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BIOARCHITETTURA
 

Numero 45 di ottobre-novembre 2005

Drago di cità
Michela Benagli

Oltre il 60% dei cittadini europei abita in periferia e, solo a Milano, si contano quattro milioni di cittadini di periferia. Ma cosa vuol dire “periferia”? Se fino a qualche tempo fa era relativamente semplice individuarla in quelle zone fisicamente circoscrivibili che ad anelli si sviluppavano intorno e sempre più lontano dal centro, quel fenomeno sociale che corrisponde all’idea di periferia non pare oggi altrettanto categorizzabile e identificabile. I diversi sconvolgimenti e la dilatazione dimensionale determinata dai mezzi di trasporto privati e pubblici ha come mescolato i contorni e così ci confrontiamo con pezzi slabbrati e senza apparenti confini – un po’ come la campagna – che dal centro si diradano fino a ricompattarsi in un altro, più lontano, elemento accentrante. A Milano, come in fondo in tutte le metropoli, è divenuta praticamente impossibile una distinzione geografica netta e precisa tra zona del centro e aree periferiche, intese come zone di scadente qualità urbana, prive di suggestioni e senza concrete occasioni di vita e di incontro, o anche quartieri privi di identità e servizi, mal collegati al cuore della città, abitati da fasce della popolazione posta ai margini della legalità.
Possiamo dunque affermare che periferia non è tanto una realtà fisica quanto piuttosto economica, sociale, psicologica: non tutto ciò che è “periferico” assume connotati negativi e allo stesso momento non tutto il centro è luci, ricchezza e splendore. Ad esempio, l’ormai consolidato quartiere africano di Milano è proprio dietro Porta Venezia, a dieci minuti di passeggiata da Piazza San Babila. Colorato e vivace, ma povero. Etnico. Tutto, fuorché “milanese”. E nello stesso momento ricchi politici e vip si ritirano nelle ville delle cittadine dell’hinterland, spesso più curate e in ordine dello stesso centro di Milano. Possiamo ad esempio ancor oggi percepire i segni urbanistici di quello che a Milano fu il momento della frattura tra il centro e la periferia. In generale non è semplice fissare il preciso attimo storico in cui un territorio entra nella modernità ed inizia la diversificazione nell’utilizzo del territorio in funzione delle attività che vi si svolgono; ma qua è abbastanza corretto far risalire la data della prima importante modificazione della struttura urbana moderna al 1840, anno in cui assieme alla ferrovia arriva l’accelerazione dello sviluppo industriale condizionato – almeno all’inizio – dalle caratteristiche topografiche della città: le prime fabbriche attestate lungo i principali corsi d’acqua, cioè a Sud sui Navigli, mentre a Nord si aprivano le arterie di penetrazione viaria che collegano con l’Europa.
Questo è anche il momento in cui viene inevitabilmente (e radicalmente) modificata la qualità di vita e il lavoro dei cittadini e che sopraggiungono le prime grandi ondate migratorie dando inizio alla stratificazione di quella che oggi chiamiamo periferia milanese. Tutti connotati ancor’oggi percepibili, anche se valori e destinazioni sono nel frattempo radicalmente cambiati: la zona Nord di Viale Monza che si estende fino a Sesto San Giovanni, ospita una cospicua parte degli immigrati che vivono a Milano; a Sud lungo i Navigli, la vecchia zona industriale della città è oggetto di un ampio intervento di riqualificazione che vede la trasformazione delle fabbriche ormai dismesse, in disuso e in rovina in attuali, lussuosi loft.
La periferia è cioè un drago che si percepisce può potenzialmente svilupparsi ovunque, può inghiottire qualunque zona della città. Per cui “periferia” sono oggi le persone che la abitano e la vivono. È un modo di essere. Si, essere periferia, là ad Olmi-Baggio, Gratosoglio, Rozzano,... dove diventa difficile proporre alla gente di formulare proposte a vasto raggio per il quartiere, per il futuro. Si tratta di persone che hanno bisogno di soddisfare esigenze immediate; eventualmente chiedono strutture che facilitino l’adempimento di questi bisogni, come negozi, punti di assistenza, trasporti. La progettazione e la realizzazione di questi luoghi risale agli anni ’60, affidate ad imprese costruttrici che si trovarono a rispondere con la realizzazione di 120.000 vani in un breve arco di tempo, all’impostazione del piano predisposto dal Comune. I sistemi costruttivi tradizionali, per ovvie problematiche di tempi e costi, risultavano inadeguati e da qui il ricorso ad alti livelli di prefabbricazione. Nasce così quella povertà compositiva che oggi ci pare mostruosa. L’apoteosi della ripetitività. Eppure si tratta di quartieri che vennero pensati per esser autosufficienti, con adeguati collegamenti al centro e dotati di tutti i servizi. Nella pratica, per mille motivi, non è stato così, anche se da parte del Comune sono stati fatti diversi tentativi per eliminare il concetto di periferia come area separata dal centro.
In particolare nel 1999 è stata approvata una suddivisione amministrativa che oltre al perimetro storico individuava ulteriori nove zone da dotare di servizi in maniera da renderle complesse e articolate, incentivandone le caratteristiche di autonoma urbanità: Stazione Centrale-Greco Pirelli, Città studi-Lambrate, Vittoria-Forlanini, Vigentino-Chiaravalle-Gratosoglio, Barona-Lorenteggio, San Siro-Baggio-Trenno, Fiera-Gallaratese-Quarto Oggiaro, Stazione Garibaldi-Niguarda. Una soluzione policentrica dunque, nella quale ogni zona avrebbe dovuto – ed in effetti in qualche misura lo ha fatto – sviluppare proprie caratteristiche.
Il grigiore però in larghe parti rimane, cupo, denso, ostile. Vi abitano persone che si arrabattano tutto il giorno, che faticano ad arrivare alla fine del mese, che talvolta sono spinte quasi ad odiare questa città grigia e frenetica che non lascia spazio a null’altro che non sia “sopravvivenza”. Eppure anche dentro la quotidianità di chi vive ogni giorno nel grigiore, è possibile imbattersi in una girandola di bambini che colorata rotea nel vento. A dimostrazione che il territorio non si progetta solo dall’alto e che più o meno consciamente ognuno degli abitanti interviene a disegnare il luogo in cui vive ed abita, anche qua in molti “abbelliscono” i propri spazi. Coloratissimi panni stesi alle finestre proiettano in una “Napoli settentrionale”, rigogliosi balconi di verde e fiori colorati mostrano al mondo il pollice verde di qualcuno. Piccole “sorprese” colorate a cui è stato forse assegnato il compito di addolcire l’orizzonte. A pensare “creativo” sono soprattutto i giovani: si esprimono con graffiti spesso meravigliosamente spettacolari; oppure colorano elementi dell’arredo urbano monotoni e noiosi come quei “panettoni” collocati per salvaguardare i marciapiedi dalla sosta selvaggia. C’è anche il magazziniere artista che ha dipinto la sua porta di metallo per il carico-scarico merci cercando di ritagliarsi un angolo colorato in una città sentita come troppo grande. Altri in gruppo affittano per pochi soldi un capannone industriale abbandonato in cui dar spazio alla fantasia. Altri ancora, sfruttano le opportunità che la stessa strada offre, come il gruppo The Bag, giovani che re-interpretano artisticamente gli “scarti” della città: vecchi cartelloni del circo, rifiuti trovati per strada,... parti sub-urbane da rielaborare a seconda della propria personalità. Un modo come un altro per leggere un ambiente a cui la città offre poco o nulla, per aggregare vite sociali destinate a scorrere isolate e monotone, per lottare contro il drago delle periferie.

Le foto dell’autrice ritraggono alcune scene della periferia milanese; i disagi sociali del vivere in periferia, i mali che accomunano le grandi città, rendono simili le diverse realtà; solo l’immediata conferma del luogo, data non tanto dal piano urbanistico ma da fattori linguistici, consente un minimo di riconoscibilità.

 

 

 

 

 

 

 

 
   

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