| |
BIOARCHITETTURA
|
Numero 46 di dicembre 2005 - gennaio
2006
|
Cina: il Bund 18 a Shanghai
Elena Mezzanotte, Federico Masin
Da quando il governo, nel corso di questi ultimi vent’anni, ha
deciso di fare di Shanghai la città simbolo del “socialismo di
mercato” e quindi della rinascita economica del Paese, i
cambiamenti fisici ed economici che qui hanno avuto luogo sono
stati sconvolgenti. Anche se ancor oggi Shanghai, come del resto
l’intera Cina, è nel pieno della crescita e dello sviluppo, in una
fascia in cui stranamente convergono intellettuali, quadri
amministrativi ed imprenditori agguerriti, si sta tuttavia facendo
strada l’idea che anche il passato possa in qualche misura essere
posto a frutto, in una prospettiva economica immediata ma non
ignara delle prospettive future. In particolare la vecchia
Concessione Britannica, trascurata per anni sulla base di
sentimenti di vergogna e di disagio nei confronti di una
intrusione culturale forte e sostanzialmente estranea al contesto,
si sta guadagnando un ruolo da protagonista all’interno della
città. Tra gli interventi di recupero, particolarmente attento è
stato quello del Bund 18, a suo tempo sede generale della
Chartered Bank per l’India, l’Australia e la Cina, edificato tra
il 1923 e il 1924 su progetto sviluppato secondo gli stilemi
dell’architettura eclettica dallo studio inglese Palmer & Turner a
sostituzione del precedente edificio del 1893, profondamente
danneggiato nel corso dell’incendio che distrusse l’attiguo Peace
Hotel. Il restauro, realizzato su disegno e direzione lavori di
tecnici italiani, è stato particolarmente apprezzato per
l’eleganza delle soluzioni adottate ma soprattutto per
l’approfondimento filologico che lo ha informato – non molto
praticato nella tumultuosa rivoluzione economica in atto – basato
su informazioni storiche, tecnologiche e sociologiche ritenute in
questo caso necessarie sia per una conoscenza degli aspetti
complessi della situazione sia per un intervento che mantenesse
consapevolezza. Quindi si è passati allo studio e alla valutazione
di come la complessità di tali informazioni potesse in qualche
maniera incrociarsi con le aspettative e le esigenze in gioco; in
altre parole, come il passato riuscisse a coniugarsi con il
futuro: da una parte il desiderio di riportare la struttura
all’antico e semplice splendore originale, dall’altra la necessità
di rispondere alle nuove richieste di tipo funzionale e
commerciale cui il Bund 18 era destinato. Il nuovo intervento
ospita oggi ai primi tre piani ampi spazi commerciali (con
boutique, showroom e coffee shop), al quarto piano uno spazio
espositivo con uffici e agli ultimi tre piani clubs e ristoranti.
Proprio per salvaguardare il valore storicistico dell’operazione,
è stata verificata la necessità di un intervento preventivo di
ordine statico, con una verifica puntuale dello stato e della
portata delle strutture, ricorrendo quindi a rinforzi strutturali
su travi e solai di tutti i piani e all’irrigidimento del blocco
servizi sul lato ovest dell’edificio mediante controventatura
delle pareti esterne.
Il passo successivo è stata la verifica dello stato e della
capacità degli impianti di condizionamento e riscaldamento
esistenti e quindi la constatazione della necessità di dotare
l’edificio di nuovi impianti – più elastici, efficienti e meno
energivori – e di trasferirli in un nuovo corpo fabbrica in
aderenza al retro dell’edificio. Punto cruciale del progetto è
stato il ridisegno del piano terra. Dalle piante originali
risultava che questo in origine era costituito da un’unica grande
galleria alta quasi otto metri, mentre il piano ammezzato presente
al momento dell’intervento risaliva ad un restauro abbastanza
invasivo attuato nel 1980. La decisione è stata di riaprire solo
la parte centrale del soffitto in maniera da costruire una grande
piazza commerciale affacciata sul Bund; sul fronte, sul lato nord
e su quello sud invece, collegato da due nuove e simmetriche rampe
di scale, il mezzanino è stato mantenuto in maniera da non
penalizzare eccessivamente la disponibilità di spazi commerciali.
Per consentire ad ogni elemento di mantenere la propria identità e
che l’armonia dei segni originali non venisse alterata, ogni
contatto tra vecchio e nuovo (ad esempio tra il mezzanino e le
colonne della galleria) è segnato da una sottile linea d’ombra.
Una attenta ricerca cromatica dei diversi materiali usati nel
corso dell’edificazione e della decorazione ha consentito
l’individuazione di una linea di modulata continuità che ha
lasciato ad alcuni elementi significativi (i rossi, i mosaici,
ecc.) il compito del contrasto.
La scala principale e gli ascensori hanno mantenuto la loro
posizione originale, ma sono stati completamente ristrutturati; in
particolare i precedenti gradini – consunti e sbrecciati – sono
stati sostituiti con elementi in pietra bianca opaca; le pareti
sono state rivestite di marmorino sotto la supervisione di una
squadra di artigiani italiani. Di fronte alla scala, due ascensori
con pannelli decorativi prodotti da ditte italiane si aprono ad
ogni pianerottolo; da qui e per ogni piano, un’imponente porta di
vetro, all’interno di una scatola nera, funge da accesso alle
diverse funzioni. Il settimo ed ultimo piano, il tetto, è
raggiungibile solo mediante l’ultima rampa di scale e il blocco
servizi sul retro dell’edificio. Si tratta di un padiglione in
acciaio e vetro – superfetazione aggiunta alla situazione
originaria – poggiato su una pedana di ardesia e facilmente
smontabile. Per non interferire con il prospetto dell’edificio,
questo padiglione – a sezione longitudinale inclinata per
aumentare l’ampiezza del campo visivo, disegnato adottando un
linguaggio molto pulito e sobrio – è stato arretrato lasciando
spazio ad una ampia terrazza affacciata sul paesaggio futurista di
Pudong. Dal tetto del Bund si vede lo struggente ed antico
paesaggio sul fiume Huangpu e sull’altra parte del fiume dove
vibra Pudong, quella che fino al 1990 era solo campagna ed ora è
la vera Perla d’Oriente, una città di 1,6 milioni di abitanti che
ha in corso 6.000 nuovi progetti per un investimento di 30
miliardi di dollari tra cui la città bionica per 100 mila persone,
il Museo della scienza (che ha richiesto la consulenza dei più
famosi scienziati), il treno magnetico a levitazione che viaggerà
a 400 chilometri all’ora; già realizzati invece la torre della
televisione alta 250 metri e il grattacielo Jin Mao (il palazzo
più alto della Cina).
Il progetto del Bund 18 è stato seguito da Kokaistudios,
affiancato dal paziente e delicato lavoro di recupero di pietre,
marmi e metalli svolto da Giuseppe Tonini, restauratore veneziano
di grande esperienza e capacità. In questo caso la prassi ormai
consolidata nel mondo occidentale della minuta descrizione dei
lavori e della produzione di disegni di costruzione, trasmessi al
costruttore e fedelmente eseguiti da quest’ultimo, si è dovuta
adattare alle circostanze per riuscire a scavalcare il gap
culturale fra esecutori e progettisti. Ad esempio la richiesta di
conservare parti danneggiate intervenendo sul singolo elemento era
inizialmente considerata assurda dalla ditta appaltatrice,
meravigliata dell’attenzione accordata ad elementi “danneggiati” e
comunque da anni impegnata nella edificazione a tempi di record
piuttosto che nella attenzione al dettaglio. Materiali da noi di
uso comune come calci o malte bastarde, per ragioni di tempo e di
prassi edificatoria non sono più presenti nel mercato cinese, come
sono spariti i detentori di tecniche antichissime – come quella
della patinatura del bronzo, spiega Giuseppe Tonini – originarie
della cultura cinese e velocemente cancellate prima dalla
egalitarista furia maoista e ora dal “progresso” senza rimpianti.
Il Bund 18 è diventato così un enorme laboratorio in cui le
maestranze hanno spesso re-imparato la propria storia tecnologica.
Si sono visti, raccontano gli architetti, anziani operai da tempo
impegnati in lavori solo di quantità, tornare sui bronzi,
riscoprire la calce, apprezzare l’intervento artigianale,
riesumare materiali da costruzione dimenticati o in via di oblio
anche nel nostro mondo; ad esempio il marmorino realizzato dalla
ditta veneziana secondo procedimenti tradizionali, non più
praticabili in Europa dato il costo della manodopera ed i tempi di
maturazione necessari. Ogni più piccolo passo della costruzione ha
richiesto minute descrizioni dei materiali da impiegare ed
esemplificazione delle tecniche di applicazione, le cui tracce
mnemoniche e manuali erano nelle maestranze molto labili e
talvolta inconsapevoli. I disegni di studio venivano quindi spesso
ridisegnati e reinterpretati dal costruttore, verificati
nuovamente dai progettisti, realizzati in campioni parziali,
approvati ed infine realizzati. In questo estenuante sforzo di
comunicazione in ambienti così difficili e lontani è emerso anche
il valore del sapere costruttivo italiano: azioni semplicissime e
nel nostro mondo date per scontate rivelavano qui la loro
complessità indicando la presenza nel nostro Paese di un
patrimonio culturale da valorizzare ed esportare. Proprio quando
tutto diventa ipertecnologico e veloce si può aprire il mercato
della lentezza, della cura artigianale, del segreto da tramandare
attraverso generazioni; a patto che questo sappia adattarsi alle
regole di una realtà strutturata fatta di contratti e specifiche
tecniche, di protocolli di comunicazione che non possono essere
gestiti dal solo artigiano ma necessariamente da organizzazioni
strutturate per comunicare con investitori globalizzati.
Bisogna poi evidenziare come da un punto di vista socio-culturale
la Cina non abbia mai sviluppato in maniera organica la tematica
del restauro conservativo: anzi, le vecchie città imperiali ed i
vecchi segni architettonici venivano cancellati e rasi al suolo
per far posto ai nuovi e, nel caso di interventi di manutenzione e
ripristino, i vecchi materiali venivano sostituiti con nuovi
simili materiali. Nella cultura cinese è infatti l’idea della
forma che conta, non la sua originalità; per cui i segni del tempo
vengono interpretati come incidenti in qualche misura estranei al
corpo ideale originario e che quindi possono essere
sistematicamente rimossi.
Nel caso specifico del Bund 18, l’obiettivo prioritario era
rifunzionalizzare l’edificio e renderlo compatibile con un
complesso programma commerciale, con ristoranti e spazi
espositivi. La scelta progettuale, vissuta nel continuo dialogo
tra gli architetti e i restauratori italiani da una parte ed i
rampanti alfieri della straripante economia cinese dall’altra, è
stata quella di mediare tra esigenze e culture diverse tendendo ad
una sintesi che mantenesse viva l’originalità ed il segno storico
(i graniti esterni ad esempio sono stati puliti solo parzialmente,
lasciando ombre tipiche di un edificio vecchio) consentendo al
contempo ai developer interessati al rendimento finanziario,
soluzioni efficienti e reversibili. Nel momento in cui tutti i
paesi asiatici vivono travolgenti rinnovamenti che portano a
distruggere senza ripensamenti oppure in alternativa a far
languire edifici di grande significato (dato il costo e la
complessità anche culturale dell’intervento) questo restauro
indica probabilmente la praticabile via della conservazione fatta
di ponderate, intelligenti compromissioni.





|
|