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BIOARCHITETTURA
 

Numero 45 di ottobre-novembre 2005

Danza Macabra
Stefano Orlando Puracchio

Curioso pensare che uno dei più importanti affreschi di arte sacra dell’intera Mitteleuropa sia “nascosto” in una piccola chiesa di paese. In effetti fino a 50 anni fa Cristoglie (Hrastovlje), borgo sloveno immerso in paesaggi fertili, soleggiati e silenti, era noto a pochi e solo per via della chiesetta della SS Trinità, romanica del XII secolo. Posta sopra ad un colle e cinta da una poderosa muraglia costruita nel VI secolo per proteggersi dal pericolo ottomano, la chiesetta domina il paese; sebbene non molto grande, ancora ai giorni nostri conferisce alla zona circostante una connotazione di antico, di un passato ricco di immagini suggestive. Fu nel 1949 che Joze Pohlen, scultore incaricato del lavoro di ristrutturazione, scopre sulle mura interne della chiesetta, dietro ad uno strato di calce, alcuni affreschi di notevole fattura. Una più attenta ricostruzione storica appurerà che le immagini risalgono al 1490 ad opera del maestro istriano Giovanni da Castua (Janez iz Kastva). La raffigurazione più importante è la “Danza Macabra” o “Danza della Morte”, affresco tipico – qui ottimamente conservato – della cultura europea di fine Medioevo. In Croazia, a Beram è conosciuto un altro ciclo di affreschi con medesimo soggetto, di datazione leggermente più antica. Ma rispetto gli altri affreschi del genere, quello di Cristoglie presenta alcune particolarità: in primo luogo l’andamento delle figure ma soprattutto gli scheletri, anziché ballare sembra che compino un pellegrinaggio, una “sfilata” in direzione di un altro scheletro seduto in una cattedra che tiene aperta una pietra tombale. Destinati alla tomba sono gli undici personaggi esemplari ritratti nell’affresco: il papa, il re, la regina, il cardinale, il vescovo, il monaco, il borghese, l’usuraio, il giovane, lo storpio ed infine un bambino. L’affresco mostra l’uguaglianza tra gli uomini dinanzi alla morte, che tutti accompagna per mano al gran ballo. Oltre alla Danza, la chiesa contiene numerosi altri affreschi con episodi tratti dal vecchio e dal nuovo Testamento, una sorta di Bibbia illustrata ad uso e consumo dei fedeli. Vi è anche raffigurato in modo puntuale il ciclo delle stagioni associando le diverse attività lavorative ai diversi periodi: la mietitura del frumento, la vendemmia, la macellazione del maiale… La tradizione tramanda che la chiesa sia stata intonacata e le pareti ricoperte di bianco per motivi igienici in occasione di una pestilenza. Ma il rinvenimento della missiva dell’allora parroco di Covedo (Kubed) all’autore degli affreschi, parrebbe suggerire altre motivazioni.

“Caro, degno maestro!
Prego Iddio che questo mio scritto ti raggiunga e ti trovi sano e non ti rattristi l’atto indegno nel quale ti darò notizia in questa lettera, come rattristò e colpì me, il tuo amico pievano, come amavi chiamarmi. Proprio in queste fredde giornate autunnali ricorreranno due anni dacché abbiamo festeggiato la grande opera, ispirata dall’arte, della quale provò gioia, posso ben dirlo, ognuno che in questi due anni devotamente visitò la chiesetta di Cristoglie. Ognuno, dico, fuorché il nostro eccellentissimo signore e vescovo Giacomo, il quale nella processione dei morti ravvisò sotto la mitra vescovile la propria faccia, e il quale non poté esimersi dal notare in quale direzione posava il suo sguardo, fosse poi vestita da suora o meno la priora del convento di Maria, la nobile Teresa Herlander. Credo che proprio questa sia la causa dell’indegna decisione da lui presa, della quale né la generazione presente, né quella futura potrà rendergli merito. Ieri l’altro un giovane preticello mi recò uno scritto dalla cancelleria vescovile. Lo scritto intima di far intonacare con la calce l’interno della chiesetta di Cristoglie dal soffitto al pavimento “per estirpare in tal modo il traviamento spirituale e lo scandalo portato dallo straniero in questa modesta e sinora così devota chiesetta. Sebbene nelle raffigurazioni pittoriche sia da ravvisare l’abilità del maestro e la sua indubbia capacità artistica, la stessa inclinazione fu dallo spirito maligno indirizzato sulla via della perdizione, e ciò con tale audacia che non le si trova uguale”. Come potrei scriverti ancora, figliolo, di questo rimprovero del vescovo! Mi tormenta e mi incolpa di aver io permesso che nella mia parrocchia allignasse la pianta eretica che prospera rigogliosa, traendo origine dai paesi franchi e liburnii, e che pure da noi ha scandalizzato già molte parrocchie. Si disgusta e s’indigna pure per la nudità di Eva, il che viene però considerato peccato minore – così dice il pastore della parrocchia di Capodistria – un peccato molto minore della profanazione delle chiese con la danza macabra che è frutto degli eretici luterani, esattamente come le illeggibili scritte in glagolitico, nelle quali ancora si cela lo svisamento religioso dei Bogumili. Ho il presentimento del tuo dispiacere, caro giovane amico. Dispiacere per la gran fatica spesa in questo lavoro e per la gran gioia di cui entrambi eravamo partecipi mentre eravamo a contatto con quella biblica ricchezza. Ma dobbiamo accettare l’amara verità, perché Dio non si permette che i piccoli s’inorgogliscano e cerchino di dar lezione ai superiori, da Lui stesso preposti. Ti benedico, figliolo, e ti auguro nel tuo lavoro più fortuna in altri paesi! Il pievano di Covedo non ti dimenticherà facilmente.
A Covedo, nell’anno del signore 1492, nel giorno di Sant’Erasmo”.
 

 

 

 

 

 

 
   

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