| |
BIOARCHITETTURA
|
Numero 45 di ottobre-novembre 2005
|
Il senso di Sesto
Stefano Frattini, Ilaria Sorrentino
Ad esempio Sesto San Giovanni, ha una periferia? Sesto è
periferia? È la periferia di Milano? È la periferia di se stessa?
E allora, dove inizia la periferia? Dobbiamo cercare un tratto
distintivo di tipo ambientale/posizionale o piuttosto un fattore
di semplice decentramento abitativo (minor costo delle case) o
lavorativo (più spazio disponibile) o costruttivo/architetturale?
Che siano le architetture dallo “stile popolare” a parlarci di
periferia oppure sono le tipologie delle attività commerciali a
fungere da marcatore assieme alla fame di collegamenti, con il
centro e con le altre periferie? Forse la periferia può essere
vista come una zona di “ammortizzazione” tra due centri. Nel
secolo scorso erano le campagne a costituire diradazione delle
attività umane; ai giorni nostri nelle zone periurbane delle
grandi città il panorama si presenta caoticamente uniforme,
connurbamento senza capo ne coda ma in cui improvvisi granamenti
delle cortine e commisture improbabili possono darci segnali. Si
potrebbe partire anche dai muri. Ma cos’è un muro? Una struttura
portante, un divisorio, uno strumento di definizione di spazi e
situazioni, di unione sotto lo stesso tetto… molteplici funzioni
per molteplici visioni. Di norma il muro non lo vediamo, non lo
percepiamo, è un elemento strutturale che ci sfugge a causa della
scarsa funzione che gli assegniamo (funzione basilare di
sorreggere una casa, dividere uno spazio, segnalare una funzione,
ecc.). Ce ne accorgiamo solo quando un elemento turba la sua e la
nostra tranquillità, un graffito, una scritta, un buco, una crepa,
una luce… Le persone attribuiscono a volte significati connotativi
ad oggetti inattesi, che non si possono cogliere, che non vogliono
essere colti o che non nascono con la pretesa di essere notati. Un
muro, una superficie, una lavagna, un urlo, uno strillo, un
sussulto lieve, una parola appena accennata: la comunicazione, in
qualsiasi forma viene espletata, è alla base delle nostre azioni;
forse più che una volontà è bisogno comunicare ed interagire con
chi ci sta attorno, attraverso azioni dirette o meno. I muri, le
superfici delle nostre case, da questo punto di vista sono come
uno specchio esteriore. Manifesto e mezzo per esternare. Esporre
“al di fuori” il concetto di dentro/fuori, di casa/mondo, di mio
singolo spazio privato contro la molteplicità degli spazi comuni.
I balconi, le facciate fungono da contatto con il mondo, in cui la
funzione fisica coincide con quella più intima del rapporto tra
persone. Senza spingersi verso interpretazioni troppo profonde,
“abbellire” la facciata per sentirsi meglio non è così lontano dal
rendere vivo uno spazio ritagliato da muri perimetrali, sentire
più proprio il luogo abitato. Alcune piante su un balcone
segnalano che la casa è vissuta, vi è vita al suo interno, io sono
colui che la occupa, il mio spazio esiste, quindi io esisto. Si
tratta di un insieme di elementi che possono apparire futili,
dettagli che travalicano la propria semplicistica funzione
decorativa, significanti che nascondono significati più o meno
occultati. Tutto ciò fa parte dell’ambiente che si propone agli
altri, al di fuori del proprio dentro, a sconosciuti col naso per
aria, come proiezione della propria situazione casalinga
(abitativa e mentale). Cioè, per sentire proprio uno spazio, lo si
deve modificare, rendere unico, o almeno convincersi che lo sia,
diversificando l’uniformità dei balconi magari attraverso balconi
uniformemente fioriti. Oggetti e soggetti che completano il
proprio habitat prevalentemente senza uno scopo specifico, ma che
concorrono alla dimensione di quella quotidianità fatta di piccole
azioni che formano la struttura abitativa; dettagli portati in
primo piano solo quando se ne nota l’assenza, assenza di quel
normale quotidiano capace di chiamare alla mente immagini e
ricordi, sensazioni legate al tempo andato e sogni per il futuro.
È persino possibile tracciare una definizione di casa (spazio
abitativo) passando attraverso la mappatura dell’insieme dei
particolari che concorrono alla creazione di un senso comune di
focolare domestico. Si tratta di sensazioni e bisogni che nella
periferia, più in particolare in quella postindustriale, vengono
amplificati: il lavoro, la casa, gli spazi comuni e quelli
privati. Soprattutto quando la struttura sociale è basata su una
comunità forte, abituata ad una propria coscienza, magari legata
in associazioni (di lotta e non) che costituiscono importante
sistema aggregativo anche se obiettivamente finalizzate a smussare
le difficoltà di una periferia distante dal centro, dalle luci,
dalle altre periferie, dalla vita urbana. Eppure per certi versi è
qui, dove la più parte delle persone vive e comunica, il centro
pulsante delle città contemporanea; qui dove si concentrano
cittadini comuni con i propri problemi, le proprie idee e i propri
sogni, qui dove è nascosto l’avvenire. Forse allora ha ragione chi
dice che il centro storico è la città dei turisti, buono solo per
le cartoline.
Il percorso di Sesto San Giovanni
L’area di Sesto San Giovanni, situata a circa 10 km a nord-est di
Milano, agli inizi del ‘900 è stata teatro di una portentosa
trasformazione, da borgo rurale di 5.400 persone a cittadina
industriale di 95.000 abitanti nel 1981, che l’ha portata a
diventare una delle maggiori aree industriali d’Italia. Fin dagli
ultimi anni dell’800 si insediarono le prime industrie, attirate
dall’abbondanza di acqua, di energia elettrica, di manodopera che
risentiva della crisi dell’agricoltura, di terreni a basso costo.
Ma la vera rivoluzione esplode nel primo decennio del secolo,
quando decine di aziende si insediano nel territorio.
[…] Sesto cambia volto: il forte afflusso di popolazione giovane,
costituita in maggioranza da operai qualificati, modifica il
tessuto urbano e quello sociale. […] La fabbrica è il nucleo in
cui si identifica la comunità. […] La ripresa avverrà sotto il
segno della guerra. L’industria pesante viene coinvolta nella
produzione bellica: Breda, Falck, Marelli, OSVA sono enormi fucine
da cui escono proiettili, granate, bombe, magneti, spolette,
motori di aerei. […] Durante la guerra non si fermarono gli
scioperi e le proteste e Sesto pagò un alto prezzo in termini di
arresti e deportazioni, oltre a quello dei bombardamenti.
All’occupazione tedesca tutta la città era già mobilitata: non
solo i partigiani combattenti, ma l’insieme della popolazione
coinvolta in una rete di appoggio, assistenza, propaganda,
boicottaggio, che aveva il suo centro intorno alle fabbriche. La
Medaglia d’Oro al Valor Militare fu conferita alla città intera.
L’entusiasmo per la ricostruzione e la ripresa economica che
investì tutta Italia portò a Sesto nuove ondate immigratorie che
trovarono lavoro nelle industrie. La cittadella industriale
riprese l’attività a pieno ritmo: Falck, Marelli, Breda erano
competitive a livello mondiale e a queste si aggiunsero nuove
aziende di piccole e medie dimensioni.
Cresceva anche la città, in un modo disordinato che inglobava
parte del vecchio e accostava edifici architettonicamente diversi
tra loro, mangiando quasi tutto il verde rimasto. Fino agli anni
’50, infatti, Sesto era ancora circondata da campi, ma in poco più
di un decennio il profilo della città cambiò completamente. Le
nuove case sorsero qua e là, in modo apparentemente disordinato.
La ristrutturazione della grande industria cominciò verso la fine
degli anni ’60 e per tutti gli anni ’70 si assistette a un
progressivo ridimensionamento.
[…] La crisi siderurgica del 1975 fu il colpo decisivo, che portò
alla definitiva chiusura di alcuni impianti. Negli anni ’80 e ’90
la crisi si acuì. Nel gennaio del 1996 la Falck chiude tutti gli
impianti di Sesto e decide di abbandonare la siderurgia. Negli
anni precedenti avevano già cessato le attività Breda e Marelli.Il
risultato per Sesto San Giovanni è che un quarto della città è
divenuta un’area degradata con edifici industriali fatiscenti,
causando un problema locale di significanti proporzioni. Tra i
lasciti della storia industriale ci sono le grandi aree dismesse e
molti problemi sociali e occupazionali. La grande industria
sestese, che dava lavoro a quasi 50.000 persone, ora ne occupa
poco più di 1.000.
Il disagio si concentra su alcune fasce: i giovani non
sufficientemente qualificati, la manodopera femminile, quella
maschile di mezza età, che non riesce più a reinserirsi nel
mercato del lavoro. I dati complessivi sulla disoccupazione non
raggiungono però valori allarmanti, perché contemporaneamente
cresce il settore del terziario e si spostano a Sesto gli uffici
direzionali di alcune aziende come ABB, Impregilo, Alitalia e
numerose società di informatica. Nasce il nuovo centro direzionale
fatto di moderni palazzi, concentrato soprattutto nella zona di
Sesto Marelli, all’ingresso da Milano.
[…] Dopo la crescita selvaggia che ha invaso il centro di macchine
e cemento, togliendo spazio al verde, si vede ora un tentativo di
salvare quanto rimasto. La possibilità di dare un nuovo assetto
alla città, integrando le sue diverse componenti, è data
soprattutto dalla trasformazione delle aree industriali dismesse
che oggi occupano un quarto del territorio (3 milioni di metri
quadrati).
[…] Inoltre, la città è orgogliosa della propria storia economica
e politica, e, pur facendo parte dell’economia di Milano e del suo
hinterland, è ansiosa di mantenere la propria identità economica,
piuttosto che accettare un ruolo dipendente di dormitorio
suburbano della capitale regionale.
[…] La città di Sesto San Giovanni si trova ad affrontare
l’occasione storica della trasformazione di aree così grandi e
così centrali per costruire la sua identità nel prossimo secolo: a
partire da alcuni elementi che l’hanno caratterizzata per tutto il
’900 (centralità del lavoro e della produzione, solidarietà,
coesione sociale, partecipazione sociale e politica) ma con la
significativa aggiunta di elementi innovativi (qualità degli spazi
urbani, sostenibilità ambientale, uso delle nuove tecnologie).
[…] La posizione strategica, la disponibilità di spazi a prezzi
vantaggiosi, la creazione di nuove strutture e infrastrutture, la
disponibilità di servizi unici come le reti ad alta velocità,
unite all’esistente tessuto di attività produttive, commerciali e
culturali sono l’ideale per creare un centro dove lavorare,
incontrarsi e crescere sia più facile. […] Il Parco urbano
diventerà un nuovo centro della città e dovrà entrare in rapporto
con le nuove funzioni: residenza di qualità, spazi pubblici per la
socialità e la cultura, insediamenti produttivi compatibili,
attività terziarie, direzionali, e anche ludiche, connesse
soprattutto alle nuove tecnologiche della comunicazione e alla
multimedialità.
Tratto da “Le azioni a favore della crescita del potenziale di
innovazione all’interno dei sistemi territoriali”, Ilaria
Sorrentino, Quaderni Stoà, 2001.





|
|