| |
BIOARCHITETTURA
|
Numero 44 di agosto-settembre 2005
|
Una boccata d’idrogeno
Jeremy Rifkin
Julio Verne, nel suo romanzo “l’isola misteriosa” ad un certo
punto fa chiedere da un marinaio di nome Pencroff all’ingegnere
Cyrus Smith, cosa accadrebbe se venisse a finire il carbone.
“L’acqua – risponde l’ingegnere – scomposta nei suoi elementi
costitutivi. ... Sì amici, io credo che l’acqua sarà un giorno
impiegata come combustibile, che l’idrogeno e l’ossigeno di cui è
costituita, utilizzati isolatamente o simultaneamente, offriranno
una sorgente di calore e di luce inesauribili e di un’intensità
che il carbon fossile non può dare... L’acqua è il carbone
dell’avvenire”. Era il 1874. Cinquant’anni dopo, in una lezione
alla Cambridge University del 1923, lo scienziato John Burden
Sanderson Haidane, poco più che ventenne, predisse l’idrogeno come
combustibile del futuro. L’intuizione era così rivoluzionaria da
sollevare incredulità e diffidenza: prevedeva stormi di mulini a
vento metallici che ruotando avrebbero fornito corrente ad alta
tensione a giganteschi elettrodotti. Nelle giornate ventose la
potenza in eccesso sarebbe stata accumulata nella scomposizione
elettrolitica dell’acqua in ossigeno e idrogeno, da utilizzare nei
periodi di calma di vento in motori a scoppio collegati a dinamo o
più probabilmente a celle di ossidazione. Secondo Haidane un
grande vantaggio dell’idrogeno era che la possibilità di
distribuirlo in ogni angolo del Paese consentiva la
decentralizzazione dell’industria. Queste visioni e queste
intuizioni sono divenute oggi oggetto di una febbrile attenzione
da parte dei vertici delle maggiori società energetiche del mondo,
delle case automobilistiche, delle aziende di servizi pubblici,
dei politici e di un crescente numero di organizzazioni non
governative. Phil Watts, presidente della Royal Dutch Shell, ha
informato che la Shell ha già destinato un miliardo di dollari per
finanziare la transizione dai combustibili fossili (carbone,
petrolio e gas naturale) all’economia dell’idrogeno. Frank
Ingriselli, manager della Texano, ha osservato che il movimento
ambientalista, l’innovazione e le forze del mercato stanno
spingendoci inevitabilmente verso l’epoca dell’idrogeno “chi non
seguirà questa tendenza è destinato a pentirsene.”
La frase “economia dell’idrogeno” è stata coniata dalla General
Motors, la più grande casa automobilistica del mondo, ancora nel
1970. Nel 2000 Robert Purceli, direttore gerenerale dell’Advanced
Technology Vehicles della GM, ha confermato: “il nostro scenario a
lungo termine è un’economia dell’idrogeno”.
Ma perché proprio l’idrogeno? Perchè costituisce una sorgente
energetica virtualmente illimitata, pari al 75% della massa
dell’universo e al 90% delle sue molecole. Il termine utilizzato
dagli scienziati per evidenziare il cambiamento del rapporto
carbomo-idrogeno è “decarbonizzazione”. La legna, usata per la
maggior parte della storia umana come fonte d’energia primaria,
contiene dieci atomi di carbonio per ogni atomo di idrogeno
(10/1); nel carbone gli atomi di carbonio sono il doppio di quelli
di idrogeno (2/1; il petrolio ha un atomo di carbonio ogni due di
idrogeno (1/2/1) mentre il gas naturale ne ha uno su quattro
(1/4/1). Questo significa che ogni successiva fonte energetica
emette meno anidride carbonica della precedente. Secondo l’International
Istitute for Applied Systems Analysis di Vienna, anche se le
emissioni di CO2 continuano ad aumentare, negli ultimi
centoquarant’anni l’emissione di carbonio per unità di energia
primaria consumata è diminuita di circa lo 0,3% l’anno. Se è vero
che il mondo ha progressivamente favorito gli atomi di idrogeno
rispetto a quelli carbonio, se l’evoluzione del sistema energetico
coincide con la tendenza alla “decarbonizzazione”, allora
l’idrogeno non può che rappresentare la conclusione del percorso.
Del resto l’idrogeno suscita aspettative sempre più diffuse: è la
forma più leggera e immateriale di energia, la più efficiente
nella combustione. Il percorso storico/energetico, che può anche
essere letto come un costante passaggio dal pesante al leggero,
dal materiale all’immateriale, trova paralleli progressivi nel
corrispondente alleggerimento dell’attività industriale, dalle
pesanti tecnologie legate al vapore sino alla virtualità delle
tecnologie informatiche contemporanee. In effetti la
“decarbonizzazione” significa non solo progressiva eliminazione
degli atomi di carbonio ma anche la smaterializzazione dei
combustibili, passati dallo stato solido della legna e del carbone
a quello liquido del petrolio e infine a quello gassoso del gas
naturale e dell’idrogeno. Questo passaggio ha reso più rapidi ed
efficienti i flussi di trasporto: rispetto al carbone sui carri
ferroviari, è più facile trasportare petrolio negli oleodotti e
gas naturale nelle condutture.
Se già negli anni ’30 e ’40 l’idrogeno era impiegato in Germania e
in Inghilterra come carburante sperimentale per automobili,
autocarri, locomotive, perfino sommergibili e siluri, oggi la sua
produzione mondiale è pari a circa il 10% della produzione
mondiale di petrolio. L’idrogeno trova impiego come base e materia
prima in numerosi processi di fabbricazione, dalla produzione di
fertilizzanti a base ammoniacale alla idrogenazione di oli
organici commestibili ricavati da pesce, arachidi e mais; ma la
sua considerazione come combustibile scatta solo con la prima
crisi petrolifera del 1973 allorché gli Stati Uniti e altri Paesi
cominciarono a destinare finanziamenti pubblici alla ricerca
sull’idrogeno. L’interesse, scemato proporzionalmente alla caduta
del prezzo del petrolio, riprese dopo gli allarmanti rapporti sul
riscaldamento del clima causato dalle emissioni in atmosfera da
parte dei combustibili fossili. Per geologi, climatologi e
ambientalisti la parola d’ordine divenne allora “decarbonizzazione”.
La prima casa solare autarchica che utilizzava idrogeno per
l’immagazzinamento a lungo termine dell’energia venne costruita
nel 1992 dal Fraunhofer Institut di Friburgo. Nel 1994 a Geel, in
Belgio, entrarono in circolazione i primi autobus urbani a
idrogeno. Poi nel febbraio del 1999 l’Islanda annunciò un
programma a lungo termine volto a trasformare la propria economia
sull’idrogeno attraverso una joint-venture internazionale, la
“Iceland New Energy” di cui gli islandesi controllano il 51,01%.
Secondo il suo presidente Thorstein Sigfusson, docente di fisica
all’università di Reykjavik, l’obiettivo di “Iceland New Energy” è
giungere entro 20 anni a una completa gestione dell’economia
islandese con l’idrogeno. Si parte col convertire a idrogeno il
parco automobili, poi ci si organizza per produrre con l’idrogeno
calore, luce ed energia elettrica per fabbriche, uffici e
abitazioni. Analogo progetto è in corso nelle Hawaii, col
proposito di affrancarsi dalle importazioni energetiche
dall’Alaska e dall’Asia convertendo in idrogeno l’energia
geotermica e solare che dispone in abbondanza. Hermina Monta, il
deputato che presiede la commissione legislativa per la riduzione
della dipendenza energetica delle Hawaii, afferma che obiettivo
dell’amministrazione è coprire il fabbisogno locale e vendere il
surplus alla California.
Ma se è vero che l’idrogeno è dovunque: nell’acqua, nei
combustibili fossili e in tutte le creature viventi, in realtà è
sempre combinato con qualcos’altro da cui va liberato. Appare
dunque come un veicolo di energia, una forma secondaria che deve
essere prodotta, come l’elettricità. Ci sono diversi modi per
produrlo. Oggi, gran parte dell’idrogeno prodotto nel mondo è
estratto dal gas naturale (ma anche da carbone gassificato, con
costi più elevati) attraverso un processo che libera atomi di
idrogeno e ha come sottoprodotto anidride carbonica. Secondo
alcuni in futuro (fra una decina d’anni) sarà possibile isolare e
rimuovere l’anidride carbonica generata nella conversione e
immagazzinarla in siti sotterranei. Ma, se come alcuni geologi
prevedono, il picco della produzione globale di gas naturale si
verificasse intorno al 2020, l’idrogeno dovrà essere prodotto da
altre fonti. Infatti secondo l’Energy Power Research Institute,
l’introduzione nei prossimi vent’anni di centinaia di nuove
centrali alimentate a gas naturale porterà la generazione
elettrica dal metano a coprire fra il 15 e il 60% del totale,
portando via via i prezzi del metano alle stelle. Se pare
insensato puntare sul gas per la produzione di idrogeno, bisogna
allora ricorrere all’elettrolisi, sistema ben conosciuto ma non
molto utilizzato perché richiede elettricità, che determina un
costo fino a tre o quattro volte superiore a quello dell’idrogeno
ricavato dal metano. La vera domanda diventa allora: è possibile
trovare forme d’energia rinnovabili – fotovoltaica, eolica,
idroelettrica e geotermica – capaci di generare ad un prezzo
accettabile l’elettricità necessaria al processo elettrolitico
richiesto per scindere l’acqua in idrogeno e ossigeno?
Il primo caso di sfruttamento su larga scala dell’energia solare
per la produzione di elettricità risale agli anni ’80 nel deserto
di Mojave, fra Las Vegas e Los Angeles, ove furono costruiti
specchi parabolici per catturare i raggi solari in impianti
fotovoltaici che ancor oggi forniscono 354 megawatt di elettricità
ad abitazioni e fabbriche della regione. I 48 milioni di dollari
investiti per fornire elettricità da impianti solari a 400.000
abitanti di centocinquanta villaggi nell’isola di Mindanao
(Filippine) costituisce l’iniziativa di questo tipo più importante
al mondo: anche se i costi sono oggi tra due a cinque volte più
alti rispetto a elettricità a prodotta in impianti a combustibili
fossili, sono previsti prossimi avvicinamenti consentiti da
innovazioni tecnologiche ed economie di scala. 2,5 milioni di
dollari ha assorbito invece il primo impianto statunitense per la
produzione di idrogeno da energia fotovoltaica, inaugurato a San
Segundo in California il 26 settembre 1995. L’elettrolizzatore
produce tra i 370 e i 500 metri cubi di idrogeno al giorno che
viene quindi compresso, essiccato e stivato. Alcuni vertici della
Shell e della British Petroleum hanno sostenuto che in meno di 50
anni il 50% del totale della domanda mondiale di energia sarà
soddisfatto dall’energia solare e da altre fonti rinnovabili.
Andiamo per ordine. Dal punto di vista strettamente economico, la
forma di energia rinnovabile più efficiente è quella eolica tanto
che calcoli alla mano il Department of Energy degli Stati Uniti
sostiene che in alcune aree l’energia eolica è già oggi
competitiva con quella generata nelle centrali a gas naturale. Più
in generale, se nei prossimi anni il costo dell’energia eolica
scendesse al di sotto di 1,5 centesimi di dollaro per kilowattora,
l’idrogeno generato elettroliticamente ricorrendo all’energia
eolica risulterebbe concorrenziale con la benzina. L’industria
dell’energia eolica è uno dei segmenti del mercato mondiale in
maggiore espansione e l’European Wind Association prevede che
entro il 2020 l’energia eolica produrrà il 10% dell’elettricità
oggi consumata nel mondo. In Danimarca il vento fornisce oggi il
14% dell’elettricità generata nel Paese ed il 15% in alcune
regioni settentrionali della Germania. Uno studio stima che il
potenziale di generazione eolica lungo le coste del Baltico e del
Mare del Nord è sufficiente a coprire le necessità energetiche
dell’intera Europa continentale. Ma anche i Paesi in via di
sviluppo stanno espandendo la propria capacità di generazione
eolica: l’India è uno dei cinque maggiori produttori di energia
eolica ed entro il 2030 produrrà 10 Gw di energia elettrica eolica
a copertura del 25% dell’attuale fabbisogno nazionale. Altra
potenziale fonte d’energia rinnovabile per la produzione di
idrogeno è l’energia idroelettrica, che già oggi copre circa il
19% del fabbisogno elettrico mondiale. L’energia geotermica copre
oggi solo lo 0,1%, ma ha un enorme potenziale. Aree geotermiche si
trovano nel Pacifico, in India, nel Sudest asiatico, lungo le
coste della Cina e del Giappone, sulle coste occidentali del
Canada, degli Stati Uniti e dell’America meridionale, in alcune
zone del Mediterraneo, in Russia e in Africa orientale. L’Islanda
e le Hawaii si affiderano sempre più all’energia geotermica per
ottenere l’elettricità necessaria alla produzione elettrolitica
dell’idrogeno. Anche i rifiuti agricoli e industriali, sottoforma
di biomasse, possono essere utilizzati per generare elettricità.
Per compensare le emissioni di CO2 generate dal processo di
gassificazione delle biomasse, si potrebbe piantare un numero di
alberi ad equivalente assorbimento.
Ma c’è un punto che va ribadito: ogni ipotesi fondata su fonti
energetiche rinnovabili è vana se non si ricorre all’idrogeno come
veicolo di immagazzinamento dell’energia: quando il sole non
splende, il vento non soffia, l’acqua non scorre, non si può
generare energia elettrica e il sistema si blocca. Il sistema più
efficiente per ottenere elettricità dall’idrogeno risiede nelle
celle a combustibile. Le celle a combustibile sono come le
batterie ma mentre queste ultime progressivamente si scaricano, le
celle a continuano a generare elettricità finché dall’esterno
vengono forniti combustibile e ossidante. Una cella a combustibile
è costituita da un anodo negativo e da un catodo positivo e da un
elettrolito che permette agli atomi di idrogeno, caricati
elettricamente, di passare dall’anodo al catodo. Una cella a
combustibile funziona secondo un processo inverso a quello
dell’elettrolisi, non ha parti in movimento, è silenziosa ed è
fino a 2,5 volte di ogni motore a combustione interna. Gli unici
prodotti che genera sono elettricità (corrente continua), calore e
acqua distillata. Una cella a combustibile delle dimensioni di un
frigorifero può fornire fino a 50 kilowatt di elettricità, cioè
quanto basta per una palazzina.
L’economia dell’idrogeno è dunque all’orizzonte e molte delle più
importanti strutture di settore prevedono che l’economia
dell’idrogeno e la relativa rete energetica mondiale
rappresenteranno la prossima, grande rivoluzione nel mondo
imprenditoriale. Quanto rapidamente vi giungeremo dipende dalla
determinazione a lasciarci alle spalle l’era del petrolio con i
suoi costi diretti e indiretti. Se è vero che il processo di
costruzione di una nuova economia energetica fondata sull’idrogeno
sarà difficile e costoso, è anche vero che in questo momento
possediamo gli strumenti e la ricchezza per iniziarlo. Del resto
il mondo di Internet e del Web, che ha cambiato il modo di operare
delle aziende e di comunicare delle persone, è stata costruito in
soli 10 anni. Buon lavoro.
Testo raccolto da Wittfrida Mitterer durante il convegno “L’era
dell’idrogeno” tenutosi a Bolzano il 9.6.2005 su iniziativa
dell’assessore provinciale all’ambiente Michl Laimer, nell’ambito
della Fiera Mondiale dei veicoli a gas naturale e idrogeno.





|
|