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BIOARCHITETTURA
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Numero 45 di ottobre-novembre 2005
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Il sogno di Nemi
Le ville galleggianti di Caligola: storia, distruzione e rinascita
Rosario D’Agata
La vista dei due modelli in scala 1:5 realizzati dalla Marina
militare in base ai rilievi effettuati sugli scafi dai tecnici del
Genio navale e l’imponenza delle due navate del Museo, risuonanti
dei malinconici echi dei passi dei turisti oggi costretti a
lavorare di fantasia per dare un senso a tanto spazio
inutilizzato, riporta la mente a ciò che si è perduto per sempre:
due grandi scafi, ben conservati, di circa 70 metri di lunghezza e
20 di larghezza massima, sistemati in due grandi e luminose
navate, stavano a testimoniare il livello a cui era giunta la
tecnica navale dei romani e la grandiosità dell’impresa compiuta
nel recupero degli scafi. La tragica notte del 31 maggio 1944
infatti un furioso incendio ha distrutto per sempre questi due
maestosi relitti di navi romane, recuperati nella prima metà degli
anni ’30 dal fondo del piccolo lago di Nemi (pittoresco centro
abitato a circa trenta chilometri da Roma) grazie ad uno sforzo
tecnico e organizzativo senza precedenti, basato sullo svuotamento
parziale dello specchio d’acqua. Nelle gradi sale del Museo,
appositamente costruito “su misura”, rimasero soltanto i tralicci
di ferro, contorti dal calore dell’incendio, che sostenevano
l’imponente massa dei due relitti, e un drammatico mucchio di
cenere e di detriti. Per lungo tempo, qualche decennio, il Museo
rimase chiuso con qualche breve riapertura. Ma solo negli ultimi
anni del secolo riprese vita, con restauri alle strutture museali
e con l’esposizione di alcuni cimeli sfuggiti alla distruzione
nonché dei due suggestivi modelli di cui si diceva in apertura.
La storia di questa impresa è ampiamente descritta il un prezioso
volume, opera di colui che diresse i lavori con competenza e
passione, l’ing. Guido Ucelli, stampato a Roma dal Poligrafico
dello Stato in una elegante edizione telata color carta da
zucchero e con titolo e intestazione in eleganti lettere dorate
(“Le Navi di Nemi” di Giudo Ucelli, ristampato nel 1983 replicando
integralmente l’edizione del 1950). L’opera contiene, oltre ad un
copioso materiale iconografico, tanto più prezioso in quanto le
migliaia di lastre fotografiche che documentavano il lavoro di
recupero delle navi sono andate completamente distrutte durante il
bombardamento di Genoano, la cittadina che sorge sul lago
dirimpetto all’abitato di Nemi.
Fotografie, numerosi schemi, disegni, profili, ricostruzioni e
riferimenti storici, archeologici e navali, costituiscono una
documentazione di grande valore storico e culturale. Si tratta di
un’opera unica, un vero e proprio testo “sacro” per quanti hanno
avuto la fortuna di ammirare le navi prima della loro distruzione
e per tutti coloro che alla loro storia sono legati da passione e
interesse culturali, scientifici o semplicemente di informazione.
Suggestiva e appassionante è la storia dei tentativi di studiare e
addirittura recuperare le due navi attraverso i secoli.
Dagli studi degli umanisti rinascimentali all’impiego del primo
scafandro da palombaro della storia, ai maldestri tentativi di
recupero, che causarono danni incalcolabili ai relitti, durati
fino al secolo XIX. Guido Ucelli racconta come la presenza delle
Navi in fondo al Lago fosse nota, fin dal Medioevo, ai pescatori
locali che si immergevano per catturare i pesci, ma che solo
durante il Rinascimento, con la riscoperta del mondo antico, si
cominciasse a pensare ad esplorare il fondo alla ricerca delle
Navi. Leon Battista Alberti, il grande architetto fiorentino, il
Cardinale umanista Prospero Colonna e lo studioso bolognese De
Marchi fecero i primi studi per tentare il recupero delle due navi
sommerse. Qualche tentativo concreto si tradusse tuttavia soltanto
in un grave danneggiamento delle strutture.
Nel 1827 l’ing, Fusconi riprese i tentativi con l’impiego di una
struttura galleggiante di sollevamento, ma senza alcun esito. Nel
1895 furono condotte ricerche e studi da Eliseo Borghi, che riuscì
a recuperare molte sculture in bronzo tra le quali le celebri
teste di lupo e teste di leone che ornavano i timoni e le murate
delle navi. Da quel momento, studiosi e ricercatori, semplici
cittadini e appassionati del mondo antico fecero a gara a proporre
sistemi per il recupero delle Navi, dai più seri e razionali ai
più improbabili e fantasiosi. Ma fu l’ing. Malfatti, del Genio
Navale della Marina, che aveva per la prima volta localizzato ed
esplorato con precisione i due relitti, lo studioso al quale si
deve la proposta tecnica più sostenibile: prosciugare parzialmente
il Lago utilizzando, per lo svaso, la galleria-emissario
realizzata nel 350 a.C. dagli antichi ingegneri per regolare il
livello delle acque smaltendo l’eccedenza nel vicino Lago di
Ariccia (ora Vallericcia). Ma si dovette attendere la fine della
Grande Guerra per poter riprendere il progetto. Nel 1927 il
Governo italiano decise di por mano all’impresa. Fu ripristinata
la galleria-emissario e messo in funzione un sistema di pompaggio
galleggiante che consentì, il 28 marzo 1929, l’affioramento delle
strutture di prora della “prima” Nave.
“Apparve così dinanzi agli occhi dei visitatori – scrive Guido
Ucelli descrivendo nel volume la grande emozione provata – l’unico
esempio quasi intatto di architettura navale del mondo antico”. La
notizia fece il giro del mondo suscitando l’entusiasmo di
appassionati e studiosi. Mentre si svolgevano i lavori di
imbracatura e alaggio della Nave, il pompaggio dell’acqua
proseguiva fino al 10 giugno 1931, fin quando anche la “seconda”
nave emerse completamente. Tratte a terra, le due Navi furono
sistemate in un Museo appositamente costruito a 150 metri dalla
riva originaria del Lago nel quale frattanto furono fatte refluire
le acque dalle sorgenti fino a riportarlo al livello usuale. Il
volume di Ucelli dedica poi ampio spazio alla descrizione tecnica
ed archeologica dell’architettura navale antica attraverso la
testimonianza viva dei due relitti: ancore, bozzelli, pompe,
piattaforme girevoli su… cuscinetti a sfera, chiodature,
rivestimenti, tecniche costruttive, oggetti artistici, bronzi,
mosaici, cimeli degli imponenti edifici che le due navi
supportavano ed altro, trovano ampia trattazione nelle pagine del
volume, corredate da foto e disegni.
Non mancano confronti storici e archeologici con altri relitti
antichi, dissertazioni sulla destinazione che l’imperatore
Caligola – al quale le due navi sono state attribuite grazie al
marchio rinvenuto sulle tubazioni di piombo che portavano l’acqua,
calda e fredda, a bordo delle navi – e bellissime tavole con i
disegni ricostruttivi ed i rilievi effettuati sulle navi dal Genio
navale delle Marina e dall’archeologo Guglielmo Gatti. Si tratta,
dunque, di un’opera la cui ampiezza e ricchezza di informazioni,
costituisce oggi, ad anni di distanza dal drammatico incendio, una
testimonianza storica di incalcolabile valore che i tipi del
Poligrafico dello Stato mettono ancora oggi a disposizione
sollecitando note di rimpianto temperate dalla consapevolezza del
dovere di conoscere e di ricordare.
Nel 1995 la proposta dell’Associazione Dianae Lacus di Nemi di
procedere alla ricostruzione integrale di almeno una delle due
navi, raccolta con interesse dal mondo della cultura, ha
rivitalizzato l’attenzione nei confronti della vicenda e della
sorte delle due grandi navi imperiali. Archeologi, studiosi,
appassionati di ogni genere hanno ripreso ad interessarsi di
questo affascinante tema e sono fioriti articoli, saggi e romanzi,
ma anche – e soprattutto – studi volti ad approfondire ed
integrare quanto non fu possibile compiere a causa della breve
vita dei due relitti, sistemati nel Museo nel 1937 e distrutti per
sempre nel 1944, dopo essere stati custoditi dalle acque del Lago
per quasi 2000 anni. L’opera più completa e interessante, nata in
questo clima, si è tradotta in un volume dal titolo “Un sogno
ellenistico: le navi di Nemi” pubblicato nel maggio 2003 a Pisa da
Felici Editore a cura di Marco Bonino, studioso bolognese docente
di architettura navale antica presso l’Università di Trapani. Il
volume, che costituisce quanto di più aggiornato sia oggi stato
pubblicato sugli studi inerenti le due navi e più in generale
sull’arte navale del mondo antico, oltre a soddisfare le esigenze
di studiosi e cultori del settore, ha il pregio di avere forma
accessibile anche ai profani. Non mancano riferimenti aggiornati
alle vicende che hanno coinvolto le navi, alla loro storia ed al
rapporto che in molti casi ha legato uomini e navi in una
simbolica interazione di premonizioni e destini. “Vi è un risvolto
psicologico di insicurezza nelle imbarcazioni, che si unisce alla
difficoltà di comprenderne le forme.. a volte una nave diventa
quasi una persona viva, oltre che farsi carico delle nostre paure
e delle nostre incertezze.. Le navi di Nemi non si sottraggono a
questi sentimenti e schemi mentali alimentati dai ricordi
letterari o dall’ambiente particolare del lago di Nemi e dalle sue
reminiscenze magiche, animistiche e religiose…”
Dalla lettura dell’opera di Bonino – 173 pagine da leggere e
assorbire riga dopo riga per la ricchezza del materiale
informativo che racchiudono – si deduce come il volume dello
studioso bolognese costituisca di fatto l’aggiornamento ed il
completamento dell’opera di Ucelli, che ne costituisce in un certo
senso la premessa storica. Il lavoro di ricerca svolto da Bonino
emerge chiaramente dalle prime pagine del volume come frutto di
una attenta analisi di tutta la documentazione esistente in
materia, resa sistematica e organizzata dalla approfondita
conoscenza dell’Autore dei risultati oggi raggiunti dagli studi
nel campo della archeologia navale, una disciplina che al tempo
del recupero delle navi di Nemi muoveva appena i primi passi e che
in quel recupero trovò una importante spinta per giungere ai
livelli attuali. La stessa storia degli studi sulle due navi
imperiali, dal Rinascimento alla loro recupero fino alla loro
drammatica distruzione, è già di per sé una sorta di introduzione
storica all’archeologia navale.
Ma è nella descrizione analitica dell’ambito tecnico e
architettonico antico nel quale le due navi hanno tratto la loro
configurazione ingegneristica e formale, che il Bonino mette in
luce la sua approfondita conoscenza delle tecniche costruttive sia
degli edifici sia delle navi all’epoca del Primo Impero,
particolarmente sotto l’influenza del movimento di ritorno
all’estetica ellenistica, sotto il profilo artistico e ideologico.
La logica delle navi e della loro struttura appare quindi al
lettore come il frutto naturale di questo clima che le spiega e le
giustifica.
Chiarito questo fondamentale contesto, l’Autore passa ad una
attenta analisi di tutti gli aspetti tecnici attinenti la
costruzione delle due imbarcazioni. Particolarmente interessanti
le conclusioni alle quali giunge Bonino nel descrivere le modalità
attraverso le quali gli antichi costruttori realizzarono questi
due capolavori, con affascinanti riferimenti ai materiali
impiegati, agli strumenti e apparecchiature utilizzate, alle
tecniche di lavorazione del legname e dei metalli, nonché ai tempi
ed alle fasi attraverso le quali la costruzione fu articolata.
“Gli attrezzi con i quali i legni erano lavorati – scrive Bonino –
non differiscono molto da quelli a mano che si trovano nelle
nostre falegnamerie tradizionali..” così come per il sollevamento
di travi e altro materiale pesante, fa presente che “in epoca
romana sono documentati mezzi di sollevamento imponenti
movimentati da una ruota calcatoria…”
Suggestiva e stimolante è altresì la esposizione delle ricerche
svolte sulle basi geometriche delle sagome e dei profili delle
imbarcazioni antiche, mettendo in evidenza l’abilità e la serietà
con le quali gli antichi costruttori disegnavano le linee
strutturali secondo precise leggi che si rifanno a schemi
facilmente verificabili applicando principi di geometria
analitica. Grande interesse assumono anche le ipotesi di
ricostruzione della forma e della disposizione degli edifici che
le due navi sostenevano, investigandone le strutture probabili
(lavoro reso difficile dalle distruzioni operate dai maldestri
tentativi di recupero prima dello svuotamento del lago) e
formulando ipotesi sulla loro destinazione, sacra e/o profana.
Profili e disegni illustrano le idee di Bonino al riguardo. A
conclusione del suo lavoro, l’Autore non manca di precisare che in
ogni caso “le ricerche sono destinate a continuare, anche perché
la pratica acquisita con le ricostruzioni in corso, potrà essere
sviluppata progressivamente ed estesa dai problemi tecnici a
quelli estetici e culturali; altri approfondimenti sono necessari
e vi sono già spunti interessanti per tentare di esplorarli”.
Ne
rimasero affascinati Goethe, Stendhal, Andersen, d’Annunzio; la
dipinsero Corot e Turner; lord Byron la immortalò nel suo Childe
Harold’s Pilgrimage; come testimonia la scritta sulla chitarra che
Gounod portava sempre con sé (Nemi, 24 aprile 1862) fu il panorama
notturno di questo lago ad ispirargli la sua celebre Ave Maria.
Ancor oggi verdeggianti boschi di lecci e di castagni, sede di
antiche divinità, separano i vicoli pittoreschi delle cittadina di
Nemi dalle acque del suo lago. Qualcuno ha notato come da qua
parta la storia di Roma. Se c’è del vero in quanto narra la
leggenda, cioè che Romolo e Remo erano figli della vestale Rea
Silvia, bene: il più importante tempio di Diana-Vesta era proprio
nel Nemus Aricinum. Come dire che i due gemelli furono concepiti e
nacquero a Nemi. Le parti più alte di questo santuario – come i
nicchioni, che affiorano dal suolo per diversi metri – segnalano
la maestosità che il Santuario doveva avere, ma la maggior parte
di questo tempio che occupava oltre 5.000 m2,
è tuttora da riportare alla luce. Abbandonato con l’avvento del
Cristianesimo e depredato di marmi e decorazioni, venne poi
ricoperto dalla selva. Gli scavi archeologici iniziati nel XVII
secolo rinvennero numerosi reperti tra cui splendide statue ora
sparse nei musei d’Europa. La valle del lago contiene anche
un’altra importante opera: l’emissario artificiale costruito prima
ancora della dominazione romana. Si tratta di un cunicolo scavato
nella roccia per 1.635 metri, che collega il lago alla valle
Ariccia e funzionava sia come troppo pieno del lago sia per
irrigare la valle. Sono ancora visibili la camera d’ingresso in
opus quadratum di peperino e un sistema di chiuse
sorprendentemente efficace. Dalla valle di Ariccia prosegue poi a
cielo aperto fino ad Ardea, dove sfocia nel mare. Fu restaurato
negli anni ’20 per coadiuvare lo svuotamento del lago quando si
recuperarono le navi. Come testimoniano Cicerone e Svetonio, sulla
riva opposta al Tempio Giulio Cesare si fece costruire una villa
probabilmente acquisita poi da Caligola. Gli scavi hanno ritrovato
le grandi cisterne, le terme, le strade d’accesso, stanze decorate
da mosaici e pitture, muri in opus spicatum (con intarsi di pietre
policrome a spina di pesce). La villa crollò, assieme al
santuario, per un terremoto nel III o IV secolo d.C.
Il grande vulcano laziale, placatosi, lasciò un grumo imponente di
colli e ben 12 laghi, affacciati sul mare. Una immensa selva, per
millenni, coprì la collina e circondò i bacini lacustri. Con la
comparsa dell’uomo questi luoghi si riempirono di divinità e di
magia. Il piccolo territorio del Comune di Nemi conserva in un
profondo cratere uno dei due laghi residui dei primordiali bacini,
ed un lembo di quella selva. Il Borgo, impiantato su di uno
sperone di roccia duecento metri più in alto, cominciò a
specchiarsi nel suo lago soltanto nel secolo XI, dopo che nei
millenni precedenti la valle sottostante era rimasta spettatrice
di grandi eventi. Il Rex Nemorensis custodiva l’arcaico Tempio di
Diana ed il Ramo d’Oro, a prezzo della propria vita,
avvicendandosi nel tempo proprio come il ritmo incessante della
natura. Intanto le genti italiche salivano in preghiera al Mons
Albanus (Monte Cavo), non dimenticando di curare l’idrologia dei
luoghi, realizzando il mirabile emissario che dal V secolo a.C.
regola il livello del Lago, impedendogli di insozzare la aree
sacre del Tempio. Caligola, nel I secolo d.C., ampliava
mirabilmente l’antica villa voluta da Giulio Cesare, ristrutturava
il Tempio sacro a Diana e varava sul lago le due immense navi
tempio, riemerse soltanto negli anni ’30 del secolo XX, a seguito
della immensa impresa del parziale prosciugamento del lago. Oggi
questo ingente patrimonio deve essere conservato e valorizzato.
L’idea è quella di strutturare nella valle del Lago un grande
parco ambientale, storico ed archeologico costituito da quei
formidabili attrattori che sono il bacino del lago privo di ogni
inquinamento,
i sentieri boschivi, l’emissario, il Museo delle Navi ed i grandi
giacimenti archeologici del Santuario di Diana, della Villa
Imperiale e della Via Virbia.
E ciò senza insediamenti abitativi né produttivi legati al
terziario. Il Borgo medioevale, con il Castello, è già in grado di
fornire adeguate risposte alle domande di percorsi enogastronomici.
Va dunque risolto (in modo geniale) il collegamento tra il nucleo
cittadino e la sottostante Valle del Lago, attualmente garantito
da una stradina di montagna suggestiva e panoramica, ma poco
funzionale; un collegamento immediato, ma anche compatibile e
integrato con l’intorno di grande valore paesistico. In tal modo
le due realtà territoriali entreranno in sinergia fondendosi in un
unico organismo vitale dalle importanti rilevanze culturali,
sociali e turistiche. È una scommessa. La vinceremo.
Alessandro Biaggi
(Sindaco di Nemi)





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