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BIOARCHITETTURA
 

Numero 44 di agosto-settembre 2005

Energia: Quale futuro?
Ugo Sasso

Come ebbe a dire nel lontano 1972 il fisico americano Alvin Weinberg, uno dei sostenitori dell’energia nucleare, la scelta nucleare comporta un “patto faustiano”: l’energia era a portata di mano, facile e abbondante purché la società nel suo complesso fosse capace di garantire sicurezza, stabilità, controllo per millenni ai depositi di scorie. Sono in molti oggi a ritenere che l’energia atomica non sia economica, né pulita, né tanto meno sicura. Questa fu del resto la convinzione della maggioranza degli italiani allorché nel 1976 si espressero con un referendum bloccando la costruzione già programmata di una serie di centrali ad uranio distribuite sul territorio. Eppure pare già di sentire le voci: che non si tratti di produzione totalmente pulita e sicura, se ne può discutere; ma affermare che venga a costare più di quel maledetto petrolio, è menzogna distillata. In realtà, come sappiamo, i conti si possono fare in molti modi, per esempio non contabilizzando gli investimenti richiesti dalle fasi di “arricchimento” dell’uranio per renderlo adatto alla fissione; oppure tralasciando i costi relativi alla periodica estrazione dai reattori del “combustibile irraggiato” e la gestione del plutonio e dei prodotti di fissione contenuti; dimenticando soprattutto i costi relativi alla sua sepoltura in maniera da avere una certa probabilità che questo materiale infernale se ne stia tranquillo per migliaia di anni, rendendolo tendenzialmente reso immune da ogni possibile calamità e vicissitudine ambientale. Se è vero che la sicurezza assoluta non esiste e che la pericolosità ubiquitaria della contaminazione atomica è tristemente nota, calcolo delle probabilità vuole che far tendere il pericolo a zero significa far salire i costi verso l’infinito.
Ed in effetti, al di là delle catastrofi di Three Mile lsland (1979) e di Chernobyl (1986) e gli altri meno noti incidenti avvenuti nei reattori e negli impianti di ritrattamento e separazione delle scorie con danni ambientali incalcolabili, il tema centrale del nucleare non può che ruotare intorno alla sistemazione del combustibile irraggiato e delle scorie: milioni di tonnellate di materiale radioattivo nel mondo da ficcare non si sa dove. Si tratta sostanzialmente dei frammenti radioattivi che si formano nella fissione dei nuclei di uranio e plutonio quando viene liberato il calore che produrrà l’elettricità, a cui aggiungere i materiali con cui è stato costruito il reattore inquinato durante gli anni di funzionamento dai nuclei radioattivi di attivazione.
Materiali da isolare per secoli da qualsiasi contatto con esseri viventi e con le acque e che nessuno sa bene dove sistemare. Tanto per dirne una, la proposta più spesso avanzata, cioè una serie di caverne nella Yucca Mountain nel Nevada, non è stata ancora approvata dalle autorità ambientali americane come deposito “eterno” di scorie radioattive. Qualcuno sostiene anche che dati e illusioni nascondano dinamiche di mercato: alcuni governi dai non molti scrupoli, magari collegati a multinazionali tese al profitto ad ogni costo, oppure a produttori di armi che non fanno altro che il loro mestiere, stanno giocando una folle partita. Pare infatti che nell’attuale congiuntura la stagnante produzione di armi nucleari abbia determinato all’industria che produce plutonio una consistente giacenza di scorte. I problemi di riconversione industriale connessi con le mutazioni del mercato – investimenti, addetti, infrastrutture, ecc. – sono conosciuti, ma in questo caso la pressione a cercare nuovi sbocchi è più forte poiché il solo mantenimento sotto controllo degli stock assorbe budget miliardari in controlli, monitoraggi, ispezioni, precauzioni e ricoveri idonei ad evitare fughe radioattive ma anche a proteggere il materiale da spie, trafficanti, terroristi. Pur ammesso che la produzione di elettricità da fonte nucleare non libera gas responsabili dell’effetto serra e dei mutamenti climatici, gli ostacoli per una ipotetica riproposizione stanno sostanzialmente nei costi, nei pericoli di indiscriminata proliferazione nucleare (una cosa è la Svizzera ed una il Bangladesh), dalla difficoltà di sistemazione perpetua delle scorie. L’ecologia si conferma scienza complessa; anzi, la scienza della complessità.

 

 

 

 

 
   

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