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BIOARCHITETTURA
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Numero 45 di ottobre-novembre 2005
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In origine fu la pietra
Edoardo Micati
Le opere in pietra a secco che caratterizzano gran parte dei
coltivi di alcune regioni europee, in particolare quelle che si
affacciano sul mediterraneo, sono la testimonianza più evidente e
più imponente dell’immane lavoro dei nostri antenati. Questo
paziente accumulo fu dettato dalla necessità di bonificare campi e
pascoli per poter sfruttare quel sottile strato di humus e le rade
erbe presenti fra le pietre affioranti ovunque. Al mucchio
disordinato, primo ed istintivo modo per liberare il terreno dalle
pietre, si sostituirono ben presto precise e studiate forme di
accumulo con lo scopo di non rubare terra ai coltivi. In molti
casi la fame di terreno era tale che, invece di gettare le pietre
in un mucchio disordinato che avrebbe occupato un’area eccessiva,
si preferì costruire il mucchio, con basi circolari, quadrate o a
carena, disponendo le pietre più grandi a formare una cortina
esterna di contenimento. La stessa capanna in pietra a secco
rappresentava un ideale luogo di deposito degli spietramenti, che
avevano il duplice effetto di renderla più stabile ed
impermeabile. Esaurita la disponibilità delle aree più fertili,
poste su piccoli pianori, o sul fondo di conche e doline, si
iniziò l’opera di terrazzamento dei terreni in pendio. I
terrazzamenti occupano in genere le vallette, più ricche di humus
rispetto ai crinali dove maggiormente hanno agito l’erosione e il
dilavamento degli agenti atmosferici. Su pendii poco ripidi il
muro del terrazzamento è quasi sempre verticale; cominciamo a
trovare muri a scarpa con il crescere del dislivello. Le mura, a
distanza di molti anni dall’abbandono dei campi, conservano nella
maggior parte dei casi la loro integrità, poiché si appoggiano a
terreni rocciosi e non sono pertanto soggetti ad eccessive spinte
verso valle dal sottile strato di terra localizzato in superficie.
La permeabilità del muro a secco di sostegno è fra i motivi della
sua relativa longevità: l’acqua assorbita dal terrazzamento, anche
nel caso di forti acquazzoni, può fuoriuscire dagli interstizi di
tutto il muro senza cercare vie preferenziali che provocherebbero
erosione e distruzione delle strutture di contenimento. Le
recinzioni in pietra a secco rappresentano la successiva fase
della bonifica dei terreni. In molti casi esse non hanno la
precisa funzione di delimitare la proprietà, ma costituiscono una
ulteriore maniera per sistemare le pietre in eccesso. In alcuni
casi la recinzione è realizzata in maniera sommaria, quasi con un
accumulo lineare disordinato, in altri casi le mura mostrano
precise e curate connessioni fra i singoli conci. Dal semplice
muretto dello spessore di un solo elemento passiamo a recinzioni
che si alzano possenti con larghezze di oltre due metri. Si
alzarono così muri a secco per realizzare campi terrazzati, per
recingere le piccole proprietà strappate alla montagna, per
riparare dai venti le colture, per rinchiudere e difendere le
greggi, per delimitare e rendere percorribili i sentieri che
portavano alla montagna. Molti muri a secco che ancor oggi segnano
il paesaggio delle nostre montagne furono le prime opere di quei
coloni che nei secoli scorsi si spinsero, dietro un crescente
incremento demografico e in seguito alla crisi della pastorizia, a
coltivare la media ed alta montagna. Tale fenomeno fu
particolarmente evidente nell’Appennino centrale soprattutto dopo
la messa a coltura del Tavoliere delle Puglie. Tutti i terreni
montani furono invasi da uomini che dall’alba al tramonto si
affannavano per trasformare brulle pendici in campi che nella
migliore delle ipotesi davano comunque magri raccolti. Anno dopo
anno accatastarono, ammucchiarono, alzarono mura di contenimento,
ripararono crolli, convogliarono acque; alcuni con maestria
innata, altri con l’arte appresa nella lontana Puglia, altri
ancora, guardando e imitando il vicino più abile.
Le aree di diffusione
L’area mediterranea, come si è detto, è quella maggiormente
interessata dalle costruzioni in pietra a secco, che in effetti
troviamo quasi sempre laddove la pietra diventa l’elemento
caratterizzante del paesaggio. La densità e il livello di sviluppo
tipologico sono poi funzione di numerosi altri fattori
concomitanti. L’assenza di insediamento sparso determina la
nascita di ricoveri sui luoghi di lavoro di dimensioni
proporzionali a quelle del podere e delle forze lavorative
impiegate. A volte è il fattore economico che può indurre a
costruire con questa tecnica anche manufatti a uso agricolo,
all’interno dei paesi, o nelle immediate vicinanze, appunto per il
minor costo della costruzione a secco rispetto a quella con
legante (a titolo di esempio possiamo citare i porcili e i pollai
irlandesi e le stalle e i fienili della Majella). Fattori ancora
più complessi hanno determinato la nascita di interi insediamenti
abitativi in pietra a secco, come in Puglia e in Siria, ricchi di
una ininterrotta tradizione durata per secoli. Le tipologie
presenti in Europa sono numerosissime, ma, indipendentemente dalla
latitudine, troviamo capanne simili quando l’uso a cui sono
destinate è lo stesso. Alle piccole capanne decadenti poste sui
campi d’Abruzzo somigliano quelle dell’isola di Aran (Irlanda),
delle Ebridi, della Valle di Poschiavo (Svizzera), di alcune zone
della Liguria, o quelle poste sulle pendici dell’Etna e in
Sardegna. Con materiale di tipo lastriforme, la piccola capanna
assume una forma cilindro-conica più precisa ed elegante. La
troviamo pertanto nella zona molisana, in Istria, in Liguria, in
Sardegna, in Puglia e in numerose regioni della Francia, dove
riscontriamo la presenza di calcare sfaldabile in lastre. Ovunque
i ripidi pendii richiedano una sistemazione a terrazze compare la
capanna sotto fascia: inglobata nel muro di contenimento del
campo, essa richiede poco lavoro e non ruba spazio alle colture.
Simili alle capanne abruzzesi sono quelle liguri e pirenaiche. Non
appena le dimensioni crescono cominciano ad apparire le forme
gradinate per una evidente esigenza costruttiva. Tale tipologia
conta numerosi esemplari in Puglia, ma la ritroviamo, sempre in
capanne di una certa dimensione, in Abruzzo (Majella), in Francia,
in Spagna, e nell’isola di Minorca, dove esse (barraques) assumono
dimensioni notevolissime. Sono frequenti inoltre sulla costa e su
alcune isole della Dalmazia. Nel processo evolutivo che denota la
volontà di avvicinare la semplice capanna alla casa compare la
pianta quadrata. In Abruzzo la pianta quadrata, pur presente, è
molto rara, mentre è piuttosto frequente nella zona pugliese. La
troviamo anche nell’isola di Maiorca, nella regione catalana,
sulla costa dalmata, in Francia, in Liguria, in Irlanda. In alcuni
casi il raggruppamento di più capanne, comunicanti tramite
passaggi interni, ha portato alla formazione di complessi
abitativi sia temporanei, sia permanenti. Tralasciando gli esempi
pugliesi, già universalmente noti, è interessante ricordare quelli
più primitivi, presenti in diverse zone europee, che mostrano la
prima fase del processo di aggregazione. Il Rohlfs (Primitive
costruzioni a cupola in Europa, 1963) riporta alcuni interessanti
esempi relativi alle isole Ebridi, South Uist e Aird Mhor.
Carattere abitativo permanente avevano alcuni complessi della
provincia di Tarragona di cui ci dà notizia J. Rubio in un suo
lavoro (Construccions de pedra en sec, 1914).
L’importanza di un’area di diffusione non è solamente determinata
dalla densità delle capanne, ma dalla ricchezza tipologica ivi
presente e dalla tradizione più o meno radicata nella costruzione
delle stesse. Si è portati a vedere le cause prime del loro
sviluppo nell’abbondanza di materiale, nella distanza dal paese e
nella necessità di un ricovero, ma a volte intervengono altri
fattori, non sempre chiari ed evidenti, che determinano il
particolare successo di tale tecnica costruttiva. Nel caso della
presenza di grosse capanne vicino ad abitazioni tradizionali poco
fuori il paese, o in alcune frazioni, già si intuisce come la
convenienza economica della costruzione a secco abbia fatto
adottare tale tecnica ove esistevano le capacità manuali affinate
in anni di spietramento e accumulo. È lecito immaginare una prima
fase di sistemazione dei campi con muri di sostegno e recinzione,
per passare in seguito alla costruzione di una grossa capanna ove
trascorrere le notti nei periodi di maggiore lavoro e riporre
attrezzi e prodotti agricoli. Infine, a essa, probabilmente con
tempi di esecuzione molto lunghi, si è affiancata la costruzione
della casa tradizionale, relegando la prima alla funzione di
stalla-fienile e creando, con il definitivo trasferimento del
gruppo familiare, un nucleo abitativo permanente. Certamente
l’eversione feudale e il notevole incremento della popolazione
nella prima metà dell’Ottocento hanno determinato la messa a
coltura dei terreni della media montagna.
Probabilmente l’estrema indigenza dei nuovi coloni non ha permesso
loro di costruire abitazioni tradizionali, ripiegando sulla
costruzione a secco, economica e veloce da realizzare. Lo stesso
fenomeno si è verificato nelle pianure con la realizzazione delle
case di terra, anch’esse da prendere in considerazione tra le
tecnologie povere “in cui l’uso dei materiali avviene senza
mediazioni, in un rapporto diretto con l’ambiente e, pertanto, con
un minimo apporto energetico, sia per quanto riguarda l’energia
termica necessaria per le trasformazioni chimiche, che quella
meccanica per il trasporto” (Vedi A. Ambrosi L’Architettura in
pietra a secco: costruzione, progetto, tipologie, in Atti 1°
Seminario internazionale di Architettura in pietra a secco, Noci
1987, p. 19).
Le capanne a pseudocupola:
la
forma, la funzione e il materiale
È piuttosto frequente trovare minuscoli ripari, quasi informi
mucchi di pietre, nei pressi delle belle capanne a gradoni, dalle
mura possenti e dai particolari ben curati. Sono, sia gli uni che
le altre, espressione di una stessa tecnica, ma rispecchiano due
esigenze diverse e due diversi momenti del processo evolutivo che
dal semplice riparo è giunto a forme più complesse. È evidente che
i primi rappresentavano il prodotto spontaneo di una società
agricola e pastorale, nella quale non esiste specializzazione in
alcun campo e dove tutti sono in grado di provvedere ai propri
bisogni elementari che vanno dal vestiario agli attrezzi da lavoro
fino alle abitazioni. Ci troviamo cioè di fronte a dei ricoveri
che non richiedono per la loro costruzione particolari conoscenze
tecniche e impegno economico, ma solo un certo spirito di
osservazione nell’esaminare i modelli preesistenti. Le
testimonianze raccolte confermano l’estrema facilità con cui
chiunque poteva accingersi a costruire un ricovero di tale tipo.
Il fatto che la forma primaria decadente sia presente in molte
delle aree di diffusione europee, risultando in qualche caso la
più numerosa, lascia supporre che essa possa rappresentare la
forma più spontanea della capanna a falsa cupola. Si aggiunga a
ciò che in alcune zone di minore importanza tale tipologia è
l’unica presente, quasi a segnare, evidenziandolo, il primo
gradino di un processo evolutivo che non ha avuto seguito,
probabilmente per mancanza di esigenze diverse. Per quel che
riguarda la capanna a gradoni, è bene abbandonare l’idea del
contadino o pastore che pian piano costruisce la propria capanna,
in quanto le dimensioni che in genere tali costruzioni raggiungono
e quelle dei blocchi impiegati presuppongono un certo numero di
uomini, per di più ben organizzati. Abbandoniamo infatti il campo
della struttura elementare, della costruzione spontanea, per
entrare in quello specialistico, pur nella conservazione della
tecnica tradizionale. Si son volute evidenziare queste due forme
poiché, in Abruzzo, sono quelle più intimamente connesse con
l’espansione dell’agricoltura lontano dai centri abitati. La prima
proponendosi come ricovero momentaneo, la seconda come sede
stagionale e a volte elemento iniziale di un futuro nucleo
abitativo. Insieme rappresentano circa il 90% delle capanne,
quindi si può ben comprendere la minore importanza delle altre
forme, alcune delle quali (cilindro-conica, tronco-conica), fra
l’altro, rispecchiano solo sommariamente i canoni delle rispettive
tipologie. Al di là delle tipologie dettate dalla forma delle
capanne, è molto importante una loro classificazione per categorie
funzionali, che, come vedremo, determinano realmente, unitamente
al tipo di materiale a disposizione, le dimensioni e pertanto
influiscono sulla forma. Le popolazioni della Majella e in
particolare quelle di Roccamorice e Lettomanoppello (PE) hanno
adottato questo tipo di costruzione fino a elevarlo da casino di
campagna ad appendice della propria abitazione, sempre con
funzioni agro-pastorali. Le capanne di questa prima categoria, che
costituiscono le stalle e i fienili, sono in genere realizzate su
due piani, con la parte superiore riservata al fieno; inoltre esse
superano spesso in dimensione la vicina abitazione. Abbiamo
numerosi casi, soprattutto nel comune di Roccamorice, in cui
queste popolazioni hanno quasi contemporaneamente costruito la
casa di abitazione e la capanna in pietra a secco adiacente.
Spesso la seconda precedeva la prima e così si poteva contare su
di un punto di appoggio realizzato in poco tempo e a buon mercato
(forma ogivale e secondaria da due a quattro gradoni). La seconda
categoria è quella legata al fondo agricolo, più o meno lontano
dal paese; in essa sono evidenti le funzioni di ricovero
momentaneo e deposito attrezzi. Tali capanne, dovendo assolvere
solamente alle funzioni anzidette, sono di piccole dimensioni e di
fattura approssimata (forma primaria decadente, capanna sotto
fascia, secondaria a un gradone). La terza e ultima categoria,
quella della media montagna, riguarda i complessi agro-pastorali,
nei quali compaiono i recinti a formare un insieme organico con le
capanne: sono vere e proprie masserie stagionali, dove si
coltivano i vicini terrazzamenti e si accudisce il gregge che
pascola più a monte, o nelle zone incolte. Era frequente, nella
stagione estiva, che intere famiglie vi si trasferissero ed è in
questo tipo di complessi che la qualità tecnica si eleva nella
ricerca dei raccordi fra mura perimetrali e capanne, nella
realizzazione di corridoi coperti, di mungitoi e capanne
comunicanti. Nell’ambito di queste categorie possiamo solo ora
iniziare a distinguere alcune tipologie che non sono dettate da
una preferenza estetica del costruttore, ma dalle dimensioni della
capanna e dal materiale che si ha a disposizione. Se per esempio
dobbiamo costruire una capanna a due piani con funzione di
stalla-fienile (Di = 400 cm; H = 450 cm) usando del buon calcare,
ci possiamo indirizzare verso la forma primaria ogivale,
secondaria a gradoni, secondaria elicoidale. Delle tre la primaria
ogivale è la meno indicata, in quanto più difficile e scomoda da
realizzare e perché manca di un comodo gradone per l’accesso al
piano superiore. Tutte le altre tipologie non sono idonee a
realizzare la divisione dei piani e risulterebbero inutilmente
pesanti rispetto a quelle a gradoni. Passiamo al caso del piccolo
ricovero (Di = 180-200 cm, H = 200 cm) sul campo costruito con
calcare resistente: senza dubbio la primaria decadente è la più
logica insieme alla cilindro-conica, qualora si disponga di un
buon materiale lastriforme. Disponendo invece di materiale poco
resistente, o che si presenta a blocchi tondeggianti e dovendo
necessariamente chiudere la volta a sistema spingente, occorre un
notevole rinfianco che ci indirizza verso una secondaria a un
gradone, o verso una primaria decadente larga e pesante. Possiamo
brevemente concludere che la forma di una capanna è solamente il
prodotto scontato di una serie di fattori, quali la condizione
ambientale (materiale a disposizione) e l’esigenza in base alla
funzione (dimensioni della capanna).
Statica elementare
Gli pseudoarchi e le pseudovolte si basano staticamente sulla
trasmissione verticale degli sforzi. I pesi dei singoli conci
costituenti lo pseudoarco si trasmettono agli elementi sottostanti
verticalmente, senza generare alcuna spinta: ciò ci permette in
teoria di fare a meno di rinfianchi, atti appunto ad assorbire
tali spinte. È chiaro che per ogni singolo elemento occorre che Mr
(momento ribaltante), dovuto alla parte sporgente del concio, sia
minore, o, al limite, uguale a Ms (momento stabilizzante), dovuto
alla sua parte poggiata: Mr 3/4 Ms, o più semplicemente che la
forza-peso del concio cada entro la base di appoggio. La
sovrapposizione dei conci in breve porterebbe la risultante del
carico superiore a uscire fuori dalla base di appoggio
dell’elemento iniziale, pertanto per l’equilibrio sono necessari
degli aggetti minimi, a meno che non si intervenga aumentando i
momenti stabilizzanti. Tale struttura proiettata nello spazio può
coprire per traslazione ambienti quadrangolari e per rotazione
ambienti circolari. Nel primo caso otteniamo pseudovolte a botte,
nel secondo pseudovolte circolari. Nella pseudovolta circolare
ogni anello di conci si comporterebbe, mediante l’interposizione
di zeppe, come un arco giro, realizzando sul piano orizzontale un
sistema spingente. In realtà nelle nostre semplici capanne ciò è
realizzato in modo molto grossolano. La costruzione avviene sì per
sovrapposizione di cerchi concentrici di pietre, ma senza serrarle
fra di loro, anche per l’estrema variabilità della forma dei conci
che non si prestano a essere incastrati. Nelle capanne abruzzesi
si sono notati due diversi modi di realizzare l’aggetto, che non
costituiscono una libera scelta tecnica, ma sono funzione del tipo
di materiale a disposizione. In quelle zone in cui si dispone di
materiale in lastre, nelle quali larghezza e lunghezza prevalgono
nettamente sullo spessore, i singoli conci vengono poggiati
orizzontalmente, o con una lieve inclinazione verso l’esterno, per
favorire lo scolo dell’acqua. In tale maniera si realizza una
pseudovolta pura senza alcuna spinta laterale. Quando si dispone
invece di blocchi di forma tondeggiante, in genere di origine
detritica e morenica, ai singoli conci occorre dare una
inclinazione verso l’interno per poter sufficientemente progredire
nella chiusura della luce, realizzando pertanto un sistema
spingente. Tale tecnica viene comunque usata solo nella parte
finale della cupola per luci molto ridotte, altrimenti
bisognerebbe armare la struttura. Tali differenti tecniche
influenzano anche la tipologia delle capanne: nel primo caso si
hanno profili più acuti rispetto al secondo caso. Questa
disposizione dei conci determina però una spinta laterale e
pertanto questo tipo di copertura si colloca fra la pseudovolta e
la volta vera e propria. In alcune costruzioni si nota la pietra
sommitale perfettamente incastrata nell’ultimo circolo di conci
con la funzione di creare contrasto nei filari, contrariamente a
quanto accade nella pseudovolta pura, ove la sommità è chiusa da
un lastrone semplicemente poggiato. È chiaro che in tali capanne
la funzione dei rinfianchi assume una importanza determinante.
Infatti per l’equilibrio statico del sistema occorre che la spinta
trasmessa dalla cupola sia contenuta entro la fascia del terzo
medio per evitare sollecitazioni di trazione (pertanto la sezione
risulta compressa, condizione essenziale per i materiali litici).
La forza-peso trasmessa dal rinfianco, componendosi con essa, dà
luogo a una risultante più verticale, contenuta appunto in tale
superficie. Piccoli cedimenti del rinfianco possono portare
nuovamente la risultante fuori dal terzo medio, determinando una
rotazione con il conseguente crollo della parte sommitale. Nella
pseudovolta pura possiamo dividere lo spessore murario in tre
parti: la parte interna, ove si realizza l’aggetto; il
riempimento, costituito da pietre di piccola pezzatura, con le
funzioni di coibentare la capanna e di aumentare i momenti Ms; il
mantello esterno, atto a contenere il materiale di riempimento.
Le tipologie di ingressi
In alcune piccole capanne, simili a cumuli informi, l’ingresso si
riduce spesso a uno stretto budello che bisogna percorrere
carponi. Nulla lo evidenzia rispetto al resto, neppure
l’architrave realizzato alla meglio con un blocco irregolare. Ma
presentano ingressi modesti anche capanne di maggiori dimensioni:
ciò condiziona notevolmente il loro aspetto. Infatti è proprio
l’ingresso, sicuro indice della accuratezza costruttiva, che dà
importanza alla capanna, più delle dimensioni di questa. È
evidente a volte una certa ricerca estetica che tende a dare a un
semplice varco la dignità di un portale: è su di esso che vengono
incisi nomi e date dal pastore o dal contadino. Ma l’impiego dei
blocchi migliori e la loro squadratura per realizzare gli stipiti
non hanno solamente una finalità estetica. Infatti, in
corrispondenza dell’ingresso, la continuità del muro di base viene
a mancare e occorre un preciso accostamento degli elementi per
contenere il riempimento interno e per evitare scivolamenti che
porterebbero presto al completo degrado della capanna. Il
materiale che si ha a disposizione influisce sul tipo di ingresso.
In alcune capanne si sono realizzati gli architravi orizzontali in
travetti di quercia, poiché le lastre presenti erano
eccessivamente fragili e mancavano blocchi idonei per un ingresso
a più conci (Montagna dei Fiori). L’ingresso ad architrave
orizzontale è il tipo più comune. I blocchi monolitici vengono
disposti in successione fino a coprire l’intero spessore del muro.
Generalmente gli stipiti sono paralleli fra loro, ma in alcune
capanne la loro linea è convergente verso l’alto, delineando un
ingresso di forma trapezoidale. L’ingresso a sesto acuto è
discretamente rappresentato. Quando non si dispone di blocchi
monolitici abbastanza lunghi, o sufficientemente spessi, si
ricorre a un ingresso a sesto acuto, più difficile da realizzare,
ma certamente più sicuro. Vi sono pochissimi esempi di ingresso a
tutto sesto e a sesto ribassato, realizzati o con pochi conci
sagomati, o con una serie di piccoli elementi.
I sistemi di scarico sugli architravi
Quando gli architravi sono troppo sottili per sopportare il carico
della struttura sovrastante, al di sopra di essi vengono
realizzati dei vani di scarico che hanno la funzione di portare
tale carico a gravare sui piedritti dell’ingresso, o comunque
lateralmente. Troviamo diversi sistemi di scarico. Sull’architrave
viene realizzato un vano di scarico quadrangolare di larghezza
inferiore a quella dell’ingresso. L’architrave è sicuramente
salvaguardato da questo accorgimento, ma il problema si sposta sul
piccolo architrave del vano di scarico. Esso lavora però in
condizioni migliori, in quanto è sottoposto, data la minor luce
tra gli appoggi, a un minor momento flettente. Il vano di scarico
triangolare può essere realizzato con due elementi, o con più
conci in aggetto. Come per il caso precedente anche l’arco di
scarico ha lo scopo di non far gravare sulle parti sottostanti il
carico superiore, portando i pesi lateralmente. I vani di scarico
in genere sono interni alla capanna, assolvendo anche alla
funzione di ripostiglio. Solo in rari casi vengono realizzati
esternamente. Ancora più raro è il vano passante che forma una
finestra sull’architrave.





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