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BIOARCHITETTURA
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Numero 46 di dicembre 2005 - gennaio
2006
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Cina: il colore dell’ecologia
Riccardo Dalla Negra
L’esperienza nel quartiere italiano di Tianjin comincia
nell’ottobre 2004, inserendosi in un processo di trasformazione
già innescato, e con il compito da un lato di redigere progetti di
restauro relativi ai diversi edifici, dall’altro di formare
tecnici e maestranze locali da impiegare attivamente nei lavori di
restauro. Gli edifici del Quartiere Italiano hanno subìto nel
corso del tempo notevoli trasformazioni, perlopiù derivate dal
frazionamento in piccole unità abitative, alle quali si aggiungono
inoltre gli effetti del tempo e della pressoché totale mancanza di
manutenzione. Il progetto di restauro ha teso in primo luogo a
valutare la possibilità di recuperare l’integrità degli edifici
così come essi si sono venuti a modificare nel corso del tempo,
prima che venisse superato quel limite ‘fisiologico’ entro il
quale le trasformazioni sono lecite e al di la del quale inizia
l’arbitrio. Una seconda fase ha riguardato l’analisi dei materiali
impiegati nella costruzione di questi edifici e
nell’individuazione, almeno potenziale, delle coloriture originali
dominanti. La pietra artificiale era in origine, ovviamente, priva
di coloriture, giacché erano gli stessi inerti e il dosaggio delle
malte, oltre che la sapiente lavorazione, a determinarne
l’aspetto. Molto spesso, invece, sulla pietra artificiale si
ritrovano spessi strati di coloritura a calce o sintetica,
peraltro di difficile rimozione. Gli stucchi e gli intonaci,
invece, presentano in origine una gamma cromatica sui valori
dell’ocra gialla, che ha subìto due modificazioni significative:
negli edifici dove non ci sono stati interventi posteriori, si
riscontra quasi sempre un accentuato dilavamento che ha messo in
evidenza la coloritura di base degli inerti, costituiti da una
sabbia giallastra; negli altri edifici, invece, si ritrovano le
stesse sovrapposizioni rilevabili altrove. Una volta chiariti gli
aspetti materici si sono delineate la scelte operative che hanno
tenuto presenti alcuni inderogabili princìpi e in particolare: il
rispetto assoluto dell’autenticità del testo nella sua attuale
consistenza (attualità nel presente com’è stata giustamente
definita), il minimo intervento, la compatibilità chimico-fisica.
Ciò ha comportato una serie di limiti progettuali assai
significativi. Innanzi tutto si sono volute evitare sostituzioni
arbitrarie ed indiscriminate sia delle superfici modanate sia di
quelle semplicemente intonacate, limitandosi ad interventi
reintegrativi (per rattoppi, secondo la dizione comune) delle
parti seriamente danneggiate. La tendenza sostitutiva, cosiddetta
ipermanutentiva, risponde infatti a due logiche che muovono da
presupposti diametralmente opposti: la prima, interna al restauro,
che privilegia l’aspetto formale a quello documentario utilizzando
tecniche, com’è stato osservato, tanto più falsificatorie quanto
più filologicamente fondate; la seconda, esterna al restauro, che
valuta l’intervento solo in termini di costi e tempi, ritenendo
semplicisticamente che ‘rifare’ comporti minori oneri che ‘restaurare’.
Dunque, prima ancora di porci questioni relative alla natura delle
tinteggiature da impiegare, occorre una approfondita lettura degli
impaginati architettonici da valutarsi sia sulla base degli esiti
dei saggi stratigrafici, sia sulla base della documentazione
reperibile, sia, più in generale, sull’analisi storico-critica
degli edifici. Le indicazioni progettuali sul colore degli edifici
(qualcosa di diverso da un piano del colore), hanno teso proprio a
fornire i parametri di lettura degli edifici che saranno oggetto
d’intervento, lasciando una certa libertà di scelta cromatica
entro limiti accettabili, limiti comunque imposti, appunto, dallo
‘stato attuale dei materiali originali’. È chiaro, dunque, che non
sarà possibile in nessun modo riproporre i ‘colori originali’
degli edifici, errore la sola proposizione, quanto, invece,
reintegrare quelli recuperati dopo l’asportazione delle tinte
incongrue frutto di interventi estemporanei e non organici. Da qui
la metodica proposta del reintegro delle tinteggiature attraverso
la stesura di successive velature di tinta a calce (o comunque
minerale), che lasci intravedere, valorizzandole, le tracce più o
meno consistenti delle coloriture originali reinserendole in un
nuovo impianto cromatico che può soltanto alludere a quello
originario. Ciò premesso, occorre ora essere molto fermi nel
bandire definitivamente dall’edilizia storica, e dunque anche da
queste preziose e singolari testimonianze italo-cinesi, le
tinteggiature sintetiche, in quanto incompatibili sul piano
chimico-fisico; esse non solo alterano con la loro consistenza
filmogena le finiture degli intonaci, ma hanno un processo
d’invecchiamento anomalo e innaturale. Analoga metodica,
rispettosa degli aspetti materici, è stata proposta per le
superfici in pietra artificiale per le quali si rende necessaria
sia l’asportazione dei consistenti strati di sporco, sia quella
delle tinteggiature soprammesse. In questo caso un buon risultato,
almeno nelle prove di pulitura, è stato raggiunto con l’utilizzo
dell’acqua nebulizzata grazie alla non abrasività del metodo ed
alla perfetta controllabilità degli esiti. Un metodo, questo, che
ha dato buoni risultati anche per le superfici in mattoni, a
proposito delle quali esiste un problema particolare. Esse in
realtà non sono vere e proprie cortine ma semplicemente murature
di mattoni a faccia vista (normalmente a tre teste) che presentano
una stuccatura superficiale soprammessa alla malta di allettamento
interna. In molte zone i mattoni presentano un fenomeno molto
accentuato di arenizzazione a causa di infiltrazioni d’acqua; in
questi casi risulta problematica la reintegrazione delle mancanze
che non può essere eseguita solo superficialmente giacché occorre
assicurare alla muratura la sua consistenza tettonica.
Tratto da “Tianjin 1900/2005, il Quartiere Italiano -
Architettura e restauro in Cina”, Napoli 2005





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