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BIOARCHITETTURA
 

Numero 44 di agosto-settembre 2005

Viva la città
Ugo Sasso

Non c’è un termine italiano corrispondente; potremmo dire che la città si stravacca, esplode, si sfascia, deborda, schizza come quando si schiaccia un pomodoro troppo maturo. Per descrivere l’insieme di piccoli e grandi insediamenti sparsi sul territorio, a caso destinati alla residenza, al commercio o al divertimento, mescolati a discariche, centri di rottamazione, fabbriche e fabbrichette, centri commerciali e grandi magazzini, in inglese si usa la parola sprawl, dal verbo to sprawl che significa sdraiarsi in maniera scomposta. L’analisi del fenomeno é chiara (nell’analisi dei fenomeni non ci batte nessuno, cosa che peraltro non pare aiuti ad orientare le scelte) e quindi le cause della dispersione sono note. Da un lato la diffusione dei nuovi stili di vita: se tutti devono prendere la macchina per andare a lavorare e tornare a casa, viene spontaneo usare l’auto anche per andare a fare la spesa, una volta alla settimana, nei grandi centri commerciali; e così anche la sera, per rilassarsi, bisogna spostarsi su quattro ruote per andare in centro (e i parcheggi?) o, più facile, raggiungere i capannoni del divertimento zeppi di multisale, pizzerie, paninoteche, sale giochi, giovani. Nella stessa direzione spingono le logiche economiche, con i mutamenti produttivi che vedono sconfitta la grande industria e insieme la sua logica autarchica e totalizzante, via via sostituita dalla rete di imprese piccole e medie altamente specializzate, sparse qua e là ma collegate in rete per consentire il prodotto finito; poi le regole della rendita che permettono a uffici, banche, studi professionali, unici in grado di sostenere i vertiginosi costi di affitto e di acquisto, di sloggiare gli abitanti dai centri urbani.
Nello stesso modo l’abbandono della città da parte dei residenti diventa speculare al fenomeno delle campagne che si urbanizzano: con i bei soldi recuperati dall’immobile ereditato o comprato anni or sono e il cui valore si è moltiplicato al di là di ogni previsione, gli abitanti del centro possono finalmente permettersi di acquistare una villetta unifamiliare oppure un appartamento soleggiato con garage sottostante in un quartiere residenziale a bassa densità (magari venduto dall’impresa come ecologico) costruito nel bel mezzo del verde, là dove fino a ieri c’erano terreni agricoli. Se nel 2001, su un totale di 25 milioni di edifici, c’erano in Italia 7,5 milioni di abitazioni unifamiliari; negli ultimi anni seguono questa tipologia più della metà delle nuove case. Nell’area napoletana, sino ad un paio di decenni fa tra le più rigogliose del Pianeta e ora tra le più urbanizzate, un piano provinciale autorizza la prossima urbanizzazione di 25.000 ettari, sui 60.000 ettari coltivabili residui. Nel Veneto stanno sparendo le immagini e persino le tracce del paesaggio agrario che fu di Cima da Conegliano e Giovanni Bellini, sostituito da una marmellata di costruzioni che sàturano lo spazio contribuendo ora a determinare il rallentamento dei ritmi di crescita economica di un’area un tempo presa a modello per la sua dinamicità.
Tutte le analisi confermano che questa spalmatura urbana costituisce il più efficace (in negativo) sistema per dissipare le risorse territoriali, ambientali, energetiche, finanziarie, nato dall’assenza di regole, dall’anarchia, dall’individualismo. I costi sono enormi. Intanto costi ecologici. Non è solo appurato che una casa isolata consuma molta più energia per riscaldarsi rispetto a una casa in condominio (come la mettiamo con le casette tipo Heidi, ma certificate ecologicamente da Casaklima?); c’è la distruzione di aree naturali e il consumo sconsiderato di preziosi suoli agricoli – risorse non più riproducibili – il degrado dell’ambiente sporcato da rifiuti di ogni genere, l’inquinamento e la congestione del traffico prodotto da merci e persone che tutti i giorni pendolano prima di qua e poi di là, un fiume di macchine che ogni mattina raggiunge il centro della città e la sera torna verso l’immenso territorio urbanizzato. Anche qui: più macchine non significa solo più inquinamento ma anche più tempo trascorso nella solitudine della propria auto, l’acquisizione di abitudini scorrette, la percezione di un mondo diverso, la modifica delle gerarchie e delle priorità (vale più un parcheggio sotto casa che i colori dell’arcobaleno), la tragedia determinata da tutte queste nuove forme di segregazione e di isolamento.
Non abbiamo dunque speranza? Francesco Indovina, docente di urbanistica allo Iuav di Venezia, autore già nel 1990 del testo La città diffusa, premonizione e denuncia del fenomeno, sostiene oggi che accanto alla dispersione è possibile assistere anche a dinamiche che potremmo definire di metropolizzazione. Se la struttura compatta della città storica rappresenta il mondo chiuso definito dalla città classista, ad un tempo segmentata e disgiunta, difensiva e aggressiva, la città diffusa rimane potenzialmente aperta a forme di integrazione e quindi a fatti innovativi. In qualche caso assistiamo a imprevisti fenomeni di polarizzazione con i vari pezzettini fuggiti all’influenza del perimetro urbano consolidato e persino alle aree delle periferie massicce anni ’60 e ’70, che tendono a ricucirsi, ricomporsi, a produrre quelli che potremmo definire grumi di città, rinnovate nicchie ecologiche della specie umana. Si tratta di situazioni insolite consentite dall’intrecciarsi degli scambi economici ma anche dalla continua emergenza di relazioni sociali, dalla riproposizione contraddittoria ma efficace di incroci culturali. Cioè, in risposta a pulsioni culturali e sociali elementari, da qualche parte l’idea urbana starebbe rispuntando. Morta la città, viva la città.

Case popolari a Quarto Oggiaro
Servizio fotografico di Manuela Guberti


 

 

 

 

 

 
   

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