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BIOARCHITETTURA
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Numero 44 di agosto-settembre 2005
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Omissioni ed emissioni
Sara Gracci
Se il clima è definito nella pratica dalle condizioni
meteorologiche medie (ovvero temperatura, precipitazioni, vento,
umidità) considerate per un arco di tempo di almeno trent’anni,
nell’attività di ricerca scientifica esso viene definito come lo
stato di equilibrio energetico tra flusso di energia solare
entrante e flusso di energia uscente dal nostro Pianeta. Stando
alle stime più recenti, l’età della Terra è pari a circa 5
miliardi di anni ed è ormai accertato che, sin dalle sue origini,
il Pianeta abbia subito un alternarsi di periodi freddi –
culminati in diversi episodi di glaciazione durati anche milioni
di anni – e periodi di clima temperato o caldo, lunghi centinaia
di milioni di anni. Continue oscillazioni, poi, sono sempre state
la norma, così come dimostrano le piccole glaciazioni, di minore
intensità e di breve durata, che avrebbero a loro volta interrotto
i lunghissimi periodi caldi, modificando lentamente la superficie
della Terra, ma soprattutto condizionando la vita degli organismi
che la abitavano. Ad ogni variazione piante, animali e uomini
hanno dovuto trovare nuove forme di adattamento, spesso migrando
in cerca di ambienti più ospitali. I dati disponibili permettono
agli studiosi di avvalersi di informazioni più dettagliate
riguardo al clima dell’ultimo milione e mezzo di anni, ovvero
quella che i geologi definiscono Era Quaternaria. è in questa Era,
caratterizzata da quattro glaciazioni maggiori e tre fasi
interglaciali, che i continenti assunsero la conformazione attuale
e apparve l’uomo moderno. L’ultima glaciazione ha permesso la
diffusione dell’uomo su tutto il pianeta grazie a corridoi di
terra emersa sorti a causa dell’abbassamento del livello del mare.
Finita l’era glaciale – circa 18-20 mila anni fa – il clima tornò,
con diverse oscillazioni, ad essere più caldo e umido. Intorno al
6000 a.C. sulla regione del Sahara si rovesciarono grandi quantità
di pioggia che andarono a formare i grandi fiumi, i cui letti sono
ancora oggi visibili. Poi, intorno al 3000 a.C., le precipitazioni
diminuirono e il Sahara tornò ad essere una regione arida e
inospitale. In epoca greco-romana, le oscillazioni tra caldo e
freddo si fecero più frequenti ma meno ampie; i primi secoli
dell’era cristiana sembrano essere caratterizzati da un clima mite
ma arido, mentre il Medioevo appare come un periodo caldo ben
definito e ciò è confermato dal fatto che in Inghilterra si
producesse vino, 500 chilometri più a Nord rispetto a oggi. Poi
intorno al 1200 termina l’optimum climatico medievale e comincia
quella che i climatologi chiamano “Piccola età glaciale”, che
culmina nel 1816 ricordato come “l’anno senza estate”. A metà
ottocento le temperature cominciano nuovamente ad aumentare,
inaugurando un periodo caldo che dura ancora oggi.
Effetto serra
Fenomeno naturale determinato dalla capacità dell’atmosfera di
trattenere sotto forma di calore parte dell’energia che proviene
dal Sole, l’effetto serra, come aveva già intuito Fourier, è
dovuto alla presenza nell’atmosfera di alcuni gas, detti appunto
“gas serra”, che “intrappolano” la radiazione termica emessa dalla
superficie terrestre riscaldata dal Sole. Proprio come i vetri di
una serra, infatti, l’atmosfera è trasparente alla radiazione
solare proveniente dal Sole, e parzialmente “opaca” a quella
termica emessa dalla superficie terrestre. Grazie a questo
fenomeno, la temperatura media della Terra rimane intorno ai 15
°C, contro i -19 °C calcolati in assenza dei “gas serra”. I gas
maggiormente responsabili di tale fenomeno, oltre al vapore
acqueo, principale gas serra naturale, sono la CO2,
il metano CH4 e l’ NO2
(protossido di azoto).
L’anidride carbonica (CO2), uno dei
principali composti del carbonio, è presente in natura in quattro
grandi “serbatoi”:
• la biosfera, nella quale il carbonio è presente nelle molecole
organiche (lipidi, glucidi, ecc.) (3.100 miliardi di t o Gt);
• gli oceani, nei quali il carbonio è disciolto sotto forma di
carbonati e bicarbonati (40.000 Gt);
• la geosfera, dove il carbonio si presenta essenzialmente sotto
forma di calcare e di combustibili fossili (rispettivamente 40.000
e 12.000 Gt);
• l’atmosfera, dove il carbonio è presente sotto forma di CO2.
(600 Gt).
Questi serbatoi sono legati tra loro da importanti scambi che nel
loro insieme costituiscono il “ciclo del carbonio”:
• gli organismi vegetali utilizzano la CO2.
atmosferica per produrre materia organica attraverso la
fotosintesi clorofilliana; la quantità di carbonio così fissata
ogni anno è notevole (100 Gt per anno); il carbonio è poi riemesso
dagli ecosistemi attraverso la respirazione di piante e animali;
• la CO2 atmosferica entra negli oceani per
diffusione e viene convertita in forme diverse; ad esempio viene
fissata da alcuni organismi che la utilizzano per costruire i
propri gusci che, alla morte dell’animale, si depositano sul fondo
degli oceani a formare vasti depositi di materiale calcareo;
• gli organismi vegetali e animali decomponendosi in condizioni
anaerobiche hanno formato grandi depositi di combustibili fossili.
Il carbone, il petrolio e il gas naturale sono infatti
essenzialmente formati da composti del carbonio.
In breve, la fotosintesi sottrae anidride carbonica all’atmosfera
facendo passare il carbonio dall’ambiente abiotico agli organismi
viventi. Da questi ultimi ritorna all’acqua o all’atmosfera
attraverso la respirazione cellulare, la combustione e l’erosione.
Il bilancio naturale del ciclo del carbonio, in assenza di
attività dell’uomo, è pressoché in pareggio.
Il metano (CH4) si produce dalla degradazione di materiale
organico in assenza di ossigeno (anossia). Esso viene naturalmente
emesso da mangrovie e paludi, mentre le emissioni dovute alle
attività umane provengono essenzialmente dalle perdite di gas
naturale e di altri combustibili fossili durante l’estrazione e il
trasporto, dalla combustione di biomasse, dall’agricoltura e dalla
zootecnica, e infine dalle discariche.
Il protossido di azoto (NO2) è un gas serra
molto potente e con un tempo di permanenza in atmosfera piuttosto
elevato (120 anni), ma con una bassa concentrazione; le principali
fonti antropiche di emissione derivano dai fertilizzanti azotati
usati in agricoltura e in alcune produzioni industriali.
CFC, HFC, CF4, sono dei composti chimici a base di carbonio che
contengono cloro, fluoro, iodio o bromo. Con il Protocollo di
Montreal (1987) è stato vietato l’uso di una serie di sostanze tra
le quali i clorofluoro-CFC-carburi (responsabili del buco
nell’ozono) e quindi si è arrivati ad una diminuzione della loro
concentrazione; ma anche i prodotti sostitutivi (HFL e CF4) sono
potenti gas serra.
Dalle radiazioni solari entranti solo il 45% viene assorbito dalla
Terra: il 25% infatti viene riflesso dall’atmosfera, il 5% dalle
superfici riflettenti della Terra (ghiacciai, oceani), mentre il
25% viene assorbito dall’atmosfera che lo rimette sotto forma di
radiazione infrarossa (calore). Anche la Terra emette energia come
radiazione infrarossa, di questa il 4% viene irradiata
direttamente nello spazio, il 100% viene invece assorbita dai gas
serra e viene poi re-radiata dall’atmosfera terrestre (88%).
Quest’ultimo valore rappresenta l’effetto serra. La superficie
della Terra emette energia anche attraverso l’evaporazione (24%) e
le correnti termiche (5%); questa energia viene assorbita
dall’atmosfera e poi rimessa sottoforma di radiazione infrarossa.
Le emissioni in atmosfera di grandi quantità di gas serra
originate da attività umane stanno generando un effetto serra
aggiuntivo a quello naturale, che altera tutti gli equilibri del
sistema climatico. Tali emissioni infatti modificano costantemente
la composizione dell’atmosfera, introducendo nuove sorgenti di gas
serra e interferendo con i serbatoi naturali. Esse derivano in
misura maggiore dal consumo e dalla combustione di fonti fossili,
ma anche da alcune produzioni industriali, dall’agricoltura,
dall’allevamento e dalla gestione dei rifiuti. A tale fenomeno si
affianca la diminuzione degli assorbitori di gas serra dipende a
causa della distruzione o del cambiamento d’uso, delle superfici
forestali in grado di assorbire CO2. Nel
1995 l’82% di emissioni di gas serra furono imputabili a CO2.
e solo per il 12% a metano, il 4% a NO2 e il
rimanente 2% alle emissioni di HCFC e PCF. Al fine di valutare il
contributo dei differenti gas all’effetto serra, è necessario
considerare tre parametri:
• la loro concentrazione in atmosfera;
• il forcing radioattivo di ciascun gas, ovvero la diversa
capacità di intrappolare l’energia che va dalla Terra verso lo
spazio;
• il tempo medio per il quale un certo gas rimane in atmosfera,
ovvero la persistenza (ovviamente se un gas serra rimane in
atmosfera per poco tempo avrà un effetto minore di un gas serra
che vi rimane a lungo).
Per poter rendere possibile il confronto tra gas con differenti
caratteristiche è stato sviluppato un metodo che permette di
valutare i diversi gas evidenziando il loro potenziale di
riscaldamento globale (GWP), tenendo dunque conto del tempo di
permanenza in atmosfera, della concentrazione e del forcing
radioattivo; il GWP è una misura dell’effetto serra relativo di un
gas utilizzando come gas di riferimento l’anidride carbonica.
Secondo l’UNFCCC (Segretariato delle Nazioni Unite sui cambiamenti
climatici) già nel 1998 la maggior fonte di emissione proveniva
dall’uso di fonti di energia fossile (96,7%). All’interno di
questa categoria sono le industrie energetiche ad occupare la
quota più importante (39,1%), segue poi il settore dei trasporti
(26,7%). L’anidride carbonica è dunque il principale gas ad
effetto serra di origine antropogenica e il principale
responsabile delle emissioni di gas serra è il settore energetico.
Le emissioni di CO2. legate al settore
energetico dipendono sia dal livello della domanda di energia sia
dalle fonti utilizzate. Non tutti i combustibili, infatti,
emettono la stessa quantità di CO2: a parità
di energia termica prodotta, il gas naturale ne emette quasi la
metà del carbone.
Come si può notare, in tabella non compaiono solo i gas serra. Per
esempio il vapore acqueo, pur rappresentando il principale
componente dell’effetto serra, indispensabile per la vita sulla
Terra, non è menzionato perché la sua concentrazione, molto
variabile, non risente direttamente delle attività umane. Anche
l’ozono contribuisce in modo sensibile al riscaldamento globale ma
risulta distribuito in modo disomogeneo, concentrandosi
soprattutto in corrispondenza di grandi aree urbanizzate e
industrializzate, dove si genera per reazioni fotochimiche in
presenza di inquinamento atmosferico. Al contrario, la diminuzione
dell’ozono stratosferico, che notoriamente ci espone ad un
maggiore irraggiamento ultravioletto, produce un modesto effetto
di raffreddamento climatico. Il Protocollo di Montreal, se attuato
completamente, dovrebbe alla lunga porre termine sia alla
diminuzione dell’ozono stratosferico sia agli effetti climatici
connessi. I principali gas serra le cui concentrazioni sono
aumentate a seguito dell’attività antropica successiva all’inizio
dell’era industriale sono: l’anidride carbonica (CO2),
il metano (CH4), il protossido di azoto (N2O).
Gli altri composti sono gas di sintesi, come i clorofluorocarburi
e altri alogenati. I più noti sono: PFC, HFC, SF6, prima
totalmente assenti in atmosfera e introdotti solo recentemente
dalle attività industriali. E, del resto, non a caso proprio dal
1860 il riscaldamento medio globale misurato è pari a circa 1 °C,
mentre dall’inizio del ’900 risulta di 0,6 °C, con un incertezza
di ± 0,2 °C. Si tratta di valori che non hanno eguali nell’ultimo
millennio. Gli anni ’90 sono stati i più caldi del millennio: il
1998 e il 1997 si collocano rispettivamente al primo e al secondo
posto di questa classifica sicuramente poco lusinghiera. Il tasso
attuale di riscaldamento alla superficie è pari a 0,15 gradi per
decennio. Questo riscaldamento viene confermato su tutto lo
spessore dei primi ottomila metri di atmosfera ed è riscontrabile
a tutte le scale, da quella mondiale a quella europea. Le
variazioni maggiori sono state registrate nell’emisfero nord alle
latitudini più elevate (circolo polare artico, Europa, Asia,
America) con incrementi della temperatura nel corso dell’ultimo
decennio di 3 - 5 °C rispetto al secolo precedente. Per lo stesso
periodo gli incrementi si riducono a 0,5 °C all’equatore, mentre
nessuna variazione significativa caratterizza l’emisfero australe.
In particolare nell’ultimo secolo, alla scala continentale
europea, pur con delle differenze talvolta notevoli, la maggior
parte delle aree hanno mostrato aumenti di temperatura sino a 0,8
°C. L’aumento non sembra essere costante per tutto il secolo ma
registra un picco fino al 1940, una successiva flessione sino al
1970 e un nuovo drastico aumento dagli anni ’70 ad oggi. Queste
caratteristiche sono evidenti maggiormente alle medie e alte
latitudini. Durante gli anni ’90 il riscaldamento è stato molto
elevato, con aumenti variabili tra 0,25 e 0,5 °C in soli dieci
anni. Oltre a fare più caldo di giorno fa anche sempre meno freddo
di notte: nell’ultimo secolo l’aumento delle temperature minime è
risultato pari al doppio di quello delle temperature massime. Se
ne deduce che nel nostro emisfero è in atto un accorciamento della
stagione fredda, con conseguente riduzione dell’innevamento e un
forte regresso della superficie dei ghiacciai sia sulle montagne
sia nell’Artide, dove lo spessore della calotta polare risulta
diminuito del 40%.
Inoltre, nel corso degli anni ’90, si è osservato mediamente un
aumento delle precipitazioni alle latitudini elevate (tra lo 0,5 e
l’1 % per decennio), e una riduzione alle medie e basse latitudini
(-0,3 / -0,5 % per decennio). In Europa centro-settentrionale,
buona parte dell’aumento delle precipitazioni annuali sembra
derivare da un aumento delle stesse durante la stagione invernale
e primaverile, mentre sembrano diminuire quelle della stagione
estiva. Come tutti ci rendiamo conto, nel bacino del Mediterraneo
è significativa a partire dalla fine degli anni 50 ad oggi la
diminuzione delle precipitazioni durante tutte le stagioni. Pare
attribuibile alla barriera orografica delle Alpi la tendenza delle
precipitazioni che risultano in aumento nell’Europa continentale
(a nord delle Alpi) e in diminuzione nell’Europa mediterranea.
Oltre che nelle quantità, le piogge sembrano aver mutato anche le
modalità con cui si verificano: nelle regioni tropicali e
subtropicali si denota un aumento dei giorni con pioggia intensa
(alle medie ed elevate latitudini la frequenza delle piogge
intense è aumentata dal 2 al 4%) ed una riduzione del numero di
giorni piovosi. Per quanto riguarda l’Italia, è stato registrato
un aumento significativo del numero di giorni fortemente piovosi
(più di 25 mm al giorno) e la diminuzione di quelli con pioggia
debole (meno di 25 mm). Le conseguenze dirette di tale andamento
sono: da una parte la maggiore incidenza delle situazioni di
alluvione causate da forti piogge (su cui naturalmente incide
anche la gestione del territorio); dall’altra, una progressiva
tendenza alla desertificazione causata da periodi asciutti sempre
più prolungati e dall’aumento delle temperature, che determinano
maggiori consumi idrici da parte della vegetazione. Anche i
ghiacciai si ritirano – più del 10% della superficie dal 1960 ad
oggi – con una riduzione di 2 settimane del periodo di
congelamento dei laghi alle medie e alte latitudini e una
riduzione del 10 – 15% dei ghiacciai estivi nei mari del nord.
Buon compleanno.





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