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BIOARCHITETTURA
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Numero 46 di dicembre 2005 - gennaio
2006
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Cina: italiani a Tianjin
Salvatore Gammella, Ginevra De
Colibus
Insieme a Pechino, Shanghai e Chongquing, Tianjin è una delle
quattro province autonome della Repubblica popolare cinese.
Situata nel nord del paese e attraversata dal fiume Hai He, nella
baia del Bohai, è la terza città della Cina per numero di
abitanti.
Ma soprattutto Tianjin è qualcosa di unico e irripetibile nello
scenario urbano di quello che fu l’Impero di Mezzo: una grande
città, con oltre 600 anni di storia, che conserva spesso intatte
le testimonianze di complesse vicende storiche e politiche.
Quella che si potrebbe definire la fortuna urbanistica di Tianjin
paradossalmente prende le mosse dalla pagina più triste della sua
storia: nel 1900 la conclusione della rivolta dei Boxer determina
l’occupazione militare di Pechino e di Tianjin da parte di truppe
inviate dalle grandi potenze dell’epoca, Francia, Inghilterra,
Austria, Stati Uniti d’America, Russia, Germania, Giappone, Belgio
e Italia.
La corte imperiale, complice dell’invasione, resta travolta dagli
avvenimenti e la stessa imperatrice è costretta ad abbandonare la
Città Proibita. Il prezzo imposto dagli Alleati è alto e prevede
tra l’altro l’insediamento delle legazioni straniere nella città
di Tianjin: le sponde del fiume Hai He rappresentano sia un
approdo ideale per le flotte militari sia un porto commerciale
strategico per l’intensificazione degli scambi con l’Oriente.
A partire dai primi anni del ’900 dunque all’antica Tianjin
comincia ad affiancarsi un’altra città, costituita da tanti
quartieri quante sono le nazioni che hanno, nel frattempo,
ottenuto le concessioni.
Ogni Paese realizza un insediamento urbano che riproduce in
qualche misura l’impianto urbanistico e le tipologie edilizie
della cultura architettonica dei luoghi d’origine: «le strade si
animano di cittadini del mondo, ma anche di automobili europee o
americane, che convivono con risciò e viandanti locali.
A Tianjin è sufficiente attraversare una strada per spostarsi da
una tipica città inglese, con le sue case di mattoni rossi, il
quartiere degli affari e delle banche, la Victoria Road con i
policemen nell’inconfondibile divisa, per ritrovarsi
nell’atmosfera, anche questa unica e irriproducibile di una
cittadina francese, o austriaca, russa o giapponese» (B.
Discepolo, 2005).
Nelle strade affollate dell’antica città portuale si parlano le
lingue del mondo, si contaminano culture e, con largo anticipo
sulla storia, si sperimentano modelli multiculturali e
multirazziali. All’alba del nuovo secolo nasce a Tianjin anche il
quartiere italiano. Dopo gli espropri, tra il 1905 e il 1906 si
bonifica l’area e si pongono le infrastrutture. A metà degli anni
’20 gran parte del quartiere è edificato, le strade principali
realizzate, come pure molti degli edifici pubblici.
«L’intero quartiere, a carattere per lo più residenziale, è
costituito da edifici a due piani articolati su una maglia molto
regolare e si rifà ad un linguaggio eclettico storicista molto
misurato. Sebbene con un ventaglio di molteplici varianti, gli
edifici sono tutti realizzati seguendo due schemi compositivi
fondamentali, entrambi derivati da modelli rinascimentali: il
primo ad ordini sovrapposti, con o senza logge, il secondo con un
ordine bugnato inferiore e uno superiore con finestre modanate
inquadrate in semplici specchiature con cortine di mattoni o più
raramente intonacate. Pressoché tutti gli edifici poggiano su un
basamento in pietre a faccia vista, murate ad opus incertum.
Questi edifici sono tutti realizzati in muratura di mattoni pieni
che, negli ordini superiori, resta spesso a faccia vista. Gli
elementi decorativi denotano invece la loro derivazione dalla
tradizione locale, così come gli infissi lignei e gli altri arredi
fissi»
(R. dalla Negra, 2005).
Il quartiere italiano diventa così, al pari delle altre
concessioni straniere, espressione concreta di un’epoca e di una
cultura, mentre i suoi edifici testimoniano la tensione vissuta
dalla comunità italiana, dibattuta tra l’obbligo politico e
sentimentale di ricordare e rappresentare la patria lontana e la
tentazione portata da dettagli, apparati decorativi e materiali
locali.
Non sono molti gli elementi di contaminazione di cui rimane
traccia, ma come afferma lo storico dell’architettura Lu Sheng,
“dopo che le nazioni straniere ebbero aperte le concessioni, con
la costruzione di un gran numero di edifici occidentali,
l’architettura cinese e quella straniera iniziarono a comunicare
fra loro”.
È il caso, ad esempio, delle case che fiancheggiano corso Vittorio
Emanuele III con la loro bella sequenza di tetti a pagoda a
coronamento di logge e torrette d’angolo. E la stessa caserma
Carlotto, interamente costruita in mattoni, sembra un omaggio alla
tradizione cinese dei muri pieni in mattoni delimitanti gli Hu
Tong. In altri casi ancora gli ingegneri e gli architetti italiani
attingono a geometrie o dettagli propri della tradizione locale,
sia in tema di arredi, che di architettura o arredo urbano.
«L’effetto è tale per cui l’intero quartiere si inserisce con
rispetto ed equilibrio, non solo “dentro” la struttura urbana, in
via di consolidamento, costituita dalle concessioni straniere, ma
anche dentro la città e il territorio cinese.
Non è azzardato allora affermare che l’episodio del quartiere
italiano di Tianjin si colloca anche in quanto momento di
incontro, di dialogo tra due differenti culture, anche urbane e
architettoniche, che, al di là delle condizioni storiche dentro le
quali questo scambio si realizza, testimonia di un terreno
fertile, di un rapporto che, non è un caso, anche dopo un secolo
continua a dare buoni frutti» (B. Discepolo, 2005).
La breve stagione della comunità italiana a Tianjin si concluderà
pochi anni dopo, in seguito ai tragici avvenimenti legati al
secondo conflitto mondiale, mentre il quartiere, pur attraversando
guerre, rivoluzioni, occupazioni e rivolgimenti di ogni tipo,
continuerà a preservare memorie e testimonianze.
Oggi Tianjin è la prima città della Cina ad affrontare
correttamente il tema della conservazione e valorizzazione dei
tessuti urbani storici.
I responsabili della Municipalità – con anticipo sui tempi di
maturazione delle altre grandi città cinesi – hanno giustamente
posto, tra le priorità dei programmi di sviluppo urbano, il pieno
recupero e valorizzazione del loro “centro storico” nel quale più
di 800 edifici, risalenti all’epoca delle concessioni,
rappresentano una vera e propria “fiera dell’architettura” o, come
la definiscono a Tianjin, “ wanguo janzhu bolan”.





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