| |
BIOARCHITETTURA
|
Numero 45 di ottobre-novembre 2005
|
Radici di periferia
Ugo Sasso
Man mano che la Rivoluzione industriale si spandeva, conquistando
alle attività manifatturiere sempre nuove aree, si determinavano
improvvisi aumenti delle popolazioni tali da non riuscire ad
essere assorbiti dalle città del tempo, rimaste più o meno quelle
dell’epoca medioevale. Si verificarono così, tutti insieme e
particolarmente dirompenti sul fronte urbanistico, un serie di
fenomeni del tutto sconosciuti: il sovraffollamento determina
condizioni di vita precarie, si aggravano i problemi di igiene,
emergono conflitti di convivenza e anche – da parte degli strati
sociali più bassi – di ordine pubblico, la pressione fa saltare
uno dopo l’altro i perimetri murari delle città stratificatisi nei
secoli e che sino ad allora avevano distinto nitidamente la città
dalla campagna. L’inurbamento di folle contadine comporta la
perdita, che era stata dei genitori e degli avi, di costruirsi da
sé o con l’aiuto di parenti ed amici la propria casa; al contempo
questi operai, che non guadagnano abbastanza per acquistarla sul
libero mercato, possono garantire il pagamento di un affitto
grazie alla solvibilità bassa ma costante data dalla paga mensile,
molto più stabile rispetto ad una situazione agraria soggetta a
imprevedibili oscillazioni. Nascono le grandi imprese immobiliari,
spesso ad opera degli stessi industriali manifatturieri, per
produrre caseggiati da cedere in locazione: i primi moderni
“contenitori” di abitazioni che, sfondato l’antico guscio delle
città, si spandono sul territorio alla ricerca di aree sempre a
buon mercato.
Per frenare e dirigere queste tremende pressioni economiche,
nascono due nuovi istituti giuridici, anch’essi del tutto
rivoluzionari rispetto alle dinamiche precedenti: il regolamento
di Piano e l’esproprio per ragioni di pubblica utilità. È
possibile così leggere la forma e la struttura di ogni città
contemporanea come l’equilibrio via via raggiunto tra gli
interessi generali e le spinte private, tra l’interesse della
società e gli immensi ricavi determinati dalla magica
trasformazione di terreni agricoli in lotti edificabili. A tutto
ciò il mondo dell’architettura, cioè la carovana variegata
costituita da pensatori, docenti, professionisti, redattori,
impresari, non fu semplice spettatore. Fu subito chiaro che le
risposte a queste richieste e a tali problemi non potevano venire
dal Romanticismo né dall’irrazionalismo dell’Art Nouveau e neppure
da quella discontinuità col passato portata dal Liberty,
espressione in senso decorativo della ricca borghesia. Parve
altrettanto evidente che le nuove dinamiche si muovevano con tempi
accelerati sino ad allora sconosciuti e toglievano per sempre la
tranquilla possibilità di riflettere sui fenomeni indulgendo in
disquisizioni retoriche e raffinate: questi problemi imponevano
reazioni immediate trasferite dal piano della filosofia e
dell’estetica a quello più neutro ed oggettivo consentito dalla
logica. Le domande centrali da porsi erano: serve – è utile – è
funzionale – quanto costa – quanto tempo ci vuole per costruirlo?
in una frase: come gestire presto e bene una domanda di alloggi
inusitata e dirompente? Ma, pur sforzandosi di pensare
prioritariamente in termini di quantità, la questione non potè che
trasferirsi anche – e soprattutto – nell’ambito che da sempre era
stato lo specifico della disciplina, cioè quello dell’immagine,
della forma, dello stile e della comunicazione visiva. Adolf Loos
con la parola d’ordine “ornamento è delitto” fu chiaro nel
riassumere il concetto: ogni possibile qualità degli edifici
andava ricercata nella loro struttura volumetrica e organizzativa
e non già nei possibili orpelli da applicare con più o meno gusto.
La crociata assume in molti casi connotati moralistici: non è
possibile indulgere su abbellimenti, estetistismi, comunicazioni
rituali sia per motivi oggettivi (le risorse disponibili vanno
concentrate verso obiettivi di produttività) sia ideologici (ogni
segnalazione di distinzioni sociali perpetua la divisione in
classi). Così per la prima volta nella storia dell’architettura
occidentale, i nuovi edifici presentarono prospetti volutamente
spogli la cui estetica è affidata al ritmo delle bucature e
comunque degli elementi che “servono”. Persino ai piccoli
progettisti di provincia viene d’un colpo sottratto tutto il
vocabolario di stilemi con cui sino ad allora avevano conciato
l’opera rispetto a destinazione e funzione sociale, spingendo
tutti nell’improba impresa di cercare di rendere estetica
l’assemblaggio di elementi solo ed esclusivamente funzionali. Da
allora in poi in ogni parte del mondo le moltiplicate colonie di
progettisti sarebbero stati formati all’idea che è ammissibile
solo ciò che è “giustificabile”. Reclusi nell’angolo
dell’impotenza percettiva e con ridotti ambiti di manovra,
l’imperante sistema mediatico occupato dagli stilisti
internazionali costringe i progettisti ad accettare gli schemi
concettuali ed ideologici della funzionalità meccanica; se invece
insistono per introdurre nel progetto quegli elementi di
graziosità, decoro e simpatia a cui istintivamente sentono di non
poter rinunciare, sono liberi di (cercare di) arrampicarsi sugli
specchi delle “giustificazioni” mostrando viscere ed incastri
degli edifici, forzando i materiali a rappresentare supposte
necessità, strutturando i volumi a inseguire ipotetiche necessità
planimetriche; o infine – stabilita la sostanziale arbitrarietà di
ogni imposto razionalismo – fuggire nell’orgia plastica esibita e
inconcludente.
È questo lo schema sconfortante che, sull’eredità delle Arts and
Crafts e in sintonia con le sollecitazioni della cultura moderna
figurativa (cubismo, costruttivismo e astrattismo) e filosofica
(materialismo storico e positivismo), si sviluppa nel periodo tra
le due Guerre. Il processo di “purificazione” via via sempre più
approfondito spingerà quindi il progetto ad aderire acriticamente
alle tecniche urbanistiche, costruttive e industriali adottate,
espellendo come indegna ogni componente e accenno anche
larvatamente emotivo. Il fine dichiarato è di far emergere le
“forme delle funzioni” alle quali l’oggetto (architettonico o
d’uso, fa lo stesso) è destinato; di fatto la fondamentale (sic)
necessità di coerenza tra la forma e la funzione stabilisce che
sia quest’ultima l’unica autorizzata a fissare, ai vari livelli,
le scelte. Passaggi importanti di tale consapevolezza furono le
scelte urbanistiche di Weissenhof a Stoccarda, i concorsi per il
Chicago Tribune, per la sede della Società delle Nazioni a
Ginevra, per il palazzo dei Soviet a Mosca. Poi, tra il 1928 ed il
1940, le riunioni dei CIAM. A voler cercare il punto di
discontinuità tra il mondo agricolo e quello industrializzato, tra
il passato ed il futuro, lo troviamo nel Bauhaus, che a sua volta
coglie ed interpreta lo spirito dell’epoca e soprattutto sviluppa
le idee del Deutscher Werkbund, istituzione fondata a Monaco nel
1907 da Hermann Muthesius come convergenza tra intellettuali e
imprenditori (sua la frase che poi diverrà marchio di fabbrica dal
Bauhaus “dal cucchiaio alla città”) con l’intento di confermare
anche nell’epoca delle macchine la qualità artigiana.
L’operazione, ritenuta l’unica possibile impostazione consapevole
in grado di umanizzare quella logica dei numeri che gli avanzanti
processi di industrializzazione stanno imponendo alle coscienze,
risponde ad un sentire diffuso. Il successo è travolgente. Su
questa falsariga nasce nel 1910 il Werkbund austriaco, nel 1913
quello svizzero, nel 1915 il Design and Industries Association in
Inghilterra, nel 1916 Le Comité Central des Arts Appliqués in
Francia e infine nel 1917 il Werkbund svedese. Operazioni che
intuiscono la portata della rivoluzione industriale ma si pongono
ancora in bilico incerto tra fatto a mano e fatto a macchina,
prodotto di serie e serie di prodotti. Arriviamo così al 1919,
anno in cui Walter Gropius fonda il Bauhaus e porta a chiarezza la
convinzione che “moderno è meglio”.
In particolare il Bauhaus si vanta di non avere – comunque di non
ricercare – uno stile ma di basare le proprie scelte
esclusivamente su motivazioni razionali. A questo punto è
necessario sottolineare un elemento che si rivelerà di estrema
importanza per gli sviluppi successivi e per le ripercussioni che
giungono sino ai giorni nostri: il Bauhaus non nasce come scuola
d’architettura ma come scuola d’arte applicata. L’innesto
dell’architettura e dell’urbanistica come discipline autonome (e
solo negli anni conclusivi) su una struttura nata, pensata e
proiettata diremmo noi verso il design, condizionerà l’approccio e
le conclusioni progettuali. Il fine dichiarato di questa struttura
formativa è di riuscire a procedurizzare i percorsi progettuali e
attuativi adottando griglie sempre più rigorose di ripartizione
analitica delle funzioni, delle tecniche, delle modalità d’uso.
Ciò nella convinzione che esiste – va solo scoperto – il metodo
unitario, basilare ed assoluto, una sorta di pietra filosofale a
cui ancor oggi molti continuano a dar la caccia, capace di
accomunare e risolvere tutti i problemi, qualunque sia
l’obiettivo. Appunto, dal cucchiaio alla città.
Questo comporta alcune conseguenze. La prima è che la qualità
estetica del manufatto può e “moralmente deve” riscoprirsi tutta e
solo indagando il procedimento, la tecnica esecutiva, le
possibilità ed i nodi di assemblaggio, la ripetizione dei moduli,
l’esibizione degli elementi disaggregati, la sincerità dei
materiali di cui vanno mantenuti ed esaltati il colore, la grana e
la tessitura originali; al contrario, tutto ciò che non possiede
evidenza utilitaristica, va eliminato come superfluo, ingombrante,
inutile. Addirittura: scorretto ed immorale. Anche la città, quasi
fosse un elettrodomestico, viene analizzata nelle sue funzioni
elementari: produrre, ricrearsi, dormire. Da qui nasceranno gli
inferni delle zone industriali con capannoni privi di ogni
dignità, i mondi fatti con la cartapesta e le luminarie delle
multisale, i quartieri dormitorio con gli edifici in serie e tutti
uguali (raggiunta la massima efficienza, perché mai cambiare?).
Poi, altro cardine della rivoluzione razionalista, la seconda
conseguenza: la convinzione della sostanziale omogeneità tra il
piccolo ed il grande, cioè che il principio della
“razionalizzazione” vada progressivamente applicato a tutte le
scale, dal dettaglio costruttivo sino al quartiere urbano, al
mobile come all’immobile. Anzi, poiché solo la profondità
dell’analisi garantisce la considerazione di tutti i fattori
“significativi”, ogni risultato inadeguato è sostanzialmente
imputabile all’assunzione di una gamma non sufficientemente
esaustiva. Ciò nell’assunto che tutto sia oggettivabile e
riducibile a quantità, persino la significatività dei fattori da
considerare. Questo consegue che tutto diventa “oggetto”,
elemento, singolarità da moltiplicare all’infinito. Ogni cosa,
ogni passaggio progettuale, è reso autonomo, autosignificativo,
autoreferente. Ad esempio, ritenendo che se proprio si vuole
prendere in considerazione le specificità del luogo queste siano
riassumibili in curve di livello, diagrammi solari e carta dei
venti, si liquida come superata ed antistorica la tradizione
costruttiva ed insieme ad essa ogni proposta di continuità
figurativa col passato, sbrigativamente liquidata come “vernacolare”.
Questo termine viene connotato di ogni possibile negatività (ancor
oggi utilizzato nei giri più tecnologici come vero e proprio
insulto) in quanto nasconderebbe atteggiamenti ipocriti, falsi,
piccoli borghesi ed antiprogressisti; ogni indulgenza alla
nostalgia e al romanticismo pone infatti in discussione la
conclamata necessità di sperimentazione, innovazione,
aggiornamento ritenuti i nuovi cardini su cui si fonda la
professione. Al massimo sono consentiti rimandi storici di ordine
tipologico in quanto inventariabili, schematizzabili, enucleabili
all’interno di una specifica categoria e in fondo relativamente
neutri rispetto alle scelte tecnologiche e di immagine. Tutto il
resto – il pensare della gente, le dinamiche sociali, la fantasia,
le abitudini, il paesaggio, tutti quei fattori culturali e
geografici che nel tempo hanno determinato le caratteristiche
sempre diverse di ogni luogo e la sua umana qualità – viene
considerato “accidente” non riconducibile a categorie definite,
elementi di disturbo rispetto ad ogni scientifica strutturazione
analitico/quantitativa.
Le Corbusier sintetizza il nuovo credo in cinque punti: intanto
gli edifici non devono più poggiare per terra ma, grazie ai
pilotis, possono sganciarsi dal suolo liberando il volume da ogni
necessità di contaminazione e rendendo quindi trascurabile ciò che
succede ed avviene a livello di terreno; devono abbandonare il
romantico e retrogrado tetto a falde per una copertura piatta più
“razionale” (sic) su cui camminare e collocare del verde; grazie
al sistema reticolare trave /pilastro le planimetrie possono
svincolarsi dai tradizionali condizionamenti costruttivi
determinati dai massicci e stabili muri portanti; collocando poi i
pilastri in posizione arretrata rispetto al muro esterno, anche la
facciata – da elemento portante mantenutosi nei secoli – diviene
portata e quindi libera da ogni esigenza statica: finalmente le
aperture possono assumere le più incredibili forme e dimensioni.
La concettuale repulsione per il contesto viene evidenziata da un
ulteriore vocabolo architettonico: il distanziatore, vera e
propria “fuga” da ogni contatto con l’esistente o il
pre-esistente, il segno che consente di trattare l’edificio come
“isolato” anche quando si è costretti ad operare in un insieme, in
una cortina, in una continuità. Gli esempi di tutto ciò, nobili e
meno nobili, riempiono i libri di storia dell’architettura
contemporanea e, purtroppo, il nostro orizzonte quotidiano. Anche
perché nel frattempo, nonostante la posizione neutra ed apolitica
Ludvig Mies van der Rohe, la Bauhaus viene chiusa dai nazisti e la
maggior parte degli insegnanti ed allievi, coll’aura dei
perseguitati politici, emigra negli Stati Uniti. Qui le intuizioni
e quelle che sino ad allora erano state le tutto sommato timide
esperienze europee, si incontrarono con i grandi capitali e la
grande industria.
Fruttificheranno qualcosa di totalmente diverso da quella che era
stata l’architettura tradizionale delle città europee, con le loro
piazze contenute, i vicoli contorti, gli andamenti che si adattano
alla geografia e si connettono alla storia.
L’architettura, che sino ad allora era stata umana, trova lo
spazio ed i capitali per divenire “razionale”, appoggiandosi al
cemento armato e a un vocabolario formale che rinviene nelle
ripetivitivà e nell’invidia per il mondo della meccanica la
propria immagine strutturale. Nel Dopoguerra il Piano Maschall la
esporterà in tutto il mondo facendola divenire elemento comune di
tutti i luoghi. È la vittoria della omologazione: tutti i luoghi
diventano comuni. Siamo ai giorni nostri. I primi timidi dubbi
sorgono solo negli anni ’70 e furono sostanzialmente di tipo
tecnologico. L’ossessione di far assomigliare gli edifici a dei
meccanismi aveva portato a lisciare le superfici, squadrare i
volumi, buttar via con fiducia nel progresso e nei suoi materiali,
quegli accorgimenti (tetto spiovente, marcapiani, interruzioni dei
flussi dilavanti, areazione dei sottotetti, ecc.) maturati
attraverso l’esperienza dei secoli. La dissezione delle strutture
in funzione delle specifiche finalità (elementi portanti, di
finitura, di coibentazione, di impermeabilizzazione, ecc.) aveva
inoltre portato a sottovalutare l’uno o l’altro degli aspetti (un
tempo assolti dalla muratura portante monostrato) e comunque a
trascurare elementi ritenuti a torto poco significativi. Ci si
rese conto che i nuovi materiali non isolavano e non avevano
inerzia termica e quindi richiedevano enormi quantità di energia
per il riscaldamento o il condizionamento, che i nuovi edifici
invecchiavano precocemente. Si cominciò a notare anche che i
miracoli di efficienza e di benessere promessi sul piano
urbanistico non funzionavano: le persone si ribellavano, stavano
male, non riuscivano a porre radici e quindi aggredivano questi
quartieri rigidi, ripetitivi, ossessivi e ostili, che facevano di
tutto per adeguarsi ad una ipotetica e futuristica civiltà delle
macchine. Finita l’ubriacatura collettiva (per la verità molte
sacche di ignoranza continuano a sopravvivere, soprattutto nelle
università) iniziamo oggi timidamente a guardarci intorno. Le
periferie oscene che denunciano alla storia presunzione ed
assoluta irrazionalità portano (ancora pochi) a riflettere sulla
tragedia: milioni di edifici anonimi, ostili, repulsivi che
ovunque vengono rifiutati e tutti insieme si disfano in tutto il
mondo. Qua e là si apre la discussione e le posizioni si mostrano
come non mai assurde: da una parte gli esperti più “razionali”
che, consapevoli di come la nostra economia si nutra di
movimentazioni, chiedono di abbattere e sostituire queste che
definiscono aberrazioni tecnologiche; dall’altra i “romantici” che
continuano ideologicamente a vedere in questi scatoloni disumani
l’affermazione dell’idea di progresso e di uguaglianza sociale.
Entrambe le posizioni, abbastanza indifferenti al pensiero degli
abitanti, danno per pacifico che gli intereventi di oggi sarebbero
del tutto diversi da quelli di ieri. In realtà, poiché in molte
sale si continua a proiettare il film progressista, gli strumenti
culturali per affrontare questi problemi risultano ancora deboli e
incerti.





|
|