non molti anni fa, ne era piena:
casolari in mezzo alla campagna in cui per cent’anni avevano
vissuto patriarcali famiglie di contadini a coltivare la terra
d’intorno. Abitazioni collocate in paesaggi ameni, tranquilli che
richiamano alla memoria il “mondo piccolo” dei racconti di
Giovanni Guareschi. Un volume principale e altri volumi più
piccoli cresciuti via via per rispondere alle esigenze del
bestiame, della stivatura del raccolto, della famiglia che cresce.
Poi ad un tratto il lavoro dei campi è sembrato troppo faticoso e
la campagna troppo piena di solitudine e le case, fiere ma povere,
sono state abbandonate. Per un po’ hanno resistito, soprattutto
quelle lontane dalla città che come una lava fatta di cemento di
cubi e di strade, dilagava a ingoiare la campagna. In altre, prima
è marcito il tetto, poi si sono aperti i muri; altre ancora sono
state abbattute secondo un malriposto senso della modernità per
lasciare spazio ad una casa più nuova e comoda, una fabbrichetta
col suo parcheggio asfaltato, una discarica di auto. Ma alcune qua
e là si sono salvate e gente stufa delle periferie anonime e senza
senso, affascinata invece dalla tranquillità, dal calore del fatto
a mano, della fatica oggi impensabile che traspare da queste mura,
ha sognato di farle rivivere andandoci ad abitare. I lavori per
riparare ai danni del tempo ma anche per adeguare le strutture
alle comodità contemporanee, risultano però sempre più consistenti
di come si immagina. Molti interventi rovinano, deturpano,
travolgono e distruggono. Capita però spesso che il fascino della
memoria colpisca persone sensibili, attente, salutiste ed
ecologiste per le quali merita un sacrificio in più restaurare in
maniera ad un tempo riguardosa per l’esistente e attenta alla
salute ed ai consumi. Si tratta di obiettivi convergenti solo in
apparenza: ad ogni piè sospinto la tecnologia e le
giustapposizioni richieste dalle comodità, dal risparmio
energetico, dalla riconversione d’uso, determinano proposte
invadenti che rischiano di dissipare proprio quel sapore del tempo
che determinò la scelta. Qualcuno però ci riesce, e quando questo
succede pochi se ne accorgono. Anzi, il fatto che pochi siano in
grado di accorgersene è la dimostrazione di come l’intervento sia
stato rispettoso e corretto. Nel caso in esame, si tratta di una
stalla-fienile annessa ad una abitazione contadina della metà del
‘900. L’obiettivo era ricavarne una abitazione familiare dai bassi
consumi energetici e quindi che si presentasse calda d’inverno e
fresca d’estate, celando con discrezione ed eleganza al proprio
interno il carattere innovativo delle soluzioni adottate in modo
da non interferire con l’equilibrio dell’intorno ed anzi
confermare i riferimenti al contesto rurale. La pianta di partenza
era un quadrato quasi perfetto di metri 10 x 10 con i lati che
guardano i quattro punti cardinali. L’orientamento favorevole rese
quasi paradigmatica la soluzione progettuale, con una progressione
di trasparenza e leggerezza da Nord verso Sud. Un grande muro
spesso 70 centimetri protegge la casa a Nord; addossata ad esso
una fascia larga 180 centimetri contiene oggi i locali di servizio
a costituire ulteriore filtro verso i locali più vissuti; una
quinta muraria traforata, spessa 45 centimetri segna la metà della
casa e regge i solai ai vari piani; anche se dall’esterno due
grandi archi in muratura ne temperano la visibilità, la parete Sud
è virtualmente tutta vetrata in maniera da dilatare lo spazio e
far scorrere lo sguardo sul vasto campo-giardino di proprietà sino
sull’ultimo filare di querce all’orizzonte. Calibrate aperture
ritmano le pareti Est e Ovest, spesse 45 centimetri: quest’ultima
addossata alla casa contadina anch’essa ristrutturata, quella a
Est che guarda il sorgere del sole e la campagna aperta.
Questo schema di base consente piccole articolazioni come
l’arretramento e la schermatura dei vetri a Sud, l’ampliamento
della zona cucina in appoggio alla parete Nord, l’inserimento
trasversale nella metà Nord della scala ad una rampa, la
realizzazione di una uscita sulla parete Nord. Funzionalmente il
quadrato di base del piano terra è suddiviso in quattro parti che,
pur comunicanti, sono percettivamente differenziate ed adeguate ai
vari usi da diaframmi e soffitti ad altezze diverse. Il quadrato
Sud-Est ospita l’ingresso ed una zona soggiorno proiettata
visivamente sul giardino a Sud. La grande vetrata, staccandosi
dall’arcone esterno e girando sull’angolo, perde materialità e la
seduta ad essa appoggiata porta già in giardino. Procedendo in
senso orario, nella zona Sud-Ovest la luce zenitale delle finestre
poste altissime sul tetto segnano la verticalità, accentuata dal
muro Ovest con le sue piante rampicanti e dall’alberello interno
che spunta dal pavimento e protende le sue foglie alla luce.
L’utilizzo di questo spazio non è definito, ma sovente viene usato
dai padroni di casa per le cene con gli amici, sfruttando anche il
collegamento con il piccolo portico esterno. L’angolo Nord-Ovest è
occupato dalla lavanderia e da un piccolo soggiorno-tv, quasi
rifugio-grotta nel cuore più protetto della casa, reso intimo dal
soffitto molto basso e da divani rossi e tappeti sul rosso. Da qui
l’esterno è visibile, stando seduti, solo attraverso un’apertura –
taglio nel muro – alta 140 centimetri: il vecchio ingresso del
bestiame nella stalla, conservato e reinterpretato. L’angolo
Nord-Est ospita la grande cucina con le due finestre strette ed
alte ad Est, che al mattino la inondano di luce.
Al primo piano manca un quarto del quadrato di base, tagliato nel
solaio; così gli ambienti possono affacciarsi sul piano terra e
guardare la grande parete Ovest con le sue piante ed anche il
prospetto interno della parete diaframma che regge i solai delle
camere. Si tratta di uno spazio di grande suggestione usato come
soggiorno informale, palestra e spazio multiuso, un regalo che i
proprietari hanno deciso di concedere a se stessi, I due
locali-filtro a Nord sono rispettivamente un ripostiglio ed un
archivio. Al piano secondo, in metà del quadrato di pianta, sono
collocate le due camere da letto divise dalla scala e ognuna con
cabina-armadio e bagno. Viste dal piano primo, paiono appollaiate
in cima, ad una quota talmente alta da sembrare voler conciliare
il riposo ed il distacco dalle cure quotidiane. La camera
padronale è essenziale, quasi monastica, con una finestra tonda
verso la campagna ad Est che al mattino lascia entrare i raggi del
sole; sul tetto una finestrina inquadra le stelle e quando c’è,
anche la luna. La camera delle figlie è dipinta a fiori e nuvole e
vertiginosamente affacciata sulla tripla altezza interna.
L’aspetto “rustico” dell’edificio e la rigorosa composizione
nascondono un sofisticato approccio bioclimatico che rende la casa
capace di interagire con il sole ed il clima in cui è inserita.
Merita ricordare che la bioclimatica classica, nata nell’Europa
centrale, è tendenzialmente concentrata sul guadagno termico
dell’edificio nei mesi freddi e quindi sul suo consistente
isolamento. Qua siamo invece nella Pianura Padana, con caratteri
climatici più complessi: inverni relativamente rigidi ed estati
calde ed umide, senza neanche le brezze mitiganti tipiche delle
località più mediterranee. In questo caso spessi isolamenti
possono comportare altrettanti problemi di surriscaldamento
estivo. Se ad esempio in estate si lascia aperta una finestra in
un appartamento ben isolato ma con poca inerzia termica, subito la
temperatura esterna si ripercuote all’interno; al contrario, un
edificio massivo di pietra, i muri di rilevante spessore
mantengono il fresco più a lungo. Qual è allora il segreto di
questa casa che riesce ad essere naturalmente calda in inverno e
fresca in estate, pur senza grossi impianti di condizionamento? Le
giornate invernali soleggiate consentono un guadagno termico che
viene immagazzinato nella massa. Fondamentale è stato calibrare
correttamente il rapporto di superficie e di posizione tra
superficie vetrata e massa termica. La verifica bioclimatica con
gli strumenti di calcolo è stata in questo senso fondamentale per
evitare clamorosi squilibri. La massa riscaldatasi durante il
giorno cede il proprio calore durante le ore notturne, nelle quali
va però bloccato l’irraggiamento negativo delle grandi superfici
vetrate. Nelle giornate soleggiati di gennaio e febbraio con
temperature esterne intorno ai 0 °C questa casa raggiunge a
impianto spento i 25 °C. Quando nella notte la temperatura man
mano scende, entra in funzione l’impianto radiante misto
(pavimento-radiatori a bassa temperatura). Data la disponibilità
di legna e per una maggiore indipendenza, alla caldaia a gas con
accumulo si è abbinata una caldaia/cucina a legna. La situazione
estiva è rovesciata. L’accorta progettazione di Arnaldo Savorelli
ha qui mirato a proteggere le vetrate a Sud dall’esposizione
diretta ai raggi solari mediante un calcolato arretramento dei
vetri all’interno delle due grandi arcate e il corretto sporto di
gronda sopra la finestra a nastro al piano primo. L’effetto albedo
(guadagno termico dovuto alla riflessone indiretta della luce del
sole) è schermato esternamente ai vetri. Lasciando aperte le
finestre più in alto e bloccando l’irraggiamento entrante mediante
tende interne, si innesca un positivo movimento convettivo di
espulsione dell’aria calda che contribuisce ad assicurare una
ventilazione naturale degli ambienti attraverso l’aria entrante da
condotti di areazione appositamente predisposti e dalle finestre
poste a Nord.
Tutto il sistema serve per conservare di giorno il fresco della
massa termica, mentre durante la notte la completa ventilazione
Nord-Sud e l’irraggiamento freddo delle superfici vetrate verso la
volta celeste, smaltisce quel po’ di calore accumulato durante il
giorno. Come accennato, le scelte tecniche in questa casa
diventano motivi estetici e improntano l’ambiente e l’atmosfera:
la tripla altezza consente i movimenti d’aria necessari al comfort
ma attribuisce anche all’interno una spazialità particolarissima
divenendo una specie di atrio illuminato dall’alto in cui le
piante crescono rigogliose e danno la sensazione di spazio aperto.
Il fluire dei volumi l’uno nell’altro esprime una essenzialità
raffinata, una percezione di libertà capace di collegare
l’edificio ad una visione contemporanea ma evitando la propria
stucchevole musealizzazione. La sensazione di stare a casa è
raggiunta grazie anche all’uso appropriato di materiali “poveri” e
tradizionali nelle varie posizioni: la piastra di cemento lisciato
color tabacco del piano terra, gli impalcati in legno, al piano
primo il pavimento del soggiorno-palestra in larice impregnato con
oli agli agrumi, il sasso di Avesa giallo a vista. Fondamentale
anche l’uso del coccio-pesto lasciato a grezzo sulle pareti, che
ne garantisce l’assoluta traspirabilità e assieme alle piante
contribuisce a regolare il tasso di umidità interno assorbendone
l’eccesso e cedendola nei periodi secchi.
L’isolamento del tetto è in fibra di legno con camera di
ventilazione per smaltire parte del guadagno termico estivo.
Lontana da tentazioni edonistiche o romantiche l’architettura
sembra scegliere qui il momento giusto in cui farsi da parte: gli
ambienti, liberati dal “dover essere”, si rendono naturalmente
accoglienti nei confronti delle persone e delle infinite
variazioni di allestimento che la vita porterà in essi.
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