| |
BIOARCHITETTURA
|
Numero 45 di ottobre-novembre 2005
|
Raffrescare con il sole
Ugo Sasso
Debitrice nei confronti delle ricerche e delle applicazioni
realizzate in ambito nordico, la cultura bioclimatica ha posto
sino ad oggi l’accento sui problemi dell’isolamento termico e del
recupero del calore. Cioè sui problemi relativi al contenimento
dei consumi invernali. In realtà, come periodicamente pongono in
evidenza i ricorrenti black out energetici, alle nostre latitudini
si prospetta con sempre maggiore evidenza il problema dell’estate.
I motivi di questa esplosione delle necessità di condizionamento
sono diversi: le mutazioni climatiche che accentuano le fasi
estreme eludendo quelle intermedie; la frammentazione dei periodi
di ferie per cui mentre una volta si saltava a piè pari almeno
tutto il mese d’agosto oggi si tende a corrodere il pacchetto con
tre giorni qua, due giorni là utilizzati durante l’anno;
soprattutto sono mutate le esigenze, la capacità di sopportazione
e la possibilità di spesa. Oggi, una bocchetta di condizionatore
non si nega neanche all’usciere. Quello che invece non è cambiato,
ovviamente, è il sistema di controllo termico incorporato nel
nostro organismo il quale, mediante opportune regolazioni,
consente adattamenti a condizioni ambientali anche molto
variabili, riuscendo a mantenere la temperatura corporea attorno
ai 37° C. Ad esempio nelle situazioni calde la pelle accentua le
sue capacità di scambiatore di calore interno/esterno: all’alzarsi
della temperatura, i vasi sanguigni superficiali si dilatano per
aumentare i flussi di calore e quindi lo smaltimento.
Quando la vasodilatazione non è più sufficiente per dissipare il
calore prodotto dal metabolismo corporeo, alcune valvole
distribuiscono sul corpo un sottile velo d’acqua in maniera che
l’evaporazione consenta ulteriori dissipazioni. La produzione di
calore prodotta dai corpi varia rispetto a molteplici fattori:
attività, cibo ingerito, età, sesso, struttura fisica, ecc. Ad
esempio le donne e le persone anziane hanno un metabolismo più
lento e quindi gradiscono temperature leggermente più alte,
parimenti alle persone lunghe e magre che, presentando un più alto
rapporto superficie/volume, in proporzione disperdono più calore:
sopportano meglio il caldo piuttosto che il freddo.
Di contro, lo strato adiposo funziona come un vero e proprio
isolante e quindi d’inverno disperde meno, ma se invece di
ricevere calore deve cederlo all’esterno, ha bisogno di
temperature più basse per dissiparne la stessa quantità. Ma, lungi
dall’essere riducibile ad un fatto fisiologico, la percezione del
caldo e del freddo comprende, come accennato, abitudini, fattori
psicologici e di status sociale. Oggi sembra diventato
indispensabile avere a disposizione ambienti surriscaldati
d’inverno e per contro raffreddarsi in estate. Così da un lato i
consumi assorbiti dalla climatizzazione si impennano, si diffonde
dall’altro – almeno nelle fasce più consapevoli della società – la
percezione che l’epoca dell’energia a buon mercato sta con
rapidità concludendosi. Negli ultimi anni sono state quindi
avviate su questi temi numerose ricerche e attivate applicazioni.
Quelle che si pongono l’obiettivo di utilizzare il calore del sole
per raffrescare gli ambienti, non solo paiono ricche di
interessanti sviluppi ma assumono anche un particolare fascino
concettuale. Se può in qualche misura apparire scontato
riscaldarsi utilizzando il calore sprigionato dal solare (come
evidenziano gli innumerevoli accorgimenti bioclimatici
dell’edilizia storica) certamente più raffinato è utilizzare la
stessa fonte che produce la situazione di disagio (il calore
esterno alla casa) per mitigare tale situazione. Il sogno è di
instaurare un sistema perfettamente omeostatico, capace cioè di
autoregolarsi: al crescere della temperatura ambientale
determinata dalla radiazione solare, questa stessa accresce in
maniera proporzionale l’efficienza dei sistemi di raffrescamento.
Poiché in ecologia ogni semplificazione tecnologica è ben accetta,
la soluzione più immediata utilizza il calore del sole –
direttamente o mediante dispositivi di accumulo nell’aria,
nell’acqua o in altri fluidi – per alimentare i cosiddetti “camini
solari”, dei semplici condotti che, riscaldati, riescono ad
innescare processi di estrazione dell’aria dagli ambienti, da
rimpiazzare con aria a temperatura inferiore affluente da zone a
nord dell’edificio oppure raffrescata facendola prima passare
attraverso condotti interrati. Si tratta di tecnologie molto
semplici che sfruttano la conosciutissima e naturale tendenza dei
fluidi a stratificarsi in funzione della propria temperatura, con
la parte più calda in alto e quella più fredda in basso.
Più raffinata è la tecnologia che prevede la movimentazione
dell’aria (tipo “ventilatore”) o comunque la sua circolazione
forzata mediante dispositivi elettrici alimentati dal fotovoltaico.
Anche in questo caso è facile stabilire un rapporto diretto tra
irraggiamento, produzione di energia elettrica e velocità di
movimentazione per cui, più man mano che si alza la temperatura,
accellerano i ventilatori.
Come noto, uno dei parametri fondamentali nella percezione del
benessere è costituito dall’umidità relativa (data dal rapporto
tra la quantità di acqua presente nell’atmosfera e la massima
quantità contenibile a quella stessa temperatura) proprio perché
incide sui fenomeni di evaporazione: se il termometro segna più di
32° e se l’umidità relativa supera il 70 %, il sudore non ce la fa
ad evaporare e si accentua la sensazione di caldo. Viene cioè
impedito il raffrescamento del corpo tramite evaporazione del velo
di sudore, fenomeno che sfrutta quell’altra basilare legge fisica
(fondamentale nella tecnologia del raffrescamento) secondo la
quale ogni variazione di stato e/o di volume della materia assorbe
(e quindi sottrae) energia termica.
Lo sfruttamento tecnologico del calore solare trova però
importanti limitazioni nella discontinuità nel tempo della fonte
(giorno/notte; estate/inverno), quindi la ricerca sta puntando sia
sulla sperimentazione di vapori in grado di espandersi anche a
temperature relativamente basse, sia su miscele di fluidi capaci –
variando le percentuali dei componenti – di vaporizzare a
temperature e pressioni diverse, adeguandosi in questo modo alla
disponibilità della fonte e quindi ottimizzando il calore volta
per volta disponibile.
Il sistema “ecologico” oggi più diffuso è tuttavia l’utilizzo
delle pompe termiche che, trasportando tutto da una parte il
calore presente in due luoghi diversi, permette di riscaldare e
raffrescare gli edifici con un unico impianto. La tecnologia della
pompa di calore è ormai matura ed affidabile. Si tratta in poche
parole di un circuito chiuso percorso da un fluido frigorigeno
che, al variare delle condizioni di temperatura e di pressione,
assume ora lo stato di liquido ora quello di vapore. Il ciclo è
concettualmente semplice: diminuendo la pressione sul fluido, lo
si fa evaporare all’interno nell’ambiente più freddo, in maniera
che assorba da questo tutto il calore necessario a compiere la sua
trasformazione di stato; quindi lo si comprime (è questa la fase
che richiede apporto di energia elettrica) fino a che la sua
temperatura raggiunge un valore più alto di quello dell’ambiente
caldo. A questo punto il fluido è pronto per cedere sia il calore
assorbito dalla sorgente fredda, sia il calore determinato dalla
compressione. La pompa di calore è quindi una macchina in grado di
trasferire calore da un corpo a temperatura più bassa ad un corpo
a temperatura più alta. E, come tutte le macchine, per funzionare
ha bisogno di energia. Tralasciando i rari casi in cui tale
energia viene prodotta in loco mediante pannelli fotovoltaici o
microturbine azionate dall’acqua o dal vento, quasi sempre la
fonte proviene da una spina elettrica.
A grandi linee l’efficienza teorica di una pompa è circa 3, cioè
restituisce con interessi del 300% l’investimento energetico
assorbito. Una valutazione più attenta, che conteggi anche i
rendimenti della catena di produzione, trasporto e distribuzione
dell’energia elettrica, fissa tra il 110 e il 140% i rendimenti
complessivi annuali, sicuramente un risultato positivo se si
considera che le caldaie a gas più efficienti presentano
rendimenti medi stagionali intorno all’ 80% mentre l’efficienza
dei condizionatori è inferiore al 30%.
Le pompe di calore, se usate per riscaldare, possono coprire
l’intero fabbisogno termico in zone climatiche dove non si scende
per più di un paio di giorni sotto i 4-5 °C. Ma il bello delle
pompe di calore, almeno quelle di più recente produzione, è la
invertibilità del ciclo per cui risultano utilizzabili sia
d’inverno che per il condizionamento estivo. In entrambi i casi,
come ovvio, l’efficienza del sistema aumenta quando la temperatura
tra le due fonti, quella fredda e quella calda, si avvicinano;
detto in altre parole, è più facile riscaldare o raffrescare
quando la temperatura delle fonti esterne si approssima ai 21 °C
che vogliamo nei nostri ambienti. Per cui nelle situazioni in cui
abbiamo bisogno di caldo, l’aria reflua (quella che espelliamo
durante i normali ricambi d’aria) costituisce la sorgente fredda
più vantaggiosa da cui assorbire calorie: prima di buttarla fuori
a modificare la temperatura esterna, la pompa di calore può
recuperare buona parte delle sue calorie.
Per quanto concerne il raffrescamento in genere risulta più
vantaggioso lo scambio con l’acqua di falda, la cui temperatura è
costante e si aggira intorno ai 10 °C senza risentire troppo delle
condizioni climatiche esterne, allo stesso modo del terreno
profondo 1-2 metri, che può essere utilizzato in alternativa là
dove le falde sono incontaminate e quindi vanno evitate modifiche
della loro temperatura e inquinamenti da possibili sversamenti di
fluidi. Se i vantaggi economici e soprattutto energetici
nell’utilizzo di tecnologie solari per riscaldare e raffrescare
sono evidenti, ve ne sono altri non sempre considerati.
Per esempio la possibilità di evitare l’utilizzo di caldaie che
possono perdere monossido di carbonio, di gas che possono saturare
l’ambiente, di stoccaggi di oli combustibili ad elevato rischio di
incendio che in caso di sversamenti contaminano i suoli, di
trasporti da distanze lontane che contribuiscono a inquinare
l’atmosfera, di guerre per l’accaparramento delle risorse, ecc.
Anche le manutenzioni ad impianti di climatizzazione solari sono
limitate e sicuramente inferiori a quelle richieste da gruppi
frigoriferi e caldaie, quali pulizia dei camini, controllo dei
bruciatori, messa a punto delle ventole, ecc.
Sul piano estetico, si evita sia l’installazione delle teste dei
condizionatori sulla facciata degli edifici, sia le nicchie per
l’alloggiamento dei contatori. In conclusione, poiché il futuro ci
obbligherà comunque a ricorrere a fonti alternative rispetto al
gas e al petrolio, è importante ricordarsi che l’energia solare è
a disposizione per riscaldare ma anche per raffrescare i nostri
ambienti. Questo sia a livello di organizzazione dell’edificio sia
di semplice impiantistica. Anche se l’obiettivo prioritario rimane
quello educativo: comprendere cioè che molto può fare un maglione
in più, insieme alla consapevolezza che, all’interno di una certa
fascia di variazioni climatiche, un corpo sano possiede notevoli
capacità di acclimazione.
Relazione introduttiva al Convegno internazionale “Raffrescare
con il sole”, Bologna il 30 maggio 2005.



|
|