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BIOARCHITETTURA
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Numero 46 di dicembre 2005 - gennaio
2006
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Cina: sviluppo e salvaguardia del
territorio
Nevio Capodagli
La sfida economica ed ambientale ha dimensioni epocali: da una
parte i pesantissimi danni eco-ambientali derivati da
un’agricoltura estensiva ed intensiva priva di efficienti
regolamentazioni, dall’altra la necessità di garantire una
sicurezza alimentare all’insegna dell’auto-sufficienza in un Paese
dove la desertificazione e l’erosione del suolo aumentano di anno
in anno ad una velocità sempre maggiore nonostante gli sforzi
fatti per contenerle. Il “Full text of the report on China’s
Economic and Social Development Plan” del marzo 2004 oscilla tra
grandi dichiarazioni d’intenti all’insegna dello sviluppo
sostenibile e la presa d’atto circa la difficile situazione
ambientale in cui la Cina versa oggi: “La struttura economica è
ancora irrazionale, e fin troppo del nostro sviluppo economico è
basato sulla produzione estensiva. I problemi relativi ad
investimenti casuali e di basso livello ed espansioni inutili
stanno aggravandosi in certe industrie e località, risultanti in
eccessivo consumo energetico, sprechi seri di risorse ed
inquinamento ambientale”. Tra le misure previste per affrontare
tali problemi, il Governo cinese propone di rafforzare “La ricerca
scientifica nel settore agricolo e di applicare i risultati della
ricerca in modo più esteso. Promuoveremo lo sviluppo della
lavorazione intensiva dei prodotti agricoli e di allevamento,
nonché di altre industrie non agricole nelle aree rurali, e
miglioreremo la distribuzione dei prodotti agricoli. Svilupperemo
cooperative agricole per produzione specializzata ed accelereremo
l’industrializzazione delle operazioni agricole. Rafforzeremo il
sistema di prevenzione dell’emergenza da epidemie animali,
miglioreremo i sistemi degli standards di qualità dei prodotti
agricoli e della loro ispezione, prova e certificazione, e
svilupperemo il Piano d’Azione per il Cibo Pollution-Free (libero
da inquinanti).
(...) La trasformazione del terreno agricolo a fini non agricoli
sarà pianificata e gestita rigorosamente.”
L’ultima affermazione riguarda due aspetti, di cui uno è quello
relativo alle misure prese per prevenire il degrado del suolo e la
desertificazione. Si prevede infatti che entro il 2010 sette
milioni di ettari di terreno agricolo a rischio dovranno essere
riforestati. D’altronde la perdita di terreno agricolo sotto la
spinta dello sviluppo disordinato o abusivo viene valutato in 2,54
milioni di ettari soltanto nell’anno 2003. Il terreno coltivabile
è considerato dal governo cinese una risorsa strategica. La
perdita di terreno sotto la spinta dell’urbanizzazione, dello
sviluppo di nuove aree economiche e industriali o per la
conversione dei terreni ad uso orto-frutticolo sta minacciando
seriamente la politica prioritaria dell’autosufficienza
alimentare. Un’altra fonte segnala che il terreno arabile in Cina
diminuisce di 530.000 ettari all’anno. Le riserve di cereali, in
progressiva diminuzione durante gli scorsi anni, sono nonostante
tutto di nuovo risalite durante lo scorso 2004, come a
dimostrazione dell’efficacia delle misure prese.
Il quotidiano China Daily, tirando le somme sugli sforzi fatti
durante il 2004, dichiarava a inizio dicembre che “(...) Grazie al
potente sostegno di tali misure e sforzi fatti dalle
amministrazioni agricole di ogni livello, è stato realizzato un
apprezzabile progresso nella produzione di cereali, e la
situazione per cui la produzione estiva di grano continuò a calare
durante gli ultimi quattro anni è stata invertita. La produzione
di grano di quest’estate è aumentata di 2,5 miliardi di chili
rispetto allo scorso anno, più del 3%. L’area piantata a riso
precoce è cresciuta di 530.000 ettari in più rispetto all’anno
precedente, con un aumento di più del 13%. Anche così, le scorte
cinesi di cereali e la situazione di mercato non sono rosee. Col
rapido aumento globale della popolazione, la produzione di cereali
al confronto è salita in modo lento.
(...) L’anno scorso, la produzione di cereali in Cina calò a 430
milioni di tonnellate rispetto ai 508 milioni di tonnellate del
1999, per via della riduzione di terreni coltivati. Oltretutto, lo
sviluppo sostenibile è stato gravemente ridotto a causa della
mancanza di terreno coltivabile e di risorse idriche,
dell’ulteriore degrado ambientale e dell’alta frequenza di
disastri naturali.
(...) C’è ancora un grosso divario tra la Cina e i Paesi
sviluppati in termini di scienza e tecnologia agricola. Il tasso
di utilizzo dell’acqua in irrigazione è solo del 30-40%. Agenti di
malattia delle piante (quali insetti, funghi, nematodi, virus)
continuano ad infierire e le tecniche di produzione agricola
rimangono piuttosto arretrate. Oltretutto, lo sviluppo di scienza
e tecnologia in agricoltura non riesce a venire incontro alle
necessità della produzione di qualità superiore, di alta resa ed
efficienza, che dia prodotti alimentari sicuri e nutrienti. Detto
questo, e nonostante i progressi, l’agricoltura cinese sta
affrontando una grave sfida.
(...) Per alzare la sua produzione di cereali a 620 milioni di
tonnellate entro il 2020, la Cina deve aumentare il tasso di
crescita della sua produzione per ettaro dall’attuale 0,9% al
2,6%. In base all’attuale livello di produttività dell’acqua e
delle risorse territoriali, è imperativo aumentare di 120 miliardi
di metri cubi l’acqua e di 23,33 milioni di ettari il terreno
coltivato, per realizzare entro il 2020 la crescita di produzione
dei cereali.
(...) Il terreno non può essere sostituito, ma i campi destinati a
cereali possono esserlo. Tra i terreni agricoli cinesi, i terreni
a bassa resa costituiscono il 41,6 %, i terreni a resa media il
29,6 % e quelli ad alta resa costituiscono il 28,8%. Con la
trasformazione di 2 milioni di ettari all’anno, in base alle
diverse tipologie regionali e territoriali, un totale di 20
milioni di ettari di terreno potrebbero essere sostituiti in dieci
anni, equivalenti alla capacità di accrescere la produzione di 40
milioni di tonnellate. Allo stesso tempo, 2,66 milioni di ettari
di aree bagnate possono sostituire [terreni pari a] l’equivalente
in produzione di 30 milioni di tonnellate di cereali e 20 milioni
di tonnellate di cereale legnoso. Di conseguenza, la Cina può
realizzare l’obiettivo dello sviluppo sostenibile della sua
produzione di cereali grazie a scienza e tecnologia, nonché a
tecniche di sostituzione. ”
La conclusione ottimistica del giornalista non è condivisa da
tutti. I dati riportati hanno come precedente decenni di gestione
non sostenibile delle risorse. Nella metà degli Anni ’90 in Cina
si contavano già 10 milioni di ettari di terreno agricolo
contaminato, che provocava un perdita netta in produzione di
cereali di 12 milioni di tonnellate all’anno, fino a raggiungere
la perdita annuale in produzione di 26,4 milioni di tonnellate,
denunciate lo scorso marzo dal Rapporto già citato.
Nel rapporto della Task Force del WTO, “A Report by the Task Force
on WTO and Environment – China Council for International
Cooperation and Development – October 2004”, è un dato acquisito
come la politica dell’auto-sufficienza alimentare, che è quella
principale del paese, abbia impatti negativi sulla qualità
ambientale e sugli ecosistemi per via dell’eccessiva produzione
domestica sia estensiva che intensiva. Una delle possibilità per
ridurre la pressione ambientale in Cina, da quando è entrata nel
WTO, sarebbe una maggiore importazione di cereali, politica di
direzione opposta a quella sinora attuata.
“(...) Nell’ambito dell’attuale sistema politico agricolo della
Cina, ci sono due politiche-chiave: sicurezza alimentare e reddito
dei contadini. Al cuore del sistema politico vi è di garantire
sicurezza alimentare, come la politica dell’auto-sufficienza di
granaglie – 95% dei cereali deve essere prodotto a livello
domestico e non essere importato. Le altre sono tutte
sub-politiche che ruotano intorno alla politica centrale, tra cui
politica dei prezzi e del commercio, politica dei sussidi,
politiche di produzione ecc.”
“(...) Da quando fa parte del WTO, la Cina ha cambiato ben poco la
sua politica. All’inizio dell’anno un nuovo documento CPCC ha
enfatizzato i redditi dei contadini e la sicurezza alimentare.
Ciò significa che tutte le iniziative sviluppate nel senso dello
sviluppo sostenibile e dell’agricoltura ecologica e biologica
devono essere subordinate a/e in accordo con le priorità appena
evidenziate: sicurezza alimentare (leggi: autosufficienza di
cereali) e reddito dei contadini. Ma ci sono altri indicatori che
permettono tuttavia di bilanciare almeno in parte questo quadro
finora poco incoraggiante. Il China Daily dello scorso 11 novembre
dichiarava infatti che:
“(...) La Convenzione di Stoccolma sugli inquinanti organici
persistenti (POPs) entra in forza in Cina oggi stesso.
(...) Gli inquinanti possono entrare nella catena alimentare e
danneggiare seriamente la salute umana.
(...) I POPs possono anche muoversi attraverso aria e acqua,
provocando inquinamento globale.”
Questo ed altro fanno sì che il governo cinese debba ormai sempre
di più tenere conto degli impegni internazionali assunti,
condizionando così anche la propria politica interna.
Ecco perché, come dice l’attuale Ministro dell’Agricoltura:
“(...)le certificazioni di qualità e sicurezza dei prodotti
agricoli stanno guidando lo sviluppo del settore agricolo cinese.
Una coscienza sempre crescente della sicurezza alimentare, oltre
al desiderio della nazione di espandere il commercio alimentare,
hanno spinto le imprese ed il governo a fare della certificazione
una priorità”.
Tra i POPs utilizzati in Cina ancora oggi come fitofarmaci in
agricoltura, ricordiamo PCP, Mirex e DDT. Nel quadro dello
sviluppo di un Piano di Implementazione Nazionale (NIP) per la
riduzione o eliminazione dei POPs, sotto la guida delle Nazioni
Unite (in questo caso l’UNIDO, che ne è l’agenzia di attuazione)
le autorità ambientali cinesi, con la collaborazione ed il
sostegno della Banca Mondiale e del Ministero dell’Ambiente e del
Territorio italiano, stanno sviluppando un programma di
realizzazione del Piano che si svilupperà per fasi attraverso una
serie di progetti sperimentali e dimostrativi, in cui anche
l’Italia prende parte. Oltre a questo, a seguito della firma del
Protocollo di Kyoto da parte della Russia, l’entrata in vigore del
Protocollo è stato anche per la Cina il 16 febbraio 2005. Il
Centro di Competenza per l’Innovazione nel Settore Agro-Ambientale
(Agroinnova) dell’Università di Torino, nel quadro della
cooperazione ambientale sino-italiana avviata nel 2000 dal
Ministero dell’Ambiente e del Territorio italiano, legata
soprattutto al Protocollo di Kyoto, ha già sviluppato con successo
un progetto dimostrativo per la riduzione e l’eliminazione
dell’uso del bromuro di metile nel settore agricolo. I risultati
delle attività svolte hanno aiutato il governo cinese a presentare
la sua strategia per la riduzione ed eliminazione del bromuro di
metile, approvata recentemente dal Fondo Multilaterale delle
Nazioni Unite, nell’ambito del quale l’Italia contribuirà con
altri 4 milioni di dollari americani allo sviluppo della medesima.
Il modo tipico di inquinamento del settore agricolo è quello
chiamato “non-point pollution” (Npp), cioè quel tipo di
inquinamento che sorge quando la sua fonte è dispersa
nell’ambiente e non localizzabile in modo preciso. Ora, stando al
documento “Proposal for a New CCICED Task Force: Policy Responses
to Non-point Pollution from China’s Crop Production”, prodotto
dall’Accademia Cinese delle Scienze (CAS), nel quadro dei lavori
sviluppati per il Consiglio per la Cooperazione e lo Sviluppo
Internazionale della Cina (CCICED), “(...)La causa primaria di
questo “inquinamento non-focalizzato” (Npp) è l’uso eccessivo di
fertilizzanti azotati su cereali e prodotti ortofrutticoli, che
ogni anno conducono alla perdita di circa 1,74 milioni di
tonnellate di azoto. Quasi la metà di questa perdita va dai
terreni agricoli ai bacini del Fiume Azzurro (Yangzi), del Fiume
Giallo e del Fiume delle Perle (nella regione cantonese). Ciò
comporta serie conseguenze sulla funzione dell’ambiente e
dell’ecosistema sia a livello locale, sia a livello regionale e
globale.
(...) Oltre a questo, ci sono parimenti seri problemi insorgenti
dall’uso eccessivo di fitofarmaci e dall’accumulazione di metalli
pesanti in circa 135 milioni di ettari di terreno arabile (questo
dato è citato dall’Istituto di Scienze Agro-ambientali di Tianjin).
(...) Sia il Governo Centrale sia le amministrazioni locali cinesi
sono molto consapevoli del problema dell’ “inquinamento
non-focalizzato” (Npp) ed hanno speso miliardi di RMB per
combatterlo. I loro interventi comprendono maggiori sforzi volti a
ridurre l’eutrofizzazione lacustre nel Delta dello Yangzi.”
In agricoltura, i tassi di applicazione dei fertilizzanti chimici
spesso superano i 150-200 kg di azoto per ettaro coltivato. La
media attuale di applicazione non sempre supera questo livello, ma
in certe province ad agricoltura intensiva, dove si hanno fino a
cinque raccolti all’anno, il tasso d’uso di azotati arriva anche
fino a 1500 kg per ettaro. Secondo lo studio “How to develop the
Production of Green Food in China” sviluppato dall’Istituto
Sino-Tedesco di Ricerca Congiunta, risulta che la Cina
raggiungeva, alla fine degli Anni Ottanta, il più alto tasso di
fertilizzanti sulle piante:
“(...) Nel 1995, la media di fertilizzante\ettaro era di 375 kg.
Di questi, la quantità media di fertilizzante azotato per ettaro
era di 211 kg, 3,8 volte di più della media mondiale. Quanto ai
fitofarmaci, solo il 30% di questi veniva assimilato dalle piante
e il resto entrava nel suolo. Il Centro per la Protezione Vegetale
dell’Accademia di Scienze Agricole della Cina (CAAS) ha svolto un
controllo sui residui di fitofarmaci fatto su 81 specie di
prodotti orticoli venduti sul mercato a Pechino. In base ai dati
ottenuti, il 33% degli ortaggi aveva contenuti di fosfati organici
residui fuori standard. Altri tipi di fitofarmaci residui erano
pure tutti fuori standard. ”
Ognuno di questi elementi velenosi raggiunge l’organismo
attraverso la dieta quotidiana, minacciando la salute delle
presenti e delle future generazioni. Non si tratta di puro
allarmismo, visto che questi dati si ritrovano nelle fonti più
svariate, cinesi come internazionali. In un altro documento
prodotto per il CCICED, viene segnalato come quasi il 75% di tutto
l’azoto necessario alla Cina per produrre prodotti agricoli ha
origine da azoto sintetico e questo significa che, dato che quasi
la totalità della dieta del paese deriva da prodotti coltivati a
livello domestico, quasi 900 milioni di cinesi consumano cibo in
cui sono stati usati fertilizzanti chimici fatti con azoto
inorganico. Il consumo di concime organico nelle coltivazioni
intanto diminuisce, mentre i residui sono spesso bruciati nei
campi, invece che essere adeguatamente riciclati. Come se non
bastasse, invece di riciclare l’azoto derivante da deiezioni umane
ed animali, questo viene scaricato nelle acque. Già un rapporto
del 2002 preparato dalla Asian Development Bank spiegava che a
causa di metodologie di coltivazione inadeguate – a cui si
aggiungono fattori naturali della struttura del suolo – il
contenuto organico del terreno arabile e calato di quasi la metà
rispetto a venti anni prima, diventando sempre meno fertile e
produttivo. I contadini rispondono a questo problema con un
intensivo uso di fertilizzanti. Il quadro che appare da quanto
esposto finora è chiaro: sotto la spinta della crescente
popolazione (15 milioni di persone in più all’anno) e del rapido
degrado delle risorse naturali (in termini di disponibilità di
terreno arabile ed acqua e di inquinamento: eutrofizzazione delle
acque, impoverimento, salinizzazione e erosione del suolo, a causa
dell’uso eccessivo di sostanze chimiche e della mancanza di
riutilizzo dei materiali, fino all’inquinamento del cibo), la Cina
deve garantire alla propria popolazione sufficienti risorse
alimentari e sufficiente reddito per coloro che le devono
produrre: i contadini innanzitutto. Ciò spiega almeno fino ad un
certo punto perché la Cina abbia adottato l’attuale politica di
sicurezza alimentare e di garanzia del reddito ai contadini.
D’altra parte, nel quadro degli impegni globali assunti dalle
nazioni per la protezione ambientale, anche la Cina è vincolata a
rispettare i termini delle convenzioni internazionali, a
cominciare dal Protocollo di Kyoto per le sostanze nocive allo
strato di ozono e dalla Convenzione di Stoccolma per quanto i
riguarda i POPs. A tutto questo va aggiunto il fattore umano e la
domanda di mercato, come spiegato in “Green Food in China, A
campaign for environment-friendly food takes hold”:
“(...) La prima ragione cruciale dietro ai costi ambientali della
produzione agricola è la debole capacità di gestione dell’ambiente
rurale, che non è capace di interiorizzare i costi ambientali
rurali della produzione agricola.
(...) La seconda ragione importante per i costi ambientali rurali
è la mancanza di coordinamento tra le politiche ambientali e
agricole. Ci sono ancora troppi funzionari che non hanno capito
che l’agricoltura è una delle industrie più inquinanti ed
ecologicamente più degradanti. La Cina è attualmente il maggior
produttore, importatore e consumatore di sostanze chimiche nel
mondo. E questo per via delle politiche agricole di incentivi
applicate dalla Cina, come le basse tariffe doganali, sussidi e
prodotti chimici come bonus per gli agricoltori. Allo scopo di
realizzare la politica di sicurezza alimentare, la sicurezza
ambientale è spesso ignorata.”
Un’altra voce spiega:
“(...) L’agricoltura cinese è stata debole e inefficiente per
lungo tempo. Una della ragioni principali era la separazione tra
agricoltura, industria e commercio. Una sconnessione tra
produzione, distribuzione e marketing portò ad un basso valore
aggiunto dei prodotti agricoli. Il tasso di produzione
dell’industria alimentare rispetto a quella agricola nei Paesi
sviluppati è di 2:1, mentre in Cina è solo di 0,43:1. Soltanto
migliorando la qualità dei prodotti agricoli e gli standards
dell’industria alimentare per mezzo di scienza e tecnologia sarà
possibile alzare il valore aggiunto dei prodotti agricoli e
realizzare un maggior beneficio economico.”
I residui contaminanti di fertilizzanti immiseriscono il terreno,
degradano l’acqua, impoveriscono la qualità dei prodotti naturali
ed animali. “Eccessi di fertilizzanti e fitofarmaci sono pure un
costo d’inquinamento. Dato il rapido aumento nella produzione di
allevamenti animali, forse anche più preoccupante è l’alta
incidenza di malattie e virus animali e i seri problemi legati ai
loro rifiuti. Tali problemi non sono risolvibili con politiche
commerciali o tentando di costringere i contadini a produrre di
più (infatti, tali politiche spesso conducono a scarsa qualità ed
a problemi di sicurezza del cibo), ma piuttosto vanno affrontati
aumentando gli investimenti nella ricerca agricola e nel suo
sviluppo, nonché nell’educazione rurale” (China’s Agricultural and
Rural Development in the New Era: Challenges, Opportunities and
Policy Options: Policy Briefs).
In qualche modo il ciclo si chiude e ritorniamo alle dichiarazioni
d’intenti del governo cinese, riportate all’inizio di queste
pagine: va potenziata la ricerca accademica e scientifica nel
settore agricolo, applicandone i risultati. Sarà promosso lo
sviluppo della lavorazione intensiva dei prodotti agricoli e di
allevamento nonché di altre industrie non agricole nelle aree
rurali, e sarà migliorata la distribuzione dei prodotti agricoli.
Saranno sviluppate cooperative agricole per la produzione
specializzata e l’industrializzazione dei processi agroalimentari
sarà accelerata. Sarà rafforzato il sistema di prevenzione
dell’emergenza da epidemie animali e migliorati i sistemi per la
fissazione degli standards di qualità dei prodotti agricoli e per
la loro ispezione, prova e certificazione, mentre sarà sviluppato
un Piano d’Azione per il cibo ecologico. In questa prospettiva,
anche Agroinnova, il Centro di Competenza per l’Innovazione nel
Settore Agro-Ambientale dell’Università di Torino, nel quadro
della cooperazione ambientale sino-italiana guidata dal Ministero
dell’Ambiente e del Territorio, ma anche autonomamente al livello
degli scambi interdisciplinari e universitari, sta sviluppando una
serie di attività in Cina nel settore dell’agricoltura sostenibile
e biologica, con tecnologie di risparmio dell’acqua e di riduzione
di fertilizzanti e fitofarmaci, con l’introduzione di sistemi
moderni di gestione dei cicli colturali e di prevenzione e
monitoraggio di malattie e infestanti, al contempo adattate alle
realtà locali in modo da poter essere recepite come “sostenibili”.
Dietro ed a monte di queste attività vi è la promozione della
ricerca scientifica e della diffusione dell’informazione in
funzione educativa: corsi di formazione rivolti a specialisti del
settore, a funzionari di ogni livello e ad agricoltori, sviluppo
di programmi universitari concordati tra università europee e
cinesi, sono altrettante iniziative in via di sviluppo o in corso
di pianificazione. Questo è reso possibile dagli spiragli aperti
dalle recenti politiche del governo cinese ma anche da una reale e
crescente domanda di mercato e dalla crescita progressiva del
grado di consapevolezza pubblica in materia di sicurezza
alimentare: si parla ora di sicurezza sanitaria e qualitativa, una
questione che merita di essere affrontata in uno studio a parte.





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