A. WEGER
LIBRERIA BRESSANONE

via Torre Bianca, 5
39042 Bressanone BZ
Tel. +39 0472 836164
Fax. +39 0472 801189
info@weger.net

 
 
 
BIOARCHITETTURA
 

Numero 46 di dicembre 2005 - gennaio 2006

Nepal: il sacco di Kathmandu
Bijaya K. Shrestha

I primi insediamenti umani, sorti nel periodo “Kirata” (preistoria) in terre alte e difficilmente coltivabili, si espansero durante l’era “Lichchhavi” (dal I al IX secolo) come centri di commercio; durante il periodo “Malla” (XIII-XVIII secolo) si estesero ulteriormente grazie alle connessioni di strade, fortificazioni, ponti e muraglie dando vita alla formazione della rete di centri medievali nella valle di Kathmandu. Nel periodo Malla la tipologia urbana è stata caratterizzata da costruzioni a blocchi di tre o quattro case aggregate a schiera che si affacciano su strade strette e non rettilinee, pavimentate con lastre di terracotta o pietra. Gli edifici, costruiti in prossimità dei campi e dei monasteri buddisti (Bahal e Bahil), delineano lo status sociale e la professione dei proprietari bilanciando in maniera armoniosa la piramide sociale e l’ecologia mediante l’integrazione tra spazi aperti ed edificati: la composizione architettonica dei palazzi e di tutti i monumenti non ha solo supportato l’esistenza di una società urbana culturalmente avanzata, ma ha anche provato che queste costruzioni sono straordinariamente ospitali, capaci cioè di integrare principi percettivi e funzionali con le necessità sociali.
Oggi, con la distruzione e la ricostruzione con poco riguardo alle peculiarità della zona, dei tradizionali omogenei palazzi a schiera, abbiamo una trasformazione in verticale dei centri storici medievali, che si presentano a struttura urbana ad alta densità, ma abbiamo anche trasformazioni in orizzontale connesse con una sciatteria urbana a bassa densità che ricopre la terra agricola. Le cause vanno individuate nei seguenti fattori:
– flusso di informazioni;
– collegamenti internazionali;
– disponibilità di differenti materiali da costruzione e tecnologie, compresa una nuova varietà di strumenti e di forniture;
– trasformazione degli stili di vita e dell’economia agraria verso un’economia più orientata ai servizi, inclusa una rapida urbanizzazione dopo la fine dell’autocrazia del periodo Rana nel 1951;
– l’istaurarsi nel 1991 di un regime democratico.
Per cui la conservazione di alcune attività tradizionali, la realizzazione di edifici di stili diversi da parte del settore privato, capitali esteri e investimenti nell’acquisto delle infrastrutture, la commistione di input differenti, tutto questo assieme all’espansione dei bassifondi, dello squallore e della povertà, segnano la trasformazione sociale in atto.
Contro questo stato di cose viene di seguito proposto di agire nella valle di Kathmandu secondo i seguenti punti:
– studiare la letteratura tecnica e analitica che riguarda la valle;
– identificare i più salienti esempi di costruzione del periodo Malla;
– analizzare le conseguenze dell’architettura moderna nella valle;
– tracciare una conclusione e proporre indicazioni.
Struttura teorica
Sebbene nella storia l’architettura si evolva lentamente ed a base incrementale – da formale a romantico e poi agli stili classici – ed ogni fase mantenga un forte legame con il periodo passato, l’architettura moderna successa alla rivoluzione industriale rifiuta il tradizionale processo evolutivo e ogni continuità culturale. Considerando l’edificio come una anonima macchina per abitare, l’architettura moderna, con la fede nella tecnologia, incoraggia gli architetti a progettare oggetti architettonici per un uomo ideale – piuttosto che per le persone reali – ricercando soluzioni innovative universali. Mentre la forma del palazzo tradizionale era dettata dalla sua funzione interna e le necessità strutturali erano risolte nella cultura locale come nella collocazione climatica e geografica, gli edifici moderni si sono sviluppati in termini di stili architettonici, tecniche costruttive e definizione dei dettagli. L’insoddisfazione verso l’architettura moderna – connessa alla distruzione della coerenza urbana determinata da una utopistica iconoclastia del movimento moderno (Jacobs, 1961), con costruzioni progettate in modo semplicistico e asettico senza complessità e riferimenti alla storia (Venturi, 1968) – include la conversione della città in uno zoo architettonico. L’inizio del periodo postmoderno può essere individuato nell’azione del 1972 con la demolizione di 14 piani prefabbricati costruiti solo 20 anni prima su progetto dell’architetto Yamasaki (premio “Pruitt-Igoe housing development” di St. Louis, Missouri, USA).
Nell’era della globalizzazione dell’economia, delle società di investimento, delle informazioni e dei servizi, la nozione di “compressione dello spazio temporale” – fondamentale innovazione nelle qualità dello spazio e del tempo – ha avuto un impatto tremendo sulle procedure politiche ed economiche così come sulla vita sociale e culturale. In tale situazione il ruolo e l’essenza dell’architettura sono andati in crisi. Solo oggi iniziamo a capire che l’architettura non è solo l’arte del design, non ha obiettivi tecnologici o speculativi. Il vero oggetto dell’architettura è il sociale.
Date le complesse relazioni che legano forma, funzioni e significati sociali di una costruzione, l’architettura, piuttosto di trasformarsi in un capriccio lussurioso o in ascetismo (Davey, 2002) deve rispondere alla cultura, al contesto ed al tempo specifico includendo legami alla natura e alla dimensione umana (Norri and Haekings, 1996) all’interno e all’esterno delle realtà sociali (Pallasmaa, 1994) ed avere una funzione ed un significato. Una struttura teorica per intervenire sull’architettura moderna nella valle di Kathmandu, può essere stabilita come:
– ambito privato: spazi interni, aspetti funzionali, efficienza climatica ed energetica, ecc.
– dimensione Pubblica: planimetrie, significati architettonici, costruzioni resistenti ai sismi, sicurezza, ecc.
– dimensione socio culturale: educazione pubblica e necessità.
Elementi salienti nelle costruzioni tradizionali del periodo Malla
La casa tipica del periodo Malla nella valle di Kathmandu è caratterizzata da una semplice forma rettangolare, profonda sei metri e larga dai quattro agli otto metri, divisi da un muro che permette una estensione orizzontale in entrambe le direzioni; mantiene una certa privacy per gli occupanti, occupa poca terra fertile per nucleo familiare e consente un sistema ad alta densità in una determinata area. Così come la configurazione della città, anche le singole unità residenziali esprimono le credenze spirituali e l’organizzazione ieratica di un complesso sistema simbolico. La casa trae le sue origini nel mondo degli inferi, sorgendo sopra la terra (dove le persone vivono) e slanciandosi verso le regioni celesti. Ogni parte della casa mantiene anche valori simbolici: le fondamenta rappresentano il Re dei Serpenti, le finestre indicano gli occhi, i mattoni indicano i tradizionali novanta milioni di stelle e così via, insieme a tutti i riferimenti religiosi e agli oggetti domestici (Barani, 1994). La disposizione di ogni stanza è basata sulle necessità funzionali di ogni attività: il piano terra (Chelli) è adibito a zona di transizione dove possono entrare anche le caste impure ed è il luogo per gli affari e lo stoccaggio dei prodotti; al primo piano (Maata) si dorme ed ha delle piccole finestre a graticcio; il secondo piano (Chota) è adibito ad attività diverse: lavoro, ricreazione o intrattenimento o per essiccare i prodotti agricoli. Esso è dotato di una grande finestra. L’ultimo piano (Baiga) è adibito a cucina ed a tinello ed ha un area riservata dove è collocata la cappella familiare (Agama), l’area più esclusiva e pura. Poiché le attività giornaliere si svolgono su più piani, per una economia di spazi nelle case tradizionali troviamo un’altezza di interpiano piuttosto bassa (da 1,7 m a 2,2 m), scale strette (90 cm di larghezza), porte e finestre piccole. Le mura sono realizzate con mattoni cotti al sole con una lisciatura di fango all’interno (ottima inerzia termica e idroscopicità), porte e finestre in materiale massiccio (che assorbe il calore di giorno per emetterlo di notte), strato di terra cruda sul tetto e pavimenti di legno e fango (che provvedono ad un buon isolamento). Le finestre piccole, generalmente in un unico lato della stanza, minimizzano le perdite di energia ma determinano spesso una insufficiente ventilazione circolare. Gli edifici del periodo Malla hanno sintetizzato sia caratteristiche compositive che elementi sociali, non solo quindi una attenzione alla costruzione e agli argomenti prettamente architettonici. Se ne è ottenuto un complesso urbanistico che soddisfa pienamente le necessità della comunità. Sulla facciata simmetrica troviamo elementi di ornamento centrali più numerosi e più grandi che dominano le falde del tetto (con circa 90 cm di sporto per proteggere le mura dalla pioggia e dal sole). Le porte in legno intagliato, le finestre, le cornici decorative – che marcano i piani – costituiscono i principali elementi comunicativi dell’architettura Malla. Accanto a questi, una concezione unitaria della vita, l’utilizzo di materiali da costruzione locali (pietre, fango, legno, ecc.), metodi di costruzione simili, hanno dato luogo alla formazione di specifiche composizioni architettoniche, ricche di piccole apprezzabili variazioni nelle dimensioni volumetriche nelle costruzioni, nelle forme dei tetti, ecc. Questo ha portato a creare non solo uniformità urbanistica, ma anche a funzionare da collante sociale valorizzando il senso della comunità tra il vicinato (Shrestha, 2004). La configurazione garantisce inoltre densità più alta e ambiti di spazio comunitario inclusi nelle unità abitative. Tali spazi (giardini residenziali, piazzette, monasteri buddisti comprensivi di strutture importanti come fontane di acqua potabile, templi, ecc.) agiscono come ambito transitorio tra la strada pubblica e la casa privata. In questo contesto, il “podio” (una semplice piattaforma rialzata tra i 30 ed i 150 cm di altezza) agisce concretamente come linea di demarcazione tra la strada e la casa, tra pubblico e privato.
Le implicazioni dell’architettura moderna
I palazzi moderni eretti tra il 1951 e il 1991 constano generalmente di un semplice piano rettangolare sagomato a tetto piano “Chattja” ed eventualmente con tettoie per proteggere dal sole e dalla pioggia posizionate sulla porta o sulle aperture delle finestre; gli edifici costruiti dopo il 1991 – qui definiti postmoderni – mostrano forma irregolare in pianta ed in elevazione con una commistione in un medesimo palazzo di diversi elementi come archi, ampie finestre, colonne corinzie, in alcuni casi tetti a pagoda, combinazione di tetti piatti ed a falde. In alcuni casi la struttura a telaio ligneo ricoperto da “dachi appa”, le sottili mattonelle usate nei templi e negli antichi palazzi. Questo trend di nuova costruzione ha impatti tremendi nella valle.
L’aspetto privato
Le costruzioni postmoderne sono dunque di struttura molto diversa rispetto all’esempio tradizionale. La differenza più significativa risiede nel taglio e della costruzione e nella disposizione degli spazi interni (ad esempio la cucina al piano di sotto e le camere da letto al piano di sopra). A eccezione dei pochi casi in cui si applica il “Vaash Shastra” ovvero un metodo antico di distribuzione della mobilia e dell’organizzazione degli spazi, le moderne costruzioni mancano di ragionata organizzazione ieratica e simbolica. Lo stile di vita presente (dormire in un letto, mangiare seduti ad un tavolo da pranzo, sedersi su una poltrona e usare l’aria condizionata) richiede ambienti più ampi. Inoltre queste costruzioni sono climaticamente inefficaci non soltanto a causa del ridotto spessore dei muri (da 23 a 15 cm) ma soprattutto mancano di una progettazione efficace ed attenta alle soluzioni tecniche.
La sfera pubblica
L’architettura non è limitata alla configurazione degli spazi interni o alla costruzione di abitazioni ma possiede sempre anche una valenza pubblica e una dimensione comunitaria: come viene trattato il tema dello spazio di transizione fra la strada pubblica (lo spazio aperto) la casa privata, il design della costruzione, le caratteristiche architettoniche delle abitazioni che definiscono la presenza dell’edificio, definiscono lo spazio pubblico ed esprimono lo status socioeconomico dei suoi abitanti. Il trend emergente trascura questi importanti elementi con conseguenze numerose:
– in primis, la moda di voler miscelare vari elementi nella facciata di un unico edificio ha fatto venir meno un elemento molto importante, ovvero l’identificazione dell’utilizzo al quale lo stabile è adibito (casa privata, appartamento, ufficio, negozio, ecc.). Nemmeno la posizione dell’edificio (centro città, periferia, vicino ai campi agricoli, ecc.) e il contesto degli edifici adiacenti aiutano a farsi un’idea dello spazio in cui agiscono; l’obiettivo di riferirsi a nulla che sia riconducibile agli archetipi del passato mostra un approccio cinico verso la storia e degrada il valore degli elementi tradizionali; inoltre molti di questi elementi decorativi, come ad esempio le colonne corinzie a doppia altezza, gli archi, ecc. ed il modo in cui essi sono trattati, senza il minimo significato strutturale o funzionale, ma solo per motivi estetici, non costituiscono in alcun modo una continuità con l’architettura tradizionale;
– in secondo luogo, i nuovi edifici così differenti tra loro nel design architettonico, nei dettagli, nei materiali e nelle tecnologie usate, non soltanto non si relazionano con gli edifici preesistenti, ma determinano anche una visione d’insieme caotica dello spazio pubblico; ogni definizione degli spazi risulta vanificata dalla variazione delle costruzioni negli zoccoli di fondazione e nei suoi dettagli, nel differente trattamento tra lo spazio di transizione e la strada pubblica e la casa privata; così l’assenza di una ben definita area semi privata o semi pubblica riduce le opportunità di socializzazione, l’armonia individuale e la componente di mutuo soccorso tra i vicini;
– terzo, gli edifici costruiti al centro dei lotti hanno elementi decorativi – ad esempio nel modello pavilion – su tutti i lati, col risultato che lo spazio fra volumi vicini appare frammentario, difficilmente utilizzabile se non per l’illuminazione e per garantire la ventilazione delle unità abitative; anche i due progetti governativi di pianificazione di aree residenziali (Kuleswore e Gongabù) hanno una densità rispettivamente di 159 e 143 persone per ettaro, nulla rispetto alla densità del Manjushree tole (il centro di Kathmandu) pari a 1185 (Shrestha, 2005).
Per questi motivi, nel centro urbano la suddivisione verticale dei tradizionali palazzi, gli interventi casuali di rinnovamento, l’imponente ricostruzione di quelli che vengono abbattuti (spesso con caratteristiche postmoderne e variazione insensata di altezza, dimensione, materiali rispetto ai palazzi adiacenti) hanno distrutto ogni continuità nelle strade, hanno fatto saltare qualsiasi uniformità nell’altezza dei palazzi, cancellato per sempre l’identità di alcune zone. Inoltre l’arrivo delle automobili e del commercio hanno provocato la riconversione degli spazi pubblici: giardini residenziali e monasteri si sono trasformati in parcheggi e si sono riempiti di sporcizie.
Ancora una riflessione di ordine statico: le case tradizionali, fatte di mattoni e legno, risultano molto deboli contro le forze sismiche principalmente a causa delle fondamenta poco profonde e per la poca resistenza all’umidità. Nel processo di suddivisione di questi edifici tradizionali vengono praticate aperture nei muri per inserirvi una porta o una finestra necessarie a cambiare la funzione d’uso di una stanza: la conseguente rimozione di parti significative di mura portanti provocano l’indebolimento della struttura, così come l’abitudine di aggiungere ulteriori piani utilizzando materiali differenti. Questo grande processo di riconversione e ricostruzione dei palazzi non mette soltanto le strutture ad un maggiore rischio sismico ma addirittura trasforma le strette strade, piazze e giardini in trappole mortali.
Anche le nuove costruzioni presentano numerosi difetti: il piano terra risulta spesso fragile per la presenza di vetrine a scopi commerciali, con architravi sorretti da esili colonne; numerosi elementi aggiunti alle facciate esterne sono decorativi ma non certamente l’ideale per attutire un’onda sismica; infine va citata la pessima qualità nei controlli sui materiali utilizzati, sulla manodopera, l’assenza di addetti alla supervisione dei lavori; per cui anche le nuove costruzioni risultano vulnerabili ai terremoti.
Dimensione socioculturale
Un architettura responsabile si pone in continuità con il proprio retaggio culturale, preserva una terminologia tradizionale, costruisce edifici resistenti ai terremoti ed a basso consumo energetico, responsabilizza la popolazione a prendersi cura del costruito e della comunità stessa. Tale dimensione socioculturale è ardua da realizzare nel recente trend. Le ragioni sono numerose:
– le numerose istituzioni responsabili (università di architettura, ordini professionali quali la società degli architetti nepalesi (SONA) o l’associazione degli ingegneri nepalesi (NEA), organi governativi come ad esempio il Ministero delle Opere Pubbliche ed il Comune di Kathmandu, ecc.) sono impreparati rispetto a questa dimensione dell’architettura, risultano inefficienti ed hanno capacità tecniche e manageriali insufficienti;
– numerosi concorsi su larga scala sia di costruzione sia di sviluppo urbano vedono primeggiare società di ingegneria e gli schemi progettuali sono giudicati secondo l’aspetto prioritario dei costi piuttosto che della qualità e della sua implicazione socioculturale;
– ogni professionalità attiva in campo edile e addirittura gli stessi proprietari delle aree, possono costruire edifici con lo stile che meglio gli aggrada senza l’ausilio degli architetti, semplicemente pagando un muratore e dei carpentieri;
– le università continuano a seguire un linguaggio architettonico protorazionalista ed insegnano ancora utilizzando la lavagna ed il gesso piuttosto che metodi moderni;
– molte delle conseguenze negative dell’architettura postmoderna possono essere imputate al sistema normativo che risulta essere vecchio e datato: la stessa legge vigente autorizza palazzi la cui conformazione è a rischio sismico;
– più del 90% delle costruzioni sono costruite con sistemi non controllati e poco ingegneristici, e circa il 30% di queste sono abusive;
– l’assenza di un piano regolatore e di un controllo sull’immagine architettonica porta ad una sorta di “uniformità difforme” sia nelle aree considerate a norma che in quelle abusive.
Per ultimo, tenendo conto che i buoni esempi di architettura tradizionale vengono velocemente distrutti e soppiantati da esempi pessimi, considerando che gli studenti di architettura debbono prendere ispirazione per i loro futuri lavori da strutture preesistenti, lo scenario che si presenta non è dei migliori.
Conclusioni e raccomandazioni
L’attuale trend dello sviluppo architettonico chiamato “architettura postmoderna” nella valle di Kathmandu non è soddisfacente in quanto non solo ignora le peculiarità dell’architettura tradizionale ma ha anche fallito rispetto alle aspettative della popolazione e alla dimensione socioculturale.
Inoltre le istituzioni (università, ordini professionali, amministrazioni) agevolano la distruzione delle costruzioni tradizionali con la conseguenza che la forma urbana diviene insostenibile, viene contaminata l’educazione civica, crescono i risentimenti verso l’architettura ed il design urbano.
Il retaggio dell’architettura del passato, preservata dai nostri antenati nel corso di secoli, è stata distrutta in cinque decadi dell’età moderna. Questo non è architettura: è solo un disastro. La valle di Kathmandu chiama aiuto per un piano mirato sulla qualità dello sviluppo naturale e del recupero del retaggio culturale, di una pianificazione e di una organizzazione responsabile e mirata basata sull’architettura tradizionale bilanciata con le necessità della società del giorno d’oggi.

 

 

 

 

 

 

 
   

Torna al numero 46 di BIOARCHITETTURA

Torna alla pagina degli arretrati di BIOARCHITETTURA

 

Casa editrice

Istituto Nazionale Bioarchitettura

 

 

 
 
 

 

I numeri dal 35 al 52

Sono editi dalla Mancosu Editore di Roma, a cui richiedere eventuali numeri arretrati.

   BIOARCHITETTURA Service
   Abbonamenti
   Contatto
   Redazione

  

   Redazione

   BIOARCHITETTURA

   C.P. 61 - 39100 Bolzano
   0471.278294