A. WEGER
LIBRERIA BRESSANONE

via Torre Bianca, 5
39042 Bressanone BZ
Tel. +39 0472 836164
Fax. +39 0472 801189
info@weger.net

 
 
 
BIOARCHITETTURA
 

Numero 45 di ottobre-novembre 2005

In origine fu la pietra
Edoardo Micati

Le opere in pietra a secco che caratterizzano gran parte dei coltivi di alcune regioni europee, in particolare quelle che si affacciano sul mediterraneo, sono la testimonianza più evidente e più imponente dell’immane lavoro dei nostri antenati. Questo paziente accumulo fu dettato dalla necessità di bonificare campi e pascoli per poter sfruttare quel sottile strato di humus e le rade erbe presenti fra le pietre affioranti ovunque. Al mucchio disordinato, primo ed istintivo modo per liberare il terreno dalle pietre, si sostituirono ben presto precise e studiate forme di accumulo con lo scopo di non rubare terra ai coltivi. In molti casi la fame di terreno era tale che, invece di gettare le pietre in un mucchio disordinato che avrebbe occupato un’area eccessiva, si preferì costruire il mucchio, con basi circolari, quadrate o a carena, disponendo le pietre più grandi a formare una cortina esterna di contenimento. La stessa capanna in pietra a secco rappresentava un ideale luogo di deposito degli spietramenti, che avevano il duplice effetto di renderla più stabile ed impermeabile. Esaurita la disponibilità delle aree più fertili, poste su piccoli pianori, o sul fondo di conche e doline, si iniziò l’opera di terrazzamento dei terreni in pendio. I terrazzamenti occupano in genere le vallette, più ricche di humus rispetto ai crinali dove maggiormente hanno agito l’erosione e il dilavamento degli agenti atmosferici. Su pendii poco ripidi il muro del terrazzamento è quasi sempre verticale; cominciamo a trovare muri a scarpa con il crescere del dislivello. Le mura, a distanza di molti anni dall’abbandono dei campi, conservano nella maggior parte dei casi la loro integrità, poiché si appoggiano a terreni rocciosi e non sono pertanto soggetti ad eccessive spinte verso valle dal sottile strato di terra localizzato in superficie. La permeabilità del muro a secco di sostegno è fra i motivi della sua relativa longevità: l’acqua assorbita dal terrazzamento, anche nel caso di forti acquazzoni, può fuoriuscire dagli interstizi di tutto il muro senza cercare vie preferenziali che provocherebbero erosione e distruzione delle strutture di contenimento. Le recinzioni in pietra a secco rappresentano la successiva fase della bonifica dei terreni. In molti casi esse non hanno la precisa funzione di delimitare la proprietà, ma costituiscono una ulteriore maniera per sistemare le pietre in eccesso. In alcuni casi la recinzione è realizzata in maniera sommaria, quasi con un accumulo lineare disordinato, in altri casi le mura mostrano precise e curate connessioni fra i singoli conci. Dal semplice muretto dello spessore di un solo elemento passiamo a recinzioni che si alzano possenti con larghezze di oltre due metri. Si alzarono così muri a secco per realizzare campi terrazzati, per recingere le piccole proprietà strappate alla montagna, per riparare dai venti le colture, per rinchiudere e difendere le greggi, per delimitare e rendere percorribili i sentieri che portavano alla montagna. Molti muri a secco che ancor oggi segnano il paesaggio delle nostre montagne furono le prime opere di quei coloni che nei secoli scorsi si spinsero, dietro un crescente incremento demografico e in seguito alla crisi della pastorizia, a coltivare la media ed alta montagna. Tale fenomeno fu particolarmente evidente nell’Appennino centrale soprattutto dopo la messa a coltura del Tavoliere delle Puglie. Tutti i terreni montani furono invasi da uomini che dall’alba al tramonto si affannavano per trasformare brulle pendici in campi che nella migliore delle ipotesi davano comunque magri raccolti. Anno dopo anno accatastarono, ammucchiarono, alzarono mura di contenimento, ripararono crolli, convogliarono acque; alcuni con maestria innata, altri con l’arte appresa nella lontana Puglia, altri ancora, guardando e imitando il vicino più abile.

Le aree di diffusione
L’area mediterranea, come si è detto, è quella maggiormente interessata dalle costruzioni in pietra a secco, che in effetti troviamo quasi sempre laddove la pietra diventa l’elemento caratterizzante del paesaggio. La densità e il livello di sviluppo tipologico sono poi funzione di numerosi altri fattori concomitanti. L’assenza di insediamento sparso determina la nascita di ricoveri sui luoghi di lavoro di dimensioni proporzionali a quelle del podere e delle forze lavorative impiegate. A volte è il fattore economico che può indurre a costruire con questa tecnica anche manufatti a uso agricolo, all’interno dei paesi, o nelle immediate vicinanze, appunto per il minor costo della costruzione a secco rispetto a quella con legante (a titolo di esempio possiamo citare i porcili e i pollai irlandesi e le stalle e i fienili della Majella). Fattori ancora più complessi hanno determinato la nascita di interi insediamenti abitativi in pietra a secco, come in Puglia e in Siria, ricchi di una ininterrotta tradizione durata per secoli. Le tipologie presenti in Europa sono numerosissime, ma, indipendentemente dalla latitudine, troviamo capanne simili quando l’uso a cui sono destinate è lo stesso. Alle piccole capanne decadenti poste sui campi d’Abruzzo somigliano quelle dell’isola di Aran (Irlanda), delle Ebridi, della Valle di Poschiavo (Svizzera), di alcune zone della Liguria, o quelle poste sulle pendici dell’Etna e in Sardegna. Con materiale di tipo lastriforme, la piccola capanna assume una forma cilindro-conica più precisa ed elegante. La troviamo pertanto nella zona molisana, in Istria, in Liguria, in Sardegna, in Puglia e in numerose regioni della Francia, dove riscontriamo la presenza di calcare sfaldabile in lastre. Ovunque i ripidi pendii richiedano una sistemazione a terrazze compare la capanna sotto fascia: inglobata nel muro di contenimento del campo, essa richiede poco lavoro e non ruba spazio alle colture. Simili alle capanne abruzzesi sono quelle liguri e pirenaiche. Non appena le dimensioni crescono cominciano ad apparire le forme gradinate per una evidente esigenza costruttiva. Tale tipologia conta numerosi esemplari in Puglia, ma la ritroviamo, sempre in capanne di una certa dimensione, in Abruzzo (Majella), in Francia, in Spagna, e nell’isola di Minorca, dove esse (barraques) assumono dimensioni notevolissime. Sono frequenti inoltre sulla costa e su alcune isole della Dalmazia. Nel processo evolutivo che denota la volontà di avvicinare la semplice capanna alla casa compare la pianta quadrata. In Abruzzo la pianta quadrata, pur presente, è molto rara, mentre è piuttosto frequente nella zona pugliese. La troviamo anche nell’isola di Maiorca, nella regione catalana, sulla costa dalmata, in Francia, in Liguria, in Irlanda. In alcuni casi il raggruppamento di più capanne, comunicanti tramite passaggi interni, ha portato alla formazione di complessi abitativi sia temporanei, sia permanenti. Tralasciando gli esempi pugliesi, già universalmente noti, è interessante ricordare quelli più primitivi, presenti in diverse zone europee, che mostrano la prima fase del processo di aggregazione. Il Rohlfs (Primitive costruzioni a cupola in Europa, 1963) riporta alcuni interessanti esempi relativi alle isole Ebridi, South Uist e Aird Mhor. Carattere abitativo permanente avevano alcuni complessi della provincia di Tarragona di cui ci dà notizia J. Rubio in un suo lavoro (Construccions de pedra en sec, 1914).
L’importanza di un’area di diffusione non è solamente determinata dalla densità delle capanne, ma dalla ricchezza tipologica ivi presente e dalla tradizione più o meno radicata nella costruzione delle stesse. Si è portati a vedere le cause prime del loro sviluppo nell’abbondanza di materiale, nella distanza dal paese e nella necessità di un ricovero, ma a volte intervengono altri fattori, non sempre chiari ed evidenti, che determinano il particolare successo di tale tecnica costruttiva. Nel caso della presenza di grosse capanne vicino ad abitazioni tradizionali poco fuori il paese, o in alcune frazioni, già si intuisce come la convenienza economica della costruzione a secco abbia fatto adottare tale tecnica ove esistevano le capacità manuali affinate in anni di spietramento e accumulo. È lecito immaginare una prima fase di sistemazione dei campi con muri di sostegno e recinzione, per passare in seguito alla costruzione di una grossa capanna ove trascorrere le notti nei periodi di maggiore lavoro e riporre attrezzi e prodotti agricoli. Infine, a essa, probabilmente con tempi di esecuzione molto lunghi, si è affiancata la costruzione della casa tradizionale, relegando la prima alla funzione di stalla-fienile e creando, con il definitivo trasferimento del gruppo familiare, un nucleo abitativo permanente. Certamente l’eversione feudale e il notevole incremento della popolazione nella prima metà dell’Ottocento hanno determinato la messa a coltura dei terreni della media montagna.
Probabilmente l’estrema indigenza dei nuovi coloni non ha permesso loro di costruire abitazioni tradizionali, ripiegando sulla costruzione a secco, economica e veloce da realizzare. Lo stesso fenomeno si è verificato nelle pianure con la realizzazione delle case di terra, anch’esse da prendere in considerazione tra le tecnologie povere “in cui l’uso dei materiali avviene senza mediazioni, in un rapporto diretto con l’ambiente e, pertanto, con un minimo apporto energetico, sia per quanto riguarda l’energia termica necessaria per le trasformazioni chimiche, che quella meccanica per il trasporto” (Vedi A. Ambrosi L’Architettura in pietra a secco: costruzione, progetto, tipologie, in Atti 1° Seminario internazionale di Architettura in pietra a secco, Noci 1987, p. 19).

Le capanne a pseudocupola:

la forma, la funzione e il materiale
È piuttosto frequente trovare minuscoli ripari, quasi informi mucchi di pietre, nei pressi delle belle capanne a gradoni, dalle mura possenti e dai particolari ben curati. Sono, sia gli uni che le altre, espressione di una stessa tecnica, ma rispecchiano due esigenze diverse e due diversi momenti del processo evolutivo che dal semplice riparo è giunto a forme più complesse. È evidente che i primi rappresentavano il prodotto spontaneo di una società agricola e pastorale, nella quale non esiste specializzazione in alcun campo e dove tutti sono in grado di provvedere ai propri bisogni elementari che vanno dal vestiario agli attrezzi da lavoro fino alle abitazioni. Ci troviamo cioè di fronte a dei ricoveri che non richiedono per la loro costruzione particolari conoscenze tecniche e impegno economico, ma solo un certo spirito di osservazione nell’esaminare i modelli preesistenti. Le testimonianze raccolte confermano l’estrema facilità con cui chiunque poteva accingersi a costruire un ricovero di tale tipo. Il fatto che la forma primaria decadente sia presente in molte delle aree di diffusione europee, risultando in qualche caso la più numerosa, lascia supporre che essa possa rappresentare la forma più spontanea della capanna a falsa cupola. Si aggiunga a ciò che in alcune zone di minore importanza tale tipologia è l’unica presente, quasi a segnare, evidenziandolo, il primo gradino di un processo evolutivo che non ha avuto seguito, probabilmente per mancanza di esigenze diverse. Per quel che riguarda la capanna a gradoni, è bene abbandonare l’idea del contadino o pastore che pian piano costruisce la propria capanna, in quanto le dimensioni che in genere tali costruzioni raggiungono e quelle dei blocchi impiegati presuppongono un certo numero di uomini, per di più ben organizzati. Abbandoniamo infatti il campo della struttura elementare, della costruzione spontanea, per entrare in quello specialistico, pur nella conservazione della tecnica tradizionale. Si son volute evidenziare queste due forme poiché, in Abruzzo, sono quelle più intimamente connesse con l’espansione dell’agricoltura lontano dai centri abitati. La prima proponendosi come ricovero momentaneo, la seconda come sede stagionale e a volte elemento iniziale di un futuro nucleo abitativo. Insieme rappresentano circa il 90% delle capanne, quindi si può ben comprendere la minore importanza delle altre forme, alcune delle quali (cilindro-conica, tronco-conica), fra l’altro, rispecchiano solo sommariamente i canoni delle rispettive tipologie. Al di là delle tipologie dettate dalla forma delle capanne, è molto importante una loro classificazione per categorie funzionali, che, come vedremo, determinano realmente, unitamente al tipo di materiale a disposizione, le dimensioni e pertanto influiscono sulla forma. Le popolazioni della Majella e in particolare quelle di Roccamorice e Lettomanoppello (PE) hanno adottato questo tipo di costruzione fino a elevarlo da casino di campagna ad appendice della propria abitazione, sempre con funzioni agro-pastorali. Le capanne di questa prima categoria, che costituiscono le stalle e i fienili, sono in genere realizzate su due piani, con la parte superiore riservata al fieno; inoltre esse superano spesso in dimensione la vicina abitazione. Abbiamo numerosi casi, soprattutto nel comune di Roccamorice, in cui queste popolazioni hanno quasi contemporaneamente costruito la casa di abitazione e la capanna in pietra a secco adiacente. Spesso la seconda precedeva la prima e così si poteva contare su di un punto di appoggio realizzato in poco tempo e a buon mercato (forma ogivale e secondaria da due a quattro gradoni). La seconda categoria è quella legata al fondo agricolo, più o meno lontano dal paese; in essa sono evidenti le funzioni di ricovero momentaneo e deposito attrezzi. Tali capanne, dovendo assolvere solamente alle funzioni anzidette, sono di piccole dimensioni e di fattura approssimata (forma primaria decadente, capanna sotto fascia, secondaria a un gradone). La terza e ultima categoria, quella della media montagna, riguarda i complessi agro-pastorali, nei quali compaiono i recinti a formare un insieme organico con le capanne: sono vere e proprie masserie stagionali, dove si coltivano i vicini terrazzamenti e si accudisce il gregge che pascola più a monte, o nelle zone incolte. Era frequente, nella stagione estiva, che intere famiglie vi si trasferissero ed è in questo tipo di complessi che la qualità tecnica si eleva nella ricerca dei raccordi fra mura perimetrali e capanne, nella realizzazione di corridoi coperti, di mungitoi e capanne comunicanti. Nell’ambito di queste categorie possiamo solo ora iniziare a distinguere alcune tipologie che non sono dettate da una preferenza estetica del costruttore, ma dalle dimensioni della capanna e dal materiale che si ha a disposizione. Se per esempio dobbiamo costruire una capanna a due piani con funzione di stalla-fienile (Di = 400 cm; H = 450 cm) usando del buon calcare, ci possiamo indirizzare verso la forma primaria ogivale, secondaria a gradoni, secondaria elicoidale. Delle tre la primaria ogivale è la meno indicata, in quanto più difficile e scomoda da realizzare e perché manca di un comodo gradone per l’accesso al piano superiore. Tutte le altre tipologie non sono idonee a realizzare la divisione dei piani e risulterebbero inutilmente pesanti rispetto a quelle a gradoni. Passiamo al caso del piccolo ricovero (Di = 180-200 cm, H = 200 cm) sul campo costruito con calcare resistente: senza dubbio la primaria decadente è la più logica insieme alla cilindro-conica, qualora si disponga di un buon materiale lastriforme. Disponendo invece di materiale poco resistente, o che si presenta a blocchi tondeggianti e dovendo necessariamente chiudere la volta a sistema spingente, occorre un notevole rinfianco che ci indirizza verso una secondaria a un gradone, o verso una primaria decadente larga e pesante. Possiamo brevemente concludere che la forma di una capanna è solamente il prodotto scontato di una serie di fattori, quali la condizione ambientale (materiale a disposizione) e l’esigenza in base alla funzione (dimensioni della capanna).

Statica elementare
Gli pseudoarchi e le pseudovolte si basano staticamente sulla trasmissione verticale degli sforzi. I pesi dei singoli conci costituenti lo pseudoarco si trasmettono agli elementi sottostanti verticalmente, senza generare alcuna spinta: ciò ci permette in teoria di fare a meno di rinfianchi, atti appunto ad assorbire tali spinte. È chiaro che per ogni singolo elemento occorre che Mr (momento ribaltante), dovuto alla parte sporgente del concio, sia minore, o, al limite, uguale a Ms (momento stabilizzante), dovuto alla sua parte poggiata: Mr 3/4 Ms, o più semplicemente che la forza-peso del concio cada entro la base di appoggio. La sovrapposizione dei conci in breve porterebbe la risultante del carico superiore a uscire fuori dalla base di appoggio dell’elemento iniziale, pertanto per l’equilibrio sono necessari degli aggetti minimi, a meno che non si intervenga aumentando i momenti stabilizzanti. Tale struttura proiettata nello spazio può coprire per traslazione ambienti quadrangolari e per rotazione ambienti circolari. Nel primo caso otteniamo pseudovolte a botte, nel secondo pseudovolte circolari. Nella pseudovolta circolare ogni anello di conci si comporterebbe, mediante l’interposizione di zeppe, come un arco giro, realizzando sul piano orizzontale un sistema spingente. In realtà nelle nostre semplici capanne ciò è realizzato in modo molto grossolano. La costruzione avviene sì per sovrapposizione di cerchi concentrici di pietre, ma senza serrarle fra di loro, anche per l’estrema variabilità della forma dei conci che non si prestano a essere incastrati. Nelle capanne abruzzesi si sono notati due diversi modi di realizzare l’aggetto, che non costituiscono una libera scelta tecnica, ma sono funzione del tipo di materiale a disposizione. In quelle zone in cui si dispone di materiale in lastre, nelle quali larghezza e lunghezza prevalgono nettamente sullo spessore, i singoli conci vengono poggiati orizzontalmente, o con una lieve inclinazione verso l’esterno, per favorire lo scolo dell’acqua. In tale maniera si realizza una pseudovolta pura senza alcuna spinta laterale. Quando si dispone invece di blocchi di forma tondeggiante, in genere di origine detritica e morenica, ai singoli conci occorre dare una inclinazione verso l’interno per poter sufficientemente progredire nella chiusura della luce, realizzando pertanto un sistema spingente. Tale tecnica viene comunque usata solo nella parte finale della cupola per luci molto ridotte, altrimenti bisognerebbe armare la struttura. Tali differenti tecniche influenzano anche la tipologia delle capanne: nel primo caso si hanno profili più acuti rispetto al secondo caso. Questa disposizione dei conci determina però una spinta laterale e pertanto questo tipo di copertura si colloca fra la pseudovolta e la volta vera e propria. In alcune costruzioni si nota la pietra sommitale perfettamente incastrata nell’ultimo circolo di conci con la funzione di creare contrasto nei filari, contrariamente a quanto accade nella pseudovolta pura, ove la sommità è chiusa da un lastrone semplicemente poggiato. È chiaro che in tali capanne la funzione dei rinfianchi assume una importanza determinante. Infatti per l’equilibrio statico del sistema occorre che la spinta trasmessa dalla cupola sia contenuta entro la fascia del terzo medio per evitare sollecitazioni di trazione (pertanto la sezione risulta compressa, condizione essenziale per i materiali litici). La forza-peso trasmessa dal rinfianco, componendosi con essa, dà luogo a una risultante più verticale, contenuta appunto in tale superficie. Piccoli cedimenti del rinfianco possono portare nuovamente la risultante fuori dal terzo medio, determinando una rotazione con il conseguente crollo della parte sommitale. Nella pseudovolta pura possiamo dividere lo spessore murario in tre parti: la parte interna, ove si realizza l’aggetto; il riempimento, costituito da pietre di piccola pezzatura, con le funzioni di coibentare la capanna e di aumentare i momenti Ms; il mantello esterno, atto a contenere il materiale di riempimento.

Le tipologie di ingressi
In alcune piccole capanne, simili a cumuli informi, l’ingresso si riduce spesso a uno stretto budello che bisogna percorrere carponi. Nulla lo evidenzia rispetto al resto, neppure l’architrave realizzato alla meglio con un blocco irregolare. Ma presentano ingressi modesti anche capanne di maggiori dimensioni: ciò condiziona notevolmente il loro aspetto. Infatti è proprio l’ingresso, sicuro indice della accuratezza costruttiva, che dà importanza alla capanna, più delle dimensioni di questa. È evidente a volte una certa ricerca estetica che tende a dare a un semplice varco la dignità di un portale: è su di esso che vengono incisi nomi e date dal pastore o dal contadino. Ma l’impiego dei blocchi migliori e la loro squadratura per realizzare gli stipiti non hanno solamente una finalità estetica. Infatti, in corrispondenza dell’ingresso, la continuità del muro di base viene a mancare e occorre un preciso accostamento degli elementi per contenere il riempimento interno e per evitare scivolamenti che porterebbero presto al completo degrado della capanna. Il materiale che si ha a disposizione influisce sul tipo di ingresso. In alcune capanne si sono realizzati gli architravi orizzontali in travetti di quercia, poiché le lastre presenti erano eccessivamente fragili e mancavano blocchi idonei per un ingresso a più conci (Montagna dei Fiori). L’ingresso ad architrave orizzontale è il tipo più comune. I blocchi monolitici vengono disposti in successione fino a coprire l’intero spessore del muro. Generalmente gli stipiti sono paralleli fra loro, ma in alcune capanne la loro linea è convergente verso l’alto, delineando un ingresso di forma trapezoidale. L’ingresso a sesto acuto è discretamente rappresentato. Quando non si dispone di blocchi monolitici abbastanza lunghi, o sufficientemente spessi, si ricorre a un ingresso a sesto acuto, più difficile da realizzare, ma certamente più sicuro. Vi sono pochissimi esempi di ingresso a tutto sesto e a sesto ribassato, realizzati o con pochi conci sagomati, o con una serie di piccoli elementi.

I sistemi di scarico sugli architravi
Quando gli architravi sono troppo sottili per sopportare il carico della struttura sovrastante, al di sopra di essi vengono realizzati dei vani di scarico che hanno la funzione di portare tale carico a gravare sui piedritti dell’ingresso, o comunque lateralmente. Troviamo diversi sistemi di scarico. Sull’architrave viene realizzato un vano di scarico quadrangolare di larghezza inferiore a quella dell’ingresso. L’architrave è sicuramente salvaguardato da questo accorgimento, ma il problema si sposta sul piccolo architrave del vano di scarico. Esso lavora però in condizioni migliori, in quanto è sottoposto, data la minor luce tra gli appoggi, a un minor momento flettente. Il vano di scarico triangolare può essere realizzato con due elementi, o con più conci in aggetto. Come per il caso precedente anche l’arco di scarico ha lo scopo di non far gravare sulle parti sottostanti il carico superiore, portando i pesi lateralmente. I vani di scarico in genere sono interni alla capanna, assolvendo anche alla funzione di ripostiglio. Solo in rari casi vengono realizzati esternamente. Ancora più raro è il vano passante che forma una finestra sull’architrave.
 

 

 

 

 

 

 

 
   

Torna al numero 45 di BIOARCHITETTURA

Torna alla pagina degli arretrati di BIOARCHITETTURA

 

Casa editrice

Istituto Nazionale Bioarchitettura

 

 

 
 
 

 

I numeri dal 35 al 52

Sono editi dalla Mancosu Editore di Roma, a cui richiedere eventuali numeri arretrati.

   BIOARCHITETTURA Service
   Abbonamenti
   Contatto
   Redazione

  

   Redazione

   BIOARCHITETTURA

   C.P. 61 - 39100 Bolzano
   0471.278294