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BIOARCHITETTURA
 

Numero 46 di dicembre 2005 - gennaio 2006

Cina: lettura simbolica del villaggio Zhen Shan
Paolo Vincenzo Genovese

Gli studiosi occidentali sovente incappano in errori grossolani nell’approccio all’architettura tradizionale cinese, concentrando la lettura su aspetti funzionali quali il guadagno solare o lo sfruttamento dei venti per la climatizzazione interna. Questi ambiti costituiscono solo alcuni dei numerosi parametri, importanti ma non i soli, che si sviluppano in considerazione di due fatti chiave:
il concetto di comfort è qualcosa di relativo nello spazio e nel tempo, per cui l’idea stessa di comodità (climatica e fisica) si esplica nella strutturazione degli spazi dell’abitare seguendo concezioni diverse;
le motivazioni spirituali (il costituisce un complesso di indicazioni molto sofisticate relative al corretto posizionamento degli edifici secondo regole ancestrali che si relazionano al clima, al ciclo solare e lunare, alle stelle, alla spiritualità e a molto altro ancora) erano in passato uno dei cardini della vita sociale e privata;
Pur muniti di tali considerazioni, molte delle domande sull’organizzazione del villaggio di Zhen Shan nella provincia di Guizhou non trovavano risposta, né sul piano logico né su quello rituale tradizionale.
L’analisi del sito evidenziava infatti alcune curiose anomalie che sembravano delle vere e proprie contraddizioni, con elementi che cozzavano con la storia del villaggio ed anche con alcune regole base della geomanzia cinese. La prima stranezza riguarda la struttura stessa del villaggio, che appare poco conveniente sia nell’uso del territorio sia in relazione ad alcune regole base del , tra cui quelle che vogliono l’aggregato in affaccio verso un corso d’acqua o un lago. Il nucleo più antico è invece posizionato tra due colline. Per figurarsi il luogo occorre immaginare una coppia di modeste alture che si affacciano su un avvallamento; da qui, in lontananza, è possibile vedere il lago sormontato da una grande roccia spaccata a metà (da cui il nome Zhen Shan = “mezza montagna”). Il villaggio si arrampica tra queste colline, con gli edifici che si guardano reciprocamente quasi ignorando la posizione originaria del lago posta a Sud-Est (il bacino attuale è frutto di una serie di opere di allagamento avvenute negli anni ’50, che hanno stravolto la conformazione naturale). In particolare un numero maggiore di edifici sta sul versante Ovest.
Una seconda anomalia riguarda la disposizione delle case. La loro tipologia varia pochissimo. Siamo sempre di fronte ad una disposizione a “C”, con tre lati chiusi ed uno libero. Opposto al lato aperto troviamo il corpo principale dell’edificio – addossato alla collina – mentre gli altri due sono più piccoli e sovente contengono l’ingresso al cortile.
Anche qui non viene verificata la tipologia classica cinese che vede la corte affacciarsi verso Sud (in modo da offrire il massimo apporto solare in inverno) ed il corpo principale della casa addossato alla collina (per tagliare i venti freddi). La disposizione è invece ruotata secondo l’asse Est-Ovest. Le abitazioni sulla collina Ovest presentano il cortile aperto verso Est e il corpo principale addossato alla collina; le abitazioni della collina ad Est hanno una disposizione quasi speculare (cortile affacciato ad Ovest e casa addossata alla collina ad Est). Mentre per le prime i fattori bioclimatici sono sommariamente rispettati, le seconde sono veri e propri controsensi. Ne è ammissibile ipotizzare che un’intera metà del villaggio sia stata edificata “male”. Non v’è dubbio: il villaggio non segue la disposizione equisolare.
Altro elemento: il villaggio presenta una cinta muraria con due porte. Le motivazioni difensive sono inconsistenti visto che l’importanza strategica di questo luogo è nulla e, soprattutto, non sono presenti portoni fortificati, né tracce d’essi. Le stesse mura sono fatte in sassi di medie dimensioni (i più grandi hanno una misura intorno ad 80-100 cm di larghezza per 40-50 cm di altezza) assembrati senza malta, alternati a pietre sbozzate più piccole: basterebbe smuovere alcune parti più piccole per far crollare il muro miseramente. Inoltre l’altezza dei muri è modesta e pertanto facilmente scavalcabili.
L’ultima stranezza è quella che ha consentito la chiave di lettura di tutto il complesso. Le due porte di accesso sono collegate da una strada principale che, ancora una volta, contraddice le regole tradizionali che vogliono la fondazione di città e villaggi disposti secondo un orientamento Nord-Sud. La strada, collocata esattamente nel piccolo avvallamento creato dalle colline e asse generatore di tutto il complesso, è rivolta verso la montagna spaccata, vero centro (esterno) del villaggio.
L’analisi della pianta del villaggio di Zhen Shan fa immediatamente capire che la sua forma generale rappresenta esattamente un cuore e le sue mura disegnano con precisione quest’organo: esse girano intorno alle due colline descrivendo le parti tondeggianti del cuore, mentre la punta è rivolta in direzione Sud. La fondazione di questo villaggio ha perciò un profondo significato di natura spirituale ed è legato al culto “polare” (e non solare). Il culto del sole e delle sue varie simbologie non è l’unico ed il più antico. Molti riferimenti tradizionali sono “polari” o “assiali”. La loro natura è esoterica e quindi notturna: ogni verità profonda è celata e pertanto ha un riferimento legato alle stelle più che al sole. Questo spiega la forma generale dell’agglomerato, delimitato dalle mura che non sono difensive ma designano uno spazio sacro o, quantomeno, uno spazio nella cui identità spirituale gli abitanti si riconoscono. Esse circondano le due colline abbracciando una porzione di territorio anche maggiore di quella strettamente necessaria all’edificazione (nella misura in cui ampie porzioni di territorio entro le mura sono vuote). L’asse principale che divide il cuore in due parti è un asse sacro che mette in relazione i fatti terreni con quelli spirituali e si rivolge non al cielo – come accade generalmente nella tradizione – ma alla montagna spaccata.
Posto al centro dell’agglomerato, unisce le due entrate che sono, evidentemente, porte solstiziali e pertanto iniziatiche. All’incirca verso la metà di questo asse è collocato uno slargo che è il suo corrispettivo verticale (celeste). Il sistema generale allora può essere paragonato alla “croce a tre dimensioni” della tradizione indiana e araba. Non a caso il centro del villaggio ha sei direzioni: due corrispondenti all’asse stradale già menzionato, due Est-Ovest, e due Alto-Basso. Si affaccia su questo spiazzo il tempio cittadino, in assoluto l’unico edificio di tutto il villaggio con un orientamento anomalo (Sud) e che, proprio per la sua particolare funzione, esprime in forma fisica il collegamento diretto con il “centro spirituale”.
Sulla base di tali considerazioni diventa semplice spiegare l’orientamento opposto delle diverse abitazioni: gli edifici non assumono come riferimento il sole ma l’asse polare. Entrambi i lati del villaggio hanno le corti che si affacciano sulla strada centrale, proprio perché il riferimento è alla spiritualità esoterica.
Il villaggio è pertanto un luogo la cui fondazione ha ragioni iniziatiche. Non rimane che fare un’ultima postilla. Il villaggio ha subìto una vicenda interessante. Nel corso degli anni esso si è ampliato fino ad arrivare al fondovalle, ma questa parte di territorio venne allagata per far posto ad un grande bacino idrico artificiale. Le abitazioni poste più in basso furono quindi riedificate al di fuori delle mura nella zona Sud-Est dell’agglomerato originario. Questo ampliamento, pur dimentico dei significati ancestrali, mantiene gli originali atteggiamenti di continuità verso la geomanzia. Le abitazioni presentano ancora una struttura a “C” nella quale il lato aperto è rivolto verso valle e il lato opposto, occupato dall’edificio più importante, verso monte.

Riferimento essenziale per questa ricerca sono gli studi di René Guénon sulla simbologia sacra. In alcuni mirabili saggi dedicati al Santo Graal (in particolare vedasi Il Sacro Cuore e la leggenda del Santo Graal e Il Santo Graal, saggi entrambi contenuti in René Guénon, Simboli della Scienza Sacra, Adelphi, Milano, 2005) egli fa riferimento all’importanza dell’iconografia della coppa e la sua relazione con il “Cuore Sacro”. In tutte le tradizioni primordiali, orientali e occidentali, il cuore è considerato il centro della vita, della spiritualità e l’origine dei sentimenti. Come ricorda Guénon, nella scrittura egiziana il cuore è designato con l’emblema del vaso, fatto assai interessante visto che nella dimensione ieratica l’immagine della cosa rappresenta la parola stessa che la designa. La coppa
– e alla luce di questi fatti il cuore stesso – è pertanto il “centro originale” o, in altre parole, il “Centro del Mondo”. La coppa – Graal o altra forma simbolica – ha un legame stretto con il Cuore Divino, qui inteso in senso spirituale e non religioso. È la manifestazione del Verbo che non può essere limitato alla tradizione Ebraico-Cristiana (Basti pensare al «[…] suono primordiale e imperituro (akshara), cioè il monosillabo Om, che è per eccellenza il nome del Verbo manifestato nei tre mondi, […] per un’altra corrispondenza dei suoi tre elementi o mâtrâ, l’essenza del triplice Vêda». In René Guénon, op. cit., p. 138.) Dunque la coppa ed il cuore hanno la medesima origine sul piano spirituale e si riferiscono entrambi all’idea di centro spirituale, o Centro del Mondo o Creazione. Il presente studio è strettamente legato al lavoro del Prof. Marcus Hackel e alla sua opera nel villaggio di Zhen Shan.

 

 

 

 

 

 

 

 
   

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