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BIOARCHITETTURA
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Numero 46 di dicembre 2005 - gennaio
2006
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Cina: il teatro del divenire
pittura di paesaggio e giardini nella tradizione
Maurizio Paolillo
Nei lunghi secoli che hanno visto il fiorire della cultura
tradizionale cinese, la lettura del paesaggio si è sempre fondata
sulla riconoscibilità della corrispondenza esistente tra i vari
campi dell’esperienza umana. Elemento cardine di tale
corrispondenza è il qi, energia sottile che costituisce ad un
tempo il fondamento immediato ed il principio vitale degli esseri
e di tutto ciò che è manifesto. Tale aspetto rende più
comprensibile il feng shui – la cosiddetta “geomanzia” – teso
all’individuazione del sito dal qi migliore, idoneo alla
fondazione di una “dimora yang ” (abitazione, palazzo o tempio) o
una “dimora yin ” (una tomba). Storicamente il feng shui è emerso
nello stesso periodo che ha visto la nascita della pittura di
paesaggio (shanshui hua): tra il III e il VI secolo l’attenzione
per il mondo naturale diventa un fenomeno diffuso – espresso in
ambito dottrinale dalla tradizione taoista – grazie anche alle
circostanze storiche che trasferiscono il centro del mondo cinese
dalla piana del Fiume Giallo, verso sud, nell’ambiente
lussureggiante e incontaminato che verrà poi nei secoli
rappresentato da tanti artisti del pennello. Tale tendenza è stata
favorita dalla diffusione del Buddismo: la consapevolezza che il
paesaggio privo di elementi umani è supporto indispensabile per la
meditazione sul concetto chiave della vacuità, ha determinato la
costituzione di molti centri buddhisti in aree naturali isolate.
Non è dunque un caso che Zong Bing, pittore erudito che appare tra
i fondatori della Società del Loto Bianco (voluta nel 402 dal
grande maestro buddhista Huiyuan) fosse l’autore del primo
trattato teorico sulla pittura di paesaggio. Già in questo breve
testo il tema principe di ogni rappresentazione pittorica, la
riduzione, appare svincolato da ogni volontà “naturalistica”: per
Zong Bing, “un tratto di tre pollici tracciato in verticale
corrisponderà a un’altezza di mille passi; l’inchiostro steso su
alcuni piedi darà forma a una distanza di cento leghe”. È il
concetto della pittura come arte della totalità, che non ha nulla
a che vedere con una mera riduzione cartografica della realtà.
Questo atteggiamento – che vede il mondo naturale incontaminato
come supporto ideale per la meditazione e la realizzazione
spirituale – trova espressione anche in numerosi componimenti
poetici. Basti citare il poeta del quarto secolo Sun Zhuo: Quando
ho compiuto il mio vagabondaggio e la mia contemplazione della
natura, il mio corpo è tranquillo e il mio cuore è in pace […]. Ho
chiuso con le cose di questo mondo […]. Concentro i miei pensieri
su questi misteriosi dirupi e canto una limpida canzone sui lunghi
fiumi. Non sorprende che lo stesso Sun Zhuo si sia poi costruito
un giardino nella sua proprietà campestre: è un atteggiamento
comune a molti letterati del tempo che, come ricordato nella
biografia di Dai Yong (378-441), altro grande pittore dell’epoca
“costruiscono edifici e sale, accumulano rocce e canalizzano
acque, piantano boschetti e aprono canali”. Attraverso
l’ininterrotta teoria dei secoli, il ruolo della cultura e
dell’arte si è affermato sempre più nella creazione dei giardini,
sino a trionfare, a partire dalla dinastia dei Song settentrionali
(960-1127), con il cosiddetto giardino del letterato. A partire da
questo periodo la struttura del potere si identifica con il
concetto di wen = cultura, intesa come il deposito integrale della
civiltà cinese, espresso attraverso le opere dei saggi del
passato. In tale ambito l’arte fu strettamente collegata
all’indispensabile processo di “correzione” della natura umana,
espresso in particolare dalla tradizione confuciana: la meta che
l’uomo di cultura deve raggiungere è la completa riconquista della
propria natura originaria (xing) attraverso il controllo e
l’eliminazione delle tendenze soggettive e caotiche. L’arte del
pennello è divenuta in questo ambito mezzo privilegiato per il
processo di raffinamento interiore: calligrafia, poesia e
soprattutto pittura sono assurte ad attività preferite degli
uomini di cultura (che erano, non va dimenticato, spesso anche
uomini di potere), tese a quella “preservazione del cuore”
indispensabile per la realizzazione interiore. La pittura è
diventata così una “filosofia dell’Atto” (come felicemente
affermato da Pierre Ryckmans) e il paesaggio elemento privilegiato
della rappresentazione, secondo Su Shi (1037-1101) espressione dei
“Principi Costanti” e quindi di ordine incomparabilmente più
elevato rispetto alla pittura di personaggi o oggetti inanimati.
La “consonanza del qi ”, già espressa nella trattatistica da
secoli, è stata meta di ogni esecuzione pittorica; come affermato
nel decimo secolo da Jing Hao, obiettivo del pittore deve essere
il “Paesaggio Vero”, cioè non la realtà esteriore, “topografica”,
ma la “verità” espressa dalla corrispondenza tra l’energia che
anima il dipinto e il qi vitale che anima il paesaggio
tridimensionale: “La verosimiglianza è ottenere la forma, ma
lasciar da parte il qi. Il vero [è quando] il qi e l’aspetto
sostanziale [degli esseri, zhi] sono in pieno vigore. Ogni volta
che il qi è veicolato attraverso l’ornamento [gli aspetti formali
accessori] ed è lasciato da parte per quanto concerne l’immagine
[completa], ciò è la morte dell’immagine”.
L’essenzialità come strumento di accesso al “vero” si riflette
nella scelta, peculiare quanto indicativa, del monocromo:
l’inchiostro, attraverso le varie sfumature dei tratti di
pennello, diventa l’unico mezzo espressivo idoneo per rendere i
dati spaziali (profondità, valori atmosferici) e temporali (le
differenti stagioni o momenti del giorno). L’assenza nella pittura
cinese antica di ogni “prospettiva lineare” – come intesa nella
nostra tradizione pittorica a partire dal Quattrocento – va quindi
interpretata non come incapacità nel rendere “scientificamente” la
profondità spaziale (caratteristica la cui illusorietà è stata ben
mostrata dagli studi di Panofski) ma come conseguente risultato di
una lettura dello spazio anche qualitativa, che quindi non può
limitarsi ad attributi misurabili. Le attività artistiche dei
letterati, ed anche i metodi di autocoltivazione, si svolgevano
soprattutto nei giardini. Il giardino dei letterati, fenomeno
storico e sociale che ha caratterizzato in Cina tutto il secondo
millennio, si configura così come l’unico luogo possibile dove
poter far fiorire le “arti del pennello”, in una concezione che
certo molto doveva alle tradizioni taoista e buddhista, ma che si
era andata nel tempo “culturalizzata”: era allo stesso tempo un
ritiro nel “mondo a parte”, intimo e privato e tuttavia
collegamento (anche fisico, architettonico: i giardini si
trovavano per lo più uniti alla residenza) all’universo pubblico
dell’urbe e nella cultura che lo aveva prodotto.
A partire dai Song, il giardino cinese si sarebbe così formato
attraverso l’accettazione e l’applicazione da parte dell’élite
intellettuale, degli stessi principi che erano alla base della
creazione pittorica. L’esperienza del paesaggio come “dispositivo
animato” dal qi e della rappresentazione pittorica come
“espressione della consonanza del qi ” si ritrovano fuse in un
intreccio indissolubile. Del resto nello spazio ristretto – dove
padiglioni, rocce, acque, sentieri e vegetazione si succedono in
una inesauribile parata – il concetto di “naturalezza”
difficilmente poteva attecchire. La voluta artificiosità degli
elementi di questo “mondo in piccolo” risponde tuttavia non
all’arbitrarietà, ma alla conoscenza dell’artefice, che – al pari
del pittore – “deve avere in petto colline e valli”, come rilevato
nel Yuanye, trattato sull’arte del giardino composto intorno al
1630 da un pittore (non a caso!). In tale ottica, sia il dipinto
che il giardino erano creati per artem, non pro arte: l’ideale di
mimesis implicito in tali attività, fondato sul concetto
unificante del qi, unico criterio di “verità” del paesaggio reale
o rappresentato, rendeva il tema del dipinto, o il giardino
stesso, una realtà agli antipodi di ogni “naturalismo” e di ogni
mera “riproduzione paesistica”. Pittura di paesaggio e giardino
cinese tradizionali ci mostrano così una visione che si regge
sull’idea di un ordine universale il quale regola ad un tempo
natura e uomo, presiedendo ai ritmi perennemente mutevoli del
mondo manifestato; solo a chi sa guardare con gli occhi del cuore
questo teatro del divenire è concesso di vedere nell’inesauribile
processualità i rimandi alle costanti che ne sono radice.




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