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BIOARCHITETTURA
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Numero 45 di ottobre-novembre 2005
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Moderno è antimoderno
Rob Krier
L’importante è creare identità. L’architetto berlinese Zille
diceva “l’architettura può distruggere un uomo”. Le nuove regole
urbanistiche ci hanno condotti in un vicolo cieco da cui non si
intravede via d’uscita. A Berlino era stato poi deciso per un
circondario un nuovo masterplan che si muove al di là delle
singole regole edilizie. Son dovuti passare alcuni anni per
riuscire ad apprezzare le indicazioni dei miei professori
universitari a Monaco – per esempio Franz Hardt, Widermann,
Eichmann – che ci insegnavano le tecniche costruttive della volta
a botte realizzata con mattoni, oppure a progettare scale di
legno. Al tempo, mi sembravano inutili esercitazioni accademiche,
dettagli che facevano perdere di vista il ruolo dell’architettura,
studi che guardavano indietro invece di proiettarsi in avanti. Mi
pareva di perdere tempo e li odiavo come la peste. Ma dieci anni
dopo ho compreso quanto preziose fossero state queste
esercitazioni universitarie e il loro bagaglio di riferimenti,
rimandi, confronti. Per me oggi è assolutamente incomprensibile
come la gente possa accettare queste periferie che scaturiscono
dalla scuola di pensiero di Le Corbusier. Le Corbusier è stato un
demagogo nefasto che ha distrutto le nostre città, che ha
catturato la vita delle persone costringendole di vivere in
maniera impossibile in spazi asociali nella loro essenza. Neanche
con Koolhaas o altri nomi altisonanti ha funzionato. Basta
guardare con un minimo di senso critico e ci rendiamo conto di
quanto assolutamente banale sotto il profilo culturale sia
l’edilizia realizzata dopo la Guerra, vero e proprio immondiziaio
che quotidianamente si riversa su di noi. La gente assume queste
strutture come inevitabili, come scotto necessario per la
modernità, come appendice delle comodità consentite
dall’automobile, dalla lavatrice, dalle finestre più grandi. Non
ci rendiamo conto come i vecchi impianti urbani realizzati prima
di quest’epoca maledetta abbiano tutti la qualità abitativa dei
vecchi centri storici. Mi sento personalmente ingannato dal
linguaggio architettonico dei progettisti moderni. I giovani
colleghi che stanno disegnando Berlino non hanno capito nulla
della vera tipologia della città. Sia nella didattica
architettonica che nel linguaggio formale oggi siamo veramente
giunti al fondo: è un vero fallimento. Quando ho iniziato a
costruire in Olanda, per me questo costituiva un problema. Cosa ho
fatto? ho cercato di studiare, di capire il posto, di comprendere,
di rispettare e di studiare ancora.
Nel caso di Helmond si trattava di una nuova città per 20.000
abitanti. Pensavo: guarda qua, ho perso quasi tutti i concorsi a
cui ho partecipato (nella mia vita ne ho vinti solo due) e adesso
devo disegnare una città intera, non un ampliamento
radioconcentrico di un nucleo esistente ma proprio creare un
nocciolo, un cuore nuovo. Questo posto, Helmond, consisteva in un
ritaglio (350 ettari) limitato dalla linea ferroviaria, da un
gasdotto, da linee elettriche di alta tensione, da un coso
d’acqua. La superficie edificabile per il centro urbano è stata
realizzata accumulando materiale di riporto e quindi era più alta
di circa un metro e mezzo rispetto al resto. Di fatto avevo una
città sull’acqua perché in Olanda la falda è sempre molto alta. La
vecchia statale passa proprio in mezzo al centro, a questo nuovo
nocciolo. Ho cercato di evidenziare le irregolarità optografiche e
inseguire tutte le particolarità immaginabili. Le porte della
città sono state costruite secondo gli esempi del Medioevo
differenziandole a seconda della direzione in modo da segnalare da
che parte si arriva e si entra nella città. L’irregolare è bello,
il particolare dà tensione. Il compito successivo, il passaggio
che costituisce la base dell’organizzazione spaziale di un centro
abitato, è stato la definizione generale del blocco edilizio (Baublock)
che assembla più edifici. L’ulteriore passaggio è individuare le
parcelle edilizie su cui costruire; questo lo fanno gli
investitori. Quindi: tipologie edilizie diverse (abbiamo invitato
a partecipare dodici studi di architetti diversi) per una
consistente densità abitativa. Erano poi da studiare gli edifici
che fanno da margine del nucleo abitativo, diversi nella loro
forma architettonica perché il centro si apre, le maglie si
allargano verso l’esterno. Agli architetti dovrebbe essere
impedito di ripetere più volte il medesimo progetto. Se non si è
del posto ma si viene da fuori, si guarda la realtà con occhi
diversi: in pratica si deve assorbire la qualità del luogo e poi,
con questo repertorio, bisogna giocare. Questo non si riferisce
ovviamente alle funzioni ma al vestito, che assumerà le più
diverse fatture. A vent’anni gli studenti lo sanno, poi subiscono
il lavaggio del cervello e quando escono dall’università sono un
unico disastro. Quello a cui assistiamo è il casino internazionale
dell’architettura moderna. Costruire utilizzando mattoni aiuta a
mantenere il senso della realtà, delle possibilità date dalla
materia, per esempio è possibile costruire un edificio iniziando
con un tetto a falda che posa sui muri.
Brandevoort, un altro intervento riuscito, le persone sono felici
di abitare qui. Anche in questo caso è successo che si realizza
qualcosa di veramente accogliente per il committente e poi si
viene diffamati e annientati dalla stampa specializzata, da soloni
dell’architettura. Questo tuttavia non può impedire che le
abitazioni di Brandevoort rimangano molto ambite. È stato un
lavoro pazzesco perché si doveva coordinare una cinquantina di
architetti. Le indicazioni erano di collocare le finestre ad
altezze diverse, disegnare le porte in maniera diversa. Abbiamo
quindi creato blocchi edilizi diversi, con corti interne
accessibili attraverso grandi portali, anche per fare entrare le
macchine e i camion della nettezza urbana. Attualmente lavoriamo
alla definizione della piazza del mercato. Non è un budello
stretto; ha la stessa ampiezza del Graben a Vienna ma non sarà
così rigido e severo, piuttosto delineato da forme morbide,
irregolari. Le strade sono larghe 4,4 metri, con possibilità di
parcheggio, simile alle Werkbund-Siedlung, alla Kop-Siedlung di
Essen, alla Starke di Berlino. Dato il successo commerciale
riscosso dal centro, è stato deciso di raddoppiare il “nucleo
storico” specchiandolo dall’altra parte della ferrovia.
Brabant era una situazione “Test”. Abbiamo invitato a progettare
architetti intorno ai 30 anni in maniera da riuscirci anche a
parlare. Di solito gli architetti “fatti” tirano fuori qualcosa
dal cassetto, invece oggi più che mai è importante essere
flessibili, mobili, agili, capaci di accettare variazioni e
modifiche. Usando i mattoni come elemento costruttivo (e non solo
come decorazione esterna) si può sbagliare ben poco, meglio ancora
se scrostiamo l’intonaco della vecchia cassa del nonno e ci
rendiamo conto di come facevano prima. Se un edificio su 600,
tutti diversi, risulta non esteticamente valido, si tratta di un
peccato veniale. O forse neanche questo. I centri storici più
rinomati non sono fatti da edifici tutti eccelsi.
Haverleij è un blocco chiuso ritmato da cadenze spaziali e con
delle corti sugli angoli. A tutt’oggi, purtroppo, non è ancora
stata realizzata la chiesa come previsto dal nostro progetto;
neanche un giardino d’inverno che, ad esempio, costerebbe meno.
Non hanno budget. Un luogo diventa luogo se contiene un elemento
simbolo, altrimenti è solo una Siedlung. La chiesa è un edificio
sacrale, festoso, un edificio pubblico. Se – come dicono i
noncredenti – la funzione religiosa non serve, rimane l’importanza
dell’attività culturale che si articola in concerti, mostre,
convegni, discoteca. Ma sempre c’è bisogno della diversità, della
colorazione diversa, delle variazioni degli infissi. Ad Amsterdam
per esempio tutto brilla e fa scintille. I diversi architetti
devono concertare assieme, i singoli interenti devono risultare un
concerto. Al limite è meglio fare case banali ma con differenze –
anche elementari – di design piuttosto che progetti con case tutte
uguali. Gli artigiani di una volta che non sapevano né leggere né
scrivere, erano meglio degli architetti moderni. Ciò che viene
prodotto attualmente è rottame, immondizia culturale. Il nostro
progetto prevede che fra vent’anni la natura fagociterà le case,
si approprierà dello spazio e renderà il paesaggio complesso ed
amalgamato. Abbiamo anche previsto il riciclaggio dell’acqua
piovana, che cade dai tetti in canalette drenanti e viene quindi
accumulata in grandi cisterne sotterranee.
Testo raccolto da Wittfrida Mitterer alla conferenza tenutasi
l’8 giugno 2005 ad Innsbruck, presso l’Adambräu, Archivio per
l’Arte del Costruire.






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