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BIOARCHITETTURA
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Numero 45 di ottobre-novembre 2005
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Contagiati dalla paglia
Giovanni Sasso
L’informazione era, lanciata su internet, in un sito di
agricoltura biodinamica: nella campagna di Portogruaro, nei pressi
di Venezia, si sarebbe tenuto il workshop residenziale capitanato
da Barbara Jones. Come scoprii di lì a breve, Barbara è una
carpentiere inglese dello Yorkshire formatasi nella costruzione di
tetti in paglia – i tipici tatch inglesi – e che ora gira il mondo
ad insegnare come ci si costruisce con pochi mezzi e soldi una
casa in paglia. Prima lezione: la favola dei tre porcellini l’ha
inventata la lobby del cemento. In una settimana, finito di
lavorare e dopo mangiato, sera dopo sera abbiamo imparato le
caratteristiche positive della paglia e la sua lunga tradizione
applicativa. La ricostruzione della lunga e collaudata storia
delle costruzioni in paglia è appena agli inizi. Per il momento la
più antica casa in paglia conosciuta risale al 1915, in Francia,
ma nessuno lo sospettava prima dei lavori di ristrutturazione. In
diversi stati del mondo – ad esempio Svizzera, Inghilterra,
Francia, California – sono stati realizzati edifici fino a tre
piani in balle di paglia portanti, senza alcuna ulteriore
struttura di sostegno. Il principio è di far lavorare la muratura
a sola compressione, con il solaio sovrapposto al giro di muri
inferiore ed incastrato con quello superiore. Ma per lo più la
paglia svolge egregiamente il solo ruolo di tamponamento,
lasciando ad una semplice ma flessibile struttura in legno –
solitamente baloon frame – il ruolo strutturale. È il caso
sperimentato in questa occasione. Per iniziare abbiamo scaricato
un camion a rimorchio carico di balle sufficienti a chiudere i due
piani di casa in legno. Una trentina di persone provenienti da
tutto il mondo – portatrici delle formazioni più disparate ma con
poche informazioni sull’edilizia e sulle strutture in paglia –
hanno concluso il compito In soli sei giorni. Le balle, in genere
di dimensioni 50x100x40 centimetri, risultano maneggiabili anche
da una sola persona, che è in grado di prenderle, sollevarle,
spostarle, collocarle in opera. Per risultare idonee all’impiego
edile è importante che durante la loro produzione siano state ben
compresse. Così per creare incassi per angoli o accogliere
pilastri o altri elementi possono essere semplicemente tagliate a
mano con una sega da legno; utilizzando due legacci possono essere
ulteriormente suddivise in sottomultipli idonei per situazioni più
minute. Piccoli aggiustamenti dimensionali vengono invece
realizzati a mano facendo slittare la paglia sotto i legacci nella
direzione voluta. È importante che le balle non vengano mai a
contatto diretto con superfici umide o fredde che possano generare
condensa. Al di sotto del primo corso di balle va quindi collocato
uno strato di ghiaia ben drenante, delimitata da due listelli di
legno poggiati sul piano di fondazione. Conclusa la fila più alta
del muro, si procede con lo “stuffing”, cioè si saturano con del
materiale sciolto i buchi rimasti. Situazioni in cui le pareti
tendono ad imbarcarsi possono essere corrette a muratura terminata
posizionando ai due lati opposti dei listelli di legno o di bambù,
che vengono legati insieme e tirati fino ad annegare all’interno
della paglia e raddrizzare il muro.
Concluso il tamponamento del perimetro di un singolo piano, il
muro và messo in compressione in maniera da renderlo rigido quanto
il suo equivalente il laterizio. Le procedure di compressione sono
svariate: si può procedere passando delle funi intorno al muro, da
sopra a sotto, e quindi tirantarle con apposita carrucola; oppure
– come nel nostro caso – prevedere nella struttura del piano, in
testa a ogni singolo pilastro, una serie martinetti a vite senza
fine che vanno stretti sino ad abbassare di circa 15 centimetri
tutta la struttura. Le differenti procedure, applicabili alle
singole fasi, evidenziano quanto la paglia sia materiale
flessibile e versatile, adatto all’edilizia. Lavorando si impara
velocemente e siccome tutto procede celermente sotto i propri
occhi, velocemente ci si lascia prendere dal desiderio di arrivare
in fondo. Presto ci si rende conto di essere posseduti dalla
contagiosissima “straw bales frenesy”. Conclusa la fase iniziale,
si affrontano i punti più complessi: attraversamenti di pluviali
interni, di pilastri, tiranti e puntoni. Sono punti che richiedono
più pazienza e ore di lavoro; sono questi che determinano la
differenza – notevolissima – tra i tempi di realizzazione di
progetti più o meno adatti al materiale impiegato. Le finiture
sono poi quelle desiderate, sia all’interno che in esterno. In
questo caso all’interno è stato applicato con ottimi risultati un
intonaco ad argilla cruda, raccolta nei pressi da una pozza
scavata nelle settimane precedenti, quindi ben vagliata e
miscelata. Per l’esterno è stato preferito un intonaco a calce,
più resistente alle intemperie e che consente l’opportuna
traspirabilità del pacchetto. Come ci è stato detto, il cemento in
breve tempo rovina le balle perché non traspira e quindi trattiene
la condensa all’interno del muro determinando insorgenza di muffe
e marcescenze.
La paglia come materiale di
costruzione
Stefano Orlando Puracchio
Uno dei materiali da costruzione più antichi è la paglia e
recentemente si sta ponendo una attenzione particolare non solo
alla salvaguardia degli edifici sopravvissuti ma anche alla
riscoperta delle potenzialità di questo materiale. Esempi
emblematici sono i “taragn” piemontesi. Il termine “taragn”
deriverebbe da “terragno” e potrebbe indicare un particolare tipo
di capanna poggiante direttamente sul suolo. Il termine “taragn”
ha preso poi ad indicare tutti gli edifici ricoperti in paglia,
quindi sia le stalle-fienili che le case di abitazione.
Particolare curioso: nei “taragn” manca completamente il camino,
sia perché poco compatibile con le coperture vegetali sia in
quanto retaggio di un modo povero di abitare che non conosceva
stufe e né riscaldamento. Il focolare per cucinare si trovava al
centro di un apposito ambiente, l’unico che risultasse un po’
confortevole anche nella stagione invernale. Qui si riuniva la
famiglia per consumare i pasti. Il fumo veniva fatto uscire dalla
porta, da un foro praticato sulla facciata o semplicemente passava
attraverso la copertura. Oggi ne sopravvivono una mezza dozzina,
alcune in rovina; ma numerosi sono ancora gli stabili che dei
“taragn” conservano la struttura con la copertura sostituita da
lamiere ondulate. Costruzioni simili dal tetto in canne di paglia
spioventi, utilizzate fino a mezzo secolo fa da povera gente,
lungo il litorale veneto vengono chiamate “casoni”. Anche di
questi restano pochi esemplari. In genere la cucina è dotata di un
grande focolare con la cappa ed il camino, le porte hanno
dimensioni regolari e le finestre sono alte circa un metro e
larghe 60 centimetri. All’interno trovava posto un acquaio,
scansie per gli utensili, un tavolo rettangolare con delle sedie,
una cassa per i viveri. C’era il lume a petrolio o la candela. Una
camera a parte ospitava il letto e un cassettone. Il materasso era
costituito dal paiòn, un sacco in tessuto grezzo riempito di
foglie secche. Se il casone non possedeva un piccolo portico
all’ingresso, spesso il tetto nascondeva un’apertura dove venivano
riposti gli attrezzi o cibi raccolti. Gli esemplari più semplici
avevano mura non molto alte, tetto di paglia o di rami palustri
sostenuti da pertiche incastrate ed erano privi di camino, come
denunciano ancor oggi le pareti affumicate. Il pavimento era in
terra battuta, con alcune pietre tra cui accendere il fuoco o
spaccare la legna. Vi si dormiva in bassi letti fatti di pioli
nella stanza che si condivideva con gli animali da cortile. Più in
generale le fascine di paglia, con la loro capacità di risultare
impermeabili all’acqua e permeabili al vapore (sommo requisito di
ogni materiale edile) hanno costituito in passato il sistema più
diffuso per la realizzazione delle coperture.
L’eccezione vi è in situazioni ove una abbondante presenza di
altri materiali ad esempio la pietra a secco, idonea alla
realizzazione di tetti a falsa cupola, ha suggerito alternative
più stabili. Come noto, in molte regioni il coronamento conclusivo
dell’edificio è stato percepito come importante momento rituale e
sociale, in qualche caso giunto sino ai nostri giorni attraverso
la perpetuazione nel folklore.
Così è nelle regioni andine, ove è possibile ancor oggi assistere
alla cerimonia della Copertura con la paglia che avviene secondo
procedure risalenti all’epoca inca, anche se nel corso degli anni
hanno subìto inevitabili modifiche. Giunti alla conclusione di una
costruzione, sui muri vengono collocati alcuni tronchi uniti con
legacci di cuoio bovino su cui si tendono listoni di legno o rami
sottili di alberi a formare quello che è conosciuto come tijerales.
Quindi si parte per i monti che circondano il villaggio alla
raccolta della paglia, che viene selezionata, bagnata e ritorta a
formare dei lungi cordoni. Sul tetto, i tessitori li cuciono
insieme con anelli di corda fino a raggiungere la sommità. Durante
la copertura, caratterizzata dal lavoro corale e collettivo
dell’intera comunità, coppie di donne interpretano canzoni
conosciute come huancas mentre i presenti mangiano i cibi
preparati e bevono Chicha (bibita di mais). Terminata questa
cerimonia, i generi della famiglia collocano delle croci e,
nell’area di Puno, anche i famosi toritos de Pukará.





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