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BIOARCHITETTURA
 

Numero 45 di ottobre-novembre 2005

Storie di case
Ugo Sasso

“Dopo quanto tempo bisogna rifare l’intonaco?”
Sorrideva con l’angolo destro sotto i baffi bianchi; sapeva che la domanda conteneva un sottile tranello ed aveva già pronta la mossa seguente.
Conoscendolo, poteva anche prevedere che avrebbe risposto qualcosa con atteggiamento sicuro (più mostrato che effettivo). Come copione, alzò un tantino il mento e… “trent’anni circa”.
Gli pareva di vedere se stesso con meno polvere sulle spalle; anche lui aveva il vezzo di sollevare leggermente la testa, quasi a sfidare il mondo, tutte le volte che ci teneva a mostrare certezze che non possedeva del tutto. “Quelli di una volta – disse (era questa la risposta che si era preparato) – mentre i premiscelati di oggi molto meno: cavillano oppure si staccano perché non seguono i movimenti del muro.”
Il giovane, lo stava a sentire attento. Seguiva il movimento delle mani che si muovevano nella penombra a commentare le parole. Tra loro si era stabilito quasi un gioco, una scaramuccia simpatica e rituale in cui il nonno poneva domande spicciole, quelle che conoscono gli addetti ai lavori dalle mani screpolate dal cemento, e il giovane rispondeva attingendo alle conoscenze fatte sui libri. Al neo-architetto non pareva vero di potersi confrontare con quel mondo quasi magico in cui mattone dopo mattone davvero sorgeva un muro; a lui sembrava invece di tenersi aggiornato rispetto ai nuovi discorsi. Uno degli argomenti più interessanti per entrambi era l’edilizia ecologica. Il giovane ci aveva fatto la tesi, il nonno ci aveva passato la vita.
“Secondo te quanto deve durare una casa?” riprese.
Si aggiustò la coppola che portava sempre, sino a quando la sera appoggiava sul comodino per averla sempre a portata. Quando andava in città e la gente lo salutava, faceva solo l’atto di levarsela. Altri come lui avevano fatto i soldi, ma lui era conosciuto soprattutto perché subito dopo la Guerra aveva riparato le lesioni e rifatto il tetto al campanile. A guardarlo oggi non ce ne si rende conto, ed è proprio questo che la gente (anzi: gli anziani, cioè coloro che sanno come andò la storia) apprezzano.
“Cent’anni”. Fu la pronta risposta.
“Ma questa bioarchitettura non t’ha insegnato niente! mille anni, deve durare una casa”
Passò un attimo, la testa si sollevò in maniera quasi impercettibile “non è indispensabile duri così a lungo, se vengono utilizzati elementi riciclabili”. Si sarebbe potuto notare nel tono una punta di inflessione saccente.
Il nonno non ci badò, anzi gli fece tenerezza. “Ma hai visto case costruite con materiali riciclabili?” non si capiva se la domanda fosse effettiva o solo retorica.
“Si, tantissime”
“E case realizzate con materiali riciclati?
Ci pensò: “veramente, no; forse è ancora troppo presto…fra cent’anni. Comunque la base scientifica è chiara: più è lungo il periodo di utilizzo, più l’intervento si caratterizza come ecologico. La variabile tempo è uno dei parametri più importanti: si tratta di ammortamento”. Quando gli riusciva di infilare qualche termine inusuale, il suono della frase gli pareva più completo.
“Ci sto: allora quanto deve durare una imbiancatura esterna?”
“Circa dieci anni”
“E un tetto?”
“Cinquant’anni”
“E quanto dura l’organizzazione urbanistica di un quartiere?”
La domanda era più complicata. Quando abbattono le case, di solito le ricostruiscono sulla stessa area e con lo stesso profilo. Poi ci sono le strade, le proprietà pubbliche e tutto il frazionamento privato. L’urbanistica non gli era mai piaciuta. Lui voleva fare l’architetto, non il politico. La risposta si fece, stranamente, un po’ titubante. Pensò alla situazione più antica che conosceva, al centro storico, a come era cresciuta nel tempo la sua città, cerchio dopo cerchio.
“Penso duri per sempre. Cinquecento anni. O più.”
“Allora come dici tu, sotto il profilo ecologico, sembra più importante scegliere bene la posizione di una casa piuttosto che concentrarsi sull’imbianchitura e sull’intonaco.”
Il ragionamento non faceva una piega. Né ammetteva smentite.
Il nonno continuò: “E quanti anni ha questa casa?”
“È del millecinquecento” Questo lo sapeva: ci aveva fatto una ricerca ancora al liceo. Non era una casa nobiliare, era stata fatta da contadini per contadini.
“E i materiali sono riciclabili?”
Si guardò intorno; non aveva mai osservato questi muri sotto questo profilo. Erano grossi sassi di fiume spaccati a metà per rivolgere una parte verticale verso il profilo interno o esterno del muro, tenuti insieme dalla malta; i solai ed il tetto in legno.
“Sicuro”
“Pensi che fra cent’anni li ricicleranno?”
Se fosse avvenuto, gli sarebbe dispiaciuto. Era affezionato a quei gradini consunti al centro dai tanti passi, la crepa che come un fulmine attraversava il salone, le finestre troppo alte che da piccolo doveva mettere lo sgabello per guardar fuori.
Il nonno non attese la risposta, mise a fuoco l’immagine che aveva davanti e cambiò discorso: “sei elegante oggi!” Sui soliti jeans si era infilato una maglietta di spugna. Il colore scuro, un po’ cangiante, stava bene con i suoi occhi. Lo sapeva. Forse erano le scarpe nuove a dare un tocco all’insieme. Ci stavano proprio bene e stamattina le aveva spazzolate. In ogni caso era contento quando il nonno apprezzava qualcosa di lui.
Parve leggergli nel pensiero “È ecologica quella maglietta?”
“Sicuro: cotone naturale, colori atossici, materiale biodegradabile, struttura bioclimatica perché il colore scuro assorbe i raggi del sole e assolutamente traspirante perché il vapore acqueo può dissiparsi all’esterno…e per un po’ tiene persino alla pioggia”. Era partito di getto, poi si era chiesto se il nonno lo avesse affettuosamente preso in giro e quindi, ormai lanciato, aveva virato nell’autoironia.
“Da quanto tempo hai quella maglietta? Te l’ho vista altre volte”
Si, gli piaceva. Era morbida. Era un regalo di compleanno, di quelli che funzionano perché il donatore ti conosce bene. Ci passò una mano sopra. La teneva di riguardo e quella volta che si era macchiata l’aveva portata lui stesso (non lo faceva mai) dalla Signora della lavanderia a chiedere se si riusciva a levarla.
“Allora, quanto deve durare una maglietta?”
Di solito, una stagione, pensò ma non lo disse. Dove voleva parare? Il nonno aveva una maniera originale di portare il discorso. Utilizzava metafore e paragoni che a volte lasciano perplessi. Anche ora, non afferrava bene. Cosa vuol dire quanto deve durare una maglietta? Dura fino a che ti piace, finché “ti ci trovi”. Seguiva i suoi pensieri e non rispose subito.
“Questa è di sicuro una maglietta ecologica” sentenziò il nonno.
Allungò la mano, raccolse il bastone e si spinse fuori dalla poltrona.

 

 

 
   

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