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BIOARCHITETTURA
 

Numero 44 di agosto-settembre 2005

Dettagli di periferia
Manuela Guberti

In viaggio tra Arese, Baranzate, via Turati a Bollate, il quartiere Comasina di Bruzzano, villaggio Snia a Cesano Maderno, il quartiere Sant’Eusebio di Cinisello Balsamo, il quartiere Quadrifoglio a Garbagnate Milanese, la frazione Pinzano di Limbiate, Paderno Dugnano, Quarto Oggiaro e villaggio Gaggiolo a Senato (più comunemente conosciuto come Lazzaretto): paesi e microcittà dell’hinterland a Nord di Milano. In genere, come Sant’Eusebio di Cinisello Balsamo, legati alle ondate migratorie dei primi anni ’60 a fronte della consistente richiesta di manodopera nelle vicine fabbriche e col tempo diventate realtà note soprattutto per le loro condizioni di disagio abitativo, luoghi confinanti rispetto alla città vera e propria, caratterizzati da un degrado fisico e sociale così omogeneo, che si fa caratteristica quasi specifica e riconoscibile. L’ottica di questo viaggio si focalizza in particolare sulle abitazioni popolari, i famosi prodotti di edilizia residenziale pubblica che chiamano ghetto, bronx, quartieri dormitorio, deserto urbano, procurando un briciolo di disagio e di fastidio ai cittadini perbene che qui vivono e indifferenza in tutti coloro che vivono altrove. Poi vi sono periferie definibili più “normali”, piccoli quartieri popolari covati all’interno di cittadine a volte anche rinomate per un presunto benessere ambientale, sociale, residenziale e dei servizi, dove le famiglie più benestanti si concentrano nelle zone di pregio mentre la popolazione più povera si raccoglie nelle zone trasandate e nelle abitazioni popolari, quelle che chiamano “casermoni”, chi con spregio, chi quasi con affetto, perché è difficile chiamare case questi edifici che decadono tutti insieme, “contenendo” centinaia di persone nel grigiore, nella povertà e soprattutto nella tristezza.
Sobborghi ad alta densità abitativa che ospitano famiglie a forte rischio di deprivazione sociale, con i vecchi emigranti sospinti dalle nuove ondate extracomunitarie, categorie svantaggiate che in un circolo senza fine sono soggette ad allontanamento, esclusione, penalizzazione e via via spinte sempre più ai margini. Luoghi dove ogni spazio residuo - una strada cieca, un cortile interno, uno spazio sterrato, un volenteroso parco giochi per bambini - anche quando è pensato come possibile struttura di aggregazione e di socializzazione, si fa subito terra di nessuno oppure di transito per popolazioni diverse, panchine scrostate, graffiti, motorini distrutti, rifiuti di ogni genere ad ogni angolo, gente di ogni età che va e viene, diversa nell’aspetto, ma omogeneizzata a livello socio-culturale ed economico.
In ogni caso zone dalle quali è meglio stare alla larga, dice la gente che ci vive accanto, poiché vi abitano disoccupati, spacciatori, tossicodipendenti, ladri, prostitute, malfattori, delinquenti, disonesti, immigrati, abusivi... È vero: difficilmente in questi quartieri popolari si riesce a vivere con dignità, non tanto per la gente che ci abita – brave o cattive persone, come dappertutto – ma perché è la stessa tipologia di ambiente e di costruzioni che spinge le persone verso l’omologazione e quindi ad assumere comportamenti indifferenti, aggressivi, asociali. Al tempo in cui vennero edificati la metodologia costruttiva rappresentava un’assoluta novità ed i palazzoni multipiano erano visti come un segno tangibile di trasformazione sociale e culturale, passo verso la tanto attesa e sognata modernità, rottura netta sia rispetto alla cascina tradizionale, simbolo di quel mondo contadino dal quale ci si voleva allontanare, sia ai borghi sparsi in cui la vita trascorreva monotona secondo ritmi lenti e controllati. Quarto Oggiaro si distingue tra le altre zone della cintura di Milano perché costituisce un vero e proprio microcosmo, un “paese popolare” in cui si è nel tempo creata una comunità. Consente una realistica visione d’insieme di un determinato territorio, ove l’estraneo è immediatamente squadrato e classificato. Un enorme quartiere “autonomo” dal momento che – attraversandolo se ne ha la netta percezione – si organizza e risponde a leggi interne autodefinite. Sant’Eusebio si trova al confine Nord di Cinisello, verso la campagna, segnalato dal “palazzone” e dalle “cinque torri”, i due grandi interventi di edilizia residenziale pubblica ove si concentra la maggior parte della popolazione proveniente dal meridione. Il “palazzone” è un grande edificio a corte del 1973 coinvolto da tale degrado e disagio sociale, economico ed ambientale, da risultare territorio ai margini. Di fronte si ergono le “cinque torri”, con cortile interno e cancello sempre aperto “ciascuna abitata da una trentina di famiglie di cui un terzo abusive” racconta un abitante del quartiere. Qui il degrado interno rispecchia quello interno: infiltrazioni d’acqua, muffe ad ogni angolo, scale senza luci, porte rotte… Non godono ottima salute neppure gli edifici di via Turati a Bollate, subito dietro la chiesa parrocchiale, realizzati negli anni ’70 su progetto di Guido Canella. Nonostante il loro malore fisico e psicologico, la loro originalità compositiva spinge ancor oggi qualcuno a ritenerli capolavori dell’architettura del ’900, quasi che la qualità di un’abitazione in cui le persone devono mangiare, dormire e trascorrere buona parte dell’esistenza, sia cosa diversa dalla sua attitudine a farsi abitare.
Dopo le fumose ideologie egalitariste del dopoguerra, la realtà è sotto gli occhi di tutti e questi casermoni giganteschi, grigi, opachi, sgraziati, desolati risultano oggi invivibili, come dimostrano i vetri in frantumi, le macchie di umidità, i citofoni perennemente rotti, gli ascensori fuori servizio, le parti comuni disastrate, i muri ricoperti di scritte…, ma anche spaccio, teppismo, abusivismo. Territori il cui basso decoro viene letto a seconda dei casi come risultato della negligenza, del disamore e dell’ignoranza degli abitanti, oppure come causa primaria del malessere e del degrado. Probabilmente il disagio abitativo è al tempo stesso fattore di esclusione ed effetto dell’esclusione: se è vero che abitare non vuol dire solo soddisfare una serie di bisogni primari, avere un qualunque tetto sulla testa, ma anche riuscire a stabilire relazioni con l’intorno, potersi realizzare e identificare socialmente, di fatto l’alta densità del costruito e il ricorso alla standardizzazione ha soffocato individualità e diversità, ha squadrato le diverse classi economiche, sociali, culturali, di gruppi di età, etniche, rendendo con ciò difficile ogni legame tra la popolazione e di questa con i luoghi.
Eppure, come qua e là traspare, gli abitanti di costruzioni così volumetricamente massicce all’esterno, ma risicate negli spazi a ciascuno assegnati, tendono a “riorganizzare” i propri balconi e finestre per cercare respiro e vivibilità fuori dalle ristrette mura perimetrali. Ecco allora che questi piccoli spazi architettonicamente uguali vengono personalizzati da chi li abita, trasformati in veri e propri luoghi da vivere, dove la gente trascorre alcune ore della giornata a curiosare ciò che succede per strada, a leggere, a ricamare, a scambiare quattro chiacchiere con il vicino o il dirimpettaio magari stirando i panni ancora umidi o annaffiando le poche piante che sopravvivono nel grigiume. Come in ogni parte del mondo, anche qua succede di tutto: panni diligentemente stesi sui fili e trattenuti dalle mollette o semplicemente accomodati sulle ringhiere, tappeti appoggiati, scatole e scatoloni, sacchetti e sacchettini, contenitori, sedie, tavolini pieghevoli per un pic-nic in balcone, trolley appesi al muro, materiale per il fai-da-te sempre pronto all’uso come cassette degli attrezzi, scalette, pannelli di legno…, spazzatura variopinta in attesa di essere prima o poi trasferita negli appositi contenitori, ombrelloni, biciclette che aspettano la bella stagione insieme a mucchi di ruote “di riserva”, tricicli, antenne paraboliche agganciate tutte tese nella stessa direzione, ventilatori e condizionatori a buon mercato per mitigare l’afa del cemento, bandiere sventolanti, gabbie di uccellini, scope, palette, secchi e spazzoloni. Come una graminacea tra l’asfalto, la vita sembra prendere il sopravvento.

Immagini del Quartiere Quadrifoglio a Garbagnate Milanese
Servizio fotografico di Manuela Guberti


 

 

 

 

 

 
   

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