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BIOARCHITETTURA
 

Numero 44 di agosto-settembre 2005

Vuoto belvedere
Il padiglione di lotus hill

Ginevra De Colibus

Lotus Hill già nel nome evoca profumi e colori ricchi di fascino e suggestione. Siamo sulla verdeggiante collina di Shenzhen, città tropicale nel sud della Cina. Qui il Deng Xiao Ping Memorial, un ampio piazzale sulla parte più alta del pendio boscoso, offre ai visitatori di abbracciare con un unico sguardo l’affascinante vista del parco dei fiori di Loto e la città sottostante. Ma accanto allo spiazzo erboso rigorosamente calibrato serviva anche qualcosa che riuscisse a catalizzare l’attenzione, chiarisse come qui davvero succede qualcosa di assolutamente speciale. Così in questo luogo, a pochi passi dalla piazza, l’architetto Xiaohua Fei ha realizzato il belvedere del parco. L’edificio, quasi rintanato nella foresta, pare galleggiare sul terreno come un nido accogliente. Le sue ridotte dimensioni (in tutto solo 78 metri quadrati) così come la sua apparentemente scarsa funzionalità – di fatto ha lo scopo di consentire ai visitatori di inquadrare, attraverso i tronchi degli alberi, alcuni scorci particolarmente panoramici e coinvolgenti della parte est della città - non intaccano la forte immagine complessiva dei volumi. Si pone anzi ad un tempo rispettoso dell’ambiente naturale circostante, etereo, trasparente, aggraziato, raggiungibile solo attraverso un ponte leggermente ricurvo collocato sul lato ovest, un percorso riparato e fresco che costituisce esso stesso apprezzato luogo di sosta. Come spesso succede nell’architettura orientale, tesa a condensare nel dettaglio un mondo simbolico, Xiaohua Fei si concentra sui particolari senza perdere di vista la percezione – variabile e mutevole – dell’insieme. Ad esempio gli elementi in vetro che formano l’involucro verticale del belvedere non si congiungono al tetto; rimangono invece scostati nella parte superiore, fissati alle bianche colonne di acciaio che sorreggono la copertura attraverso alcuni semplici perni che forano l’intero spessore della parete. In questo modo viene conquistata un’insondabile sensazione di leggerezza ma al contempo si incanalano le correnti garantendo l’utile ventilazione naturale sia verticale sia orizzontale dello spazio interno. Alle eleganti travi a sbalzo della copertura viene contemporaneamente affidata anche la funzione di schermatura frangisole. Per finire, un piccolo accorgimento, capace di acuire la sensazione di piacevolezza, movimenta e struttura l’ambiente interno: la smerigliatura delle lastre di vetro che racchiudono l’ambiente lascia scoperti dei pattern trasparenti sparsi qua e là sulla superficie – in sapiente e calibrata casualità – quasi a ripercorrere e simulare il delicato movimento delle foglie, del vento o della pioggia di primavera. La sempre rinnovata combinazione fra la discesa danzante dei pattern trasparenti a forma quadrata ricavati nei pannelli in vetro e gli slanciati pilastri in acciaio verniciato bianco, in qualche modo ricrea, nell’immaginario dei visitatori, il gruppo di alberi di cui il piccolo padiglione ha preso il posto. E forse, in questo rifugio silenzioso e nascosto, l’architetto è riuscito a reiterarne l’immagine nel ricordo. Dentro il padiglione non c’è nulla; i visitatori possono concentrarsi sui chiaroscuri del paesaggio circostante, intravederne il divenire attraverso i disegni trasparenti, sentirsi “culturalmente” immersi nella natura. Il succedersi delle aperture non impedisce il fluire dei rumori, dei suoni, dei trilli e delle voci e quindi l’appartenenza all’esterno.

 

 

 

 

 

 

 
   

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