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BIOARCHITETTURA
 

Numero 46 di dicembre 2005 - gennaio 2006

Cina: da dove viene e dove va
Paolo Vincenzo Genovese

L’attenzione dedicata alla Cina – territorio vastissimo, con cinquantasei etnie di diversa cultura, una tradizione cosmologica con oltre 10.000 anni di storia, tre dottrine fondamentali e due religioni – assume oggi una valenza che trascende il campo dell’architettura: è segnale di interesse verso un popolo ed una nazione la cui complessità culturale appare vertiginosa e in dirompente divenire. Si tratta di un patrimonio di millenaria avanzata civiltà, di sofisticate tradizioni teologiche, di sterminati territori filosofici; nella sua essenza, si tratta di un modo diverso di percepire la realtà: in Oriente l’uso dello spazio è sempre permeato di spiritualità ed a nulla valgono le false facciate di modernità (sic) che il colosso asiatico ha deciso di darsi.
Tentare di avvicinarsi senza traversarne lo spirito rischia di stravolgere ogni possibile lettura: l’architettura, l’urbanistica, le problematiche della sostenibilità, il giardino, l’edilizia vernacolare, la sostenibilità e la tecnologia appaiono sempre temi intersecati in maniera intima e complessa alla sociologia, alle tradizioni tribali, al senso del paesaggio e della vita, alla sacralità. Qui la gestione del territorio è spiritualità. Per questo è difficile comprenderlo (nulla può preparare a quanto è possibile trovarvi) e da questo (dalla magnifica varietà) nasce l’impossibilità di arrivare a definizioni compiute. Ogni tentativo è destinato fortunatamente a fallire: la Cina ha ancora l’indubitabile pregio di essere un luogo che occorre esperire dal vero e che, nonostante i cambiamenti, si presenta ancor oggi distante per storia e mentalità rispetto ad un Occidente che ha disperso in modo sconsiderato il senso del divino a favore della religiosità, che ha distrutto la tradizione per un ottuso senso di storicismo. Nel cuore della vastità della Cina, là dove gli echi e le specificità sono rimaste più marcate, è invece ancor oggi percepibile la continuità diretta con un passato che vede tracce del soprannaturale in ogni manifestazione del sensibile.
Nell’architettura – l’arte del costruire non solo rappresenta una delle principali forme della cultura cinese ma costituisce una decisiva testimonianza dell’abissale distanza che separa il nostro mondo da quello orientale – la differenza più evidente, ancorché epidermica, è quella del linguaggio. L’architettura classica cinese non condivide alcun parametro linguistico della cultura a noi familiare, sono del tutto assenti le costanti vitruviane e semmai le convenzioni risultano in opposizione ad esse: il senso dello spazio è completamente diverso così come quello simbolico ed esoterico, le tecniche costruttive e i materiali non rispecchiano i nostri, le soluzioni adottate per risolvere i problemi statico-strutturali partono da canoni diversi, la stessa logica nella costruzione ci pare talvolta assente. Diverso infine è il rapporto con il contesto e con l’ambito spirituale.
L’approccio non può quindi che essere cauto e aperto; in particolare, attento a non scindere l’architettura dall’insieme delle manifestazioni culturali e sociali e quindi a non guardare all’architettura come composta da fattori distinti, quali la tecnica, il linguaggio, le aggregazioni urbane o gli aspetti simbolici. L’architettura cinese, pur in una inestricabile complessità, si presenta infatti con aspetti unitari e comunque sempre inseriti all’interno della propria specificità culturale, una totalità che concepisce le singole manifestazioni come inserite all’interno di un ciclo interrelato di eventi i quali accadono secondo mutue dipendenze. Un riferimento a noi utile potrebbe rinvenirsi nelle culture arcaiche: i casi delle civiltà della mezzaluna fertile o di quella egiziana o quelli delle aree mesoamericane possono in qualche maniera restituirci un’idea più vicina e afferrabile. Si tratta di situazioni in cui non sussiste distinzione fra architettura e altre attività ma in cui tutto è permeato da un’alta componente spirituale e simbolica.
Nel caso orientale tuttavia diventa impreciso parlare di religione. La tradizione culturale cinese si basa infatti su una visione ancestrale molto antica che pur con variazioni e fraintendimenti è arrivata nella sua sostanza fino a noi.
È questo l’aspetto che la rende così anomala e che impone un approccio specifico, in qualche maniera diverso da quello utilizzabile per altre culture il cui tragitto evolutivo si è concluso in tempi lontani. Probabilmente lo strumento migliore è allora quello della filosofia, della conoscenza del corpo e del go– ng-fu, termine erroneamente riferito in occidente ad una particolare arte marziale. Il significato originale è “il grado di perfezione raggiunto in un’attività” e si tratta di un concetto di grandissima complessità: ogni attività vi può essere soggetta secondo una tensione al compimento spirituale. Ciò significa che ogni manifestazione materiale – dalle tecniche di difesa e lotta, alla fabbricazione di utensili, all’arte o all’architettura – per raggiungere la realizzazione abbisogna di un livello alto di spiritualità che si esprime, appunto, nel go– ng-fu.
Così anche l’architettura non è mai solo arte del costruire spazi per la vita, ma racchiude in sé una serie di complessi e precisi significati, ogni dettaglio possiede riferimenti che nel continuum stabiliscono legami tra cielo e terra, uomo e natura, spiritualità e mondo fisico.
Non altro che questo è possibile rilevare cercando una impostazione unificante tra futuro e passato, tra città immense e piccolissimi villaggi spesso privi di contatti con l’esterno ma egualmente ricchissimi di conoscenze, ciascuno dei quali si presenta talvolta come universo assolutamente autonomo. L’unica possibilità per restituire una percezione del tutto là dove anche la più piccola porzione di territorio si pone in maniera diversa, presenta una cultura propria e una originalità insondabile, è allora affidarsi al frammento.
Buona lettura.

Per avvicinarsi a queste tematiche, c’è un libro di Xu Yi Tao (Storia dell’architettura cinese – Ed. Lin Xia Peples, Cina 2002) che spiega l’architettura cercando un filo tra tradizione e modernità. Il pregio particolare sta – almeno per il lettore che non abbia la possibilità di comprenderne la lingua – nei disegni e nell’analisi delle tecniche costruttive esplicitate da una accattivante serie di immagini che “parlano da sole” ad affiancare i testi esplicativi (in ostico cinese) relativi alle diverse epoche storiche della Cina. Le belle illustrazioni si riferiscono agli esempi maggiori delle diverse aree geografiche cinesi, con descrizioni delle tecniche costruttive tradizionali e l’illustrazione dei sistemi di pianificazione delle antiche città. Interessanti sono anche gli esempi contemporanei, che appaiono ovviamente molto meno legati ai luoghi: i problemi derivanti dall’enorme e precipitoso sviluppo che sta avvenendo in questo Paese sono noti e non possono che ripercuotersi nell’architettura. Dal punto di vista occidentale il gusto appare, nella maggior parte dei casi, discutibile e privo di riflessioni critiche, ma questo non esclude l’esistenza di esempi interessanti e notevoli.

 

 

 
   

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