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BIOARCHITETTURA
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Numero 46 di dicembre 2005 - gennaio
2006
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Nepal: il sacco di Kathmandu
Bijaya K. Shrestha
I primi insediamenti umani, sorti nel periodo “Kirata”
(preistoria) in terre alte e difficilmente coltivabili, si
espansero durante l’era “Lichchhavi” (dal I al IX secolo) come
centri di commercio; durante il periodo “Malla” (XIII-XVIII
secolo) si estesero ulteriormente grazie alle connessioni di
strade, fortificazioni, ponti e muraglie dando vita alla
formazione della rete di centri medievali nella valle di Kathmandu.
Nel periodo Malla la tipologia urbana è stata caratterizzata da
costruzioni a blocchi di tre o quattro case aggregate a schiera
che si affacciano su strade strette e non rettilinee, pavimentate
con lastre di terracotta o pietra. Gli edifici, costruiti in
prossimità dei campi e dei monasteri buddisti (Bahal e Bahil),
delineano lo status sociale e la professione dei proprietari
bilanciando in maniera armoniosa la piramide sociale e l’ecologia
mediante l’integrazione tra spazi aperti ed edificati: la
composizione architettonica dei palazzi e di tutti i monumenti non
ha solo supportato l’esistenza di una società urbana culturalmente
avanzata, ma ha anche provato che queste costruzioni sono
straordinariamente ospitali, capaci cioè di integrare principi
percettivi e funzionali con le necessità sociali.
Oggi, con la distruzione e la ricostruzione con poco riguardo alle
peculiarità della zona, dei tradizionali omogenei palazzi a
schiera, abbiamo una trasformazione in verticale dei centri
storici medievali, che si presentano a struttura urbana ad alta
densità, ma abbiamo anche trasformazioni in orizzontale connesse
con una sciatteria urbana a bassa densità che ricopre la terra
agricola. Le cause vanno individuate nei seguenti fattori:
– flusso di informazioni;
– collegamenti internazionali;
– disponibilità di differenti materiali da costruzione e
tecnologie, compresa una nuova varietà di strumenti e di
forniture;
– trasformazione degli stili di vita e dell’economia agraria verso
un’economia più orientata ai servizi, inclusa una rapida
urbanizzazione dopo la fine dell’autocrazia del periodo Rana nel
1951;
– l’istaurarsi nel 1991 di un regime democratico.
Per cui la conservazione di alcune attività tradizionali, la
realizzazione di edifici di stili diversi da parte del settore
privato, capitali esteri e investimenti nell’acquisto delle
infrastrutture, la commistione di input differenti, tutto questo
assieme all’espansione dei bassifondi, dello squallore e della
povertà, segnano la trasformazione sociale in atto.
Contro questo stato di cose viene di seguito proposto di agire
nella valle di Kathmandu secondo i seguenti punti:
– studiare la letteratura tecnica e analitica che riguarda la
valle;
– identificare i più salienti esempi di costruzione del periodo
Malla;
– analizzare le conseguenze dell’architettura moderna nella valle;
– tracciare una conclusione e proporre indicazioni.
Struttura teorica
Sebbene nella storia l’architettura si evolva lentamente ed a base
incrementale – da formale a romantico e poi agli stili classici –
ed ogni fase mantenga un forte legame con il periodo passato,
l’architettura moderna successa alla rivoluzione industriale
rifiuta il tradizionale processo evolutivo e ogni continuità
culturale. Considerando l’edificio come una anonima macchina per
abitare, l’architettura moderna, con la fede nella tecnologia,
incoraggia gli architetti a progettare oggetti architettonici per
un uomo ideale – piuttosto che per le persone reali – ricercando
soluzioni innovative universali. Mentre la forma del palazzo
tradizionale era dettata dalla sua funzione interna e le necessità
strutturali erano risolte nella cultura locale come nella
collocazione climatica e geografica, gli edifici moderni si sono
sviluppati in termini di stili architettonici, tecniche
costruttive e definizione dei dettagli. L’insoddisfazione verso
l’architettura moderna – connessa alla distruzione della coerenza
urbana determinata da una utopistica iconoclastia del movimento
moderno (Jacobs, 1961), con costruzioni progettate in modo
semplicistico e asettico senza complessità e riferimenti alla
storia (Venturi, 1968) – include la conversione della città in uno
zoo architettonico. L’inizio del periodo postmoderno può essere
individuato nell’azione del 1972 con la demolizione di 14 piani
prefabbricati costruiti solo 20 anni prima su progetto
dell’architetto Yamasaki (premio “Pruitt-Igoe housing development”
di St. Louis, Missouri, USA).
Nell’era della globalizzazione dell’economia, delle società di
investimento, delle informazioni e dei servizi, la nozione di
“compressione dello spazio temporale” – fondamentale innovazione
nelle qualità dello spazio e del tempo – ha avuto un impatto
tremendo sulle procedure politiche ed economiche così come sulla
vita sociale e culturale. In tale situazione il ruolo e l’essenza
dell’architettura sono andati in crisi. Solo oggi iniziamo a
capire che l’architettura non è solo l’arte del design, non ha
obiettivi tecnologici o speculativi. Il vero oggetto
dell’architettura è il sociale.
Date le complesse relazioni che legano forma, funzioni e
significati sociali di una costruzione, l’architettura, piuttosto
di trasformarsi in un capriccio lussurioso o in ascetismo (Davey,
2002) deve rispondere alla cultura, al contesto ed al tempo
specifico includendo legami alla natura e alla dimensione umana (Norri
and Haekings, 1996) all’interno e all’esterno delle realtà sociali
(Pallasmaa, 1994) ed avere una funzione ed un significato. Una
struttura teorica per intervenire sull’architettura moderna nella
valle di Kathmandu, può essere stabilita come:
– ambito privato: spazi interni, aspetti funzionali, efficienza
climatica ed energetica, ecc.
– dimensione Pubblica: planimetrie, significati architettonici,
costruzioni resistenti ai sismi, sicurezza, ecc.
– dimensione socio culturale: educazione pubblica e necessità.
Elementi salienti nelle costruzioni tradizionali del periodo Malla
La casa tipica del periodo Malla nella valle di Kathmandu è
caratterizzata da una semplice forma rettangolare, profonda sei
metri e larga dai quattro agli otto metri, divisi da un muro che
permette una estensione orizzontale in entrambe le direzioni;
mantiene una certa privacy per gli occupanti, occupa poca terra
fertile per nucleo familiare e consente un sistema ad alta densità
in una determinata area. Così come la configurazione della città,
anche le singole unità residenziali esprimono le credenze
spirituali e l’organizzazione ieratica di un complesso sistema
simbolico. La casa trae le sue origini nel mondo degli inferi,
sorgendo sopra la terra (dove le persone vivono) e slanciandosi
verso le regioni celesti. Ogni parte della casa mantiene anche
valori simbolici: le fondamenta rappresentano il Re dei Serpenti,
le finestre indicano gli occhi, i mattoni indicano i tradizionali
novanta milioni di stelle e così via, insieme a tutti i
riferimenti religiosi e agli oggetti domestici (Barani, 1994). La
disposizione di ogni stanza è basata sulle necessità funzionali di
ogni attività: il piano terra (Chelli) è adibito a zona di
transizione dove possono entrare anche le caste impure ed è il
luogo per gli affari e lo stoccaggio dei prodotti; al primo piano
(Maata) si dorme ed ha delle piccole finestre a graticcio; il
secondo piano (Chota) è adibito ad attività diverse: lavoro,
ricreazione o intrattenimento o per essiccare i prodotti agricoli.
Esso è dotato di una grande finestra. L’ultimo piano (Baiga) è
adibito a cucina ed a tinello ed ha un area riservata dove è
collocata la cappella familiare (Agama), l’area più esclusiva e
pura. Poiché le attività giornaliere si svolgono su più piani, per
una economia di spazi nelle case tradizionali troviamo un’altezza
di interpiano piuttosto bassa (da 1,7 m a 2,2 m), scale strette
(90 cm di larghezza), porte e finestre piccole. Le mura sono
realizzate con mattoni cotti al sole con una lisciatura di fango
all’interno (ottima inerzia termica e idroscopicità), porte e
finestre in materiale massiccio (che assorbe il calore di giorno
per emetterlo di notte), strato di terra cruda sul tetto e
pavimenti di legno e fango (che provvedono ad un buon isolamento).
Le finestre piccole, generalmente in un unico lato della stanza,
minimizzano le perdite di energia ma determinano spesso una
insufficiente ventilazione circolare. Gli edifici del periodo
Malla hanno sintetizzato sia caratteristiche compositive che
elementi sociali, non solo quindi una attenzione alla costruzione
e agli argomenti prettamente architettonici. Se ne è ottenuto un
complesso urbanistico che soddisfa pienamente le necessità della
comunità. Sulla facciata simmetrica troviamo elementi di ornamento
centrali più numerosi e più grandi che dominano le falde del tetto
(con circa 90 cm di sporto per proteggere le mura dalla pioggia e
dal sole). Le porte in legno intagliato, le finestre, le cornici
decorative – che marcano i piani – costituiscono i principali
elementi comunicativi dell’architettura Malla. Accanto a questi,
una concezione unitaria della vita, l’utilizzo di materiali da
costruzione locali (pietre, fango, legno, ecc.), metodi di
costruzione simili, hanno dato luogo alla formazione di specifiche
composizioni architettoniche, ricche di piccole apprezzabili
variazioni nelle dimensioni volumetriche nelle costruzioni, nelle
forme dei tetti, ecc. Questo ha portato a creare non solo
uniformità urbanistica, ma anche a funzionare da collante sociale
valorizzando il senso della comunità tra il vicinato (Shrestha,
2004). La configurazione garantisce inoltre densità più alta e
ambiti di spazio comunitario inclusi nelle unità abitative. Tali
spazi (giardini residenziali, piazzette, monasteri buddisti
comprensivi di strutture importanti come fontane di acqua
potabile, templi, ecc.) agiscono come ambito transitorio tra la
strada pubblica e la casa privata. In questo contesto, il “podio”
(una semplice piattaforma rialzata tra i 30 ed i 150 cm di
altezza) agisce concretamente come linea di demarcazione tra la
strada e la casa, tra pubblico e privato.
Le implicazioni dell’architettura moderna
I palazzi moderni eretti tra il 1951 e il 1991 constano
generalmente di un semplice piano rettangolare sagomato a tetto
piano “Chattja” ed eventualmente con tettoie per proteggere dal
sole e dalla pioggia posizionate sulla porta o sulle aperture
delle finestre; gli edifici costruiti dopo il 1991 – qui definiti
postmoderni – mostrano forma irregolare in pianta ed in elevazione
con una commistione in un medesimo palazzo di diversi elementi
come archi, ampie finestre, colonne corinzie, in alcuni casi tetti
a pagoda, combinazione di tetti piatti ed a falde. In alcuni casi
la struttura a telaio ligneo ricoperto da “dachi appa”, le sottili
mattonelle usate nei templi e negli antichi palazzi. Questo trend
di nuova costruzione ha impatti tremendi nella valle.
L’aspetto privato
Le costruzioni postmoderne sono dunque di struttura molto diversa
rispetto all’esempio tradizionale. La differenza più significativa
risiede nel taglio e della costruzione e nella disposizione degli
spazi interni (ad esempio la cucina al piano di sotto e le camere
da letto al piano di sopra). A eccezione dei pochi casi in cui si
applica il “Vaash Shastra” ovvero un metodo antico di
distribuzione della mobilia e dell’organizzazione degli spazi, le
moderne costruzioni mancano di ragionata organizzazione ieratica e
simbolica. Lo stile di vita presente (dormire in un letto,
mangiare seduti ad un tavolo da pranzo, sedersi su una poltrona e
usare l’aria condizionata) richiede ambienti più ampi. Inoltre
queste costruzioni sono climaticamente inefficaci non soltanto a
causa del ridotto spessore dei muri (da 23 a 15 cm) ma soprattutto
mancano di una progettazione efficace ed attenta alle soluzioni
tecniche.
La sfera pubblica
L’architettura non è limitata alla configurazione degli spazi
interni o alla costruzione di abitazioni ma possiede sempre anche
una valenza pubblica e una dimensione comunitaria: come viene
trattato il tema dello spazio di transizione fra la strada
pubblica (lo spazio aperto) la casa privata, il design della
costruzione, le caratteristiche architettoniche delle abitazioni
che definiscono la presenza dell’edificio, definiscono lo spazio
pubblico ed esprimono lo status socioeconomico dei suoi abitanti.
Il trend emergente trascura questi importanti elementi con
conseguenze numerose:
– in primis, la moda di voler miscelare vari elementi nella
facciata di un unico edificio ha fatto venir meno un elemento
molto importante, ovvero l’identificazione dell’utilizzo al quale
lo stabile è adibito (casa privata, appartamento, ufficio,
negozio, ecc.). Nemmeno la posizione dell’edificio (centro città,
periferia, vicino ai campi agricoli, ecc.) e il contesto degli
edifici adiacenti aiutano a farsi un’idea dello spazio in cui
agiscono; l’obiettivo di riferirsi a nulla che sia riconducibile
agli archetipi del passato mostra un approccio cinico verso la
storia e degrada il valore degli elementi tradizionali; inoltre
molti di questi elementi decorativi, come ad esempio le colonne
corinzie a doppia altezza, gli archi, ecc. ed il modo in cui essi
sono trattati, senza il minimo significato strutturale o
funzionale, ma solo per motivi estetici, non costituiscono in
alcun modo una continuità con l’architettura tradizionale;
– in secondo luogo, i nuovi edifici così differenti tra loro nel
design architettonico, nei dettagli, nei materiali e nelle
tecnologie usate, non soltanto non si relazionano con gli edifici
preesistenti, ma determinano anche una visione d’insieme caotica
dello spazio pubblico; ogni definizione degli spazi risulta
vanificata dalla variazione delle costruzioni negli zoccoli di
fondazione e nei suoi dettagli, nel differente trattamento tra lo
spazio di transizione e la strada pubblica e la casa privata; così
l’assenza di una ben definita area semi privata o semi pubblica
riduce le opportunità di socializzazione, l’armonia individuale e
la componente di mutuo soccorso tra i vicini;
– terzo, gli edifici costruiti al centro dei lotti hanno elementi
decorativi – ad esempio nel modello pavilion – su tutti i lati,
col risultato che lo spazio fra volumi vicini appare frammentario,
difficilmente utilizzabile se non per l’illuminazione e per
garantire la ventilazione delle unità abitative; anche i due
progetti governativi di pianificazione di aree residenziali (Kuleswore
e Gongabù) hanno una densità rispettivamente di 159 e 143 persone
per ettaro, nulla rispetto alla densità del Manjushree tole (il
centro di Kathmandu) pari a 1185 (Shrestha, 2005).
Per questi motivi, nel centro urbano la suddivisione verticale dei
tradizionali palazzi, gli interventi casuali di rinnovamento,
l’imponente ricostruzione di quelli che vengono abbattuti (spesso
con caratteristiche postmoderne e variazione insensata di altezza,
dimensione, materiali rispetto ai palazzi adiacenti) hanno
distrutto ogni continuità nelle strade, hanno fatto saltare
qualsiasi uniformità nell’altezza dei palazzi, cancellato per
sempre l’identità di alcune zone. Inoltre l’arrivo delle
automobili e del commercio hanno provocato la riconversione degli
spazi pubblici: giardini residenziali e monasteri si sono
trasformati in parcheggi e si sono riempiti di sporcizie.
Ancora una riflessione di ordine statico: le case tradizionali,
fatte di mattoni e legno, risultano molto deboli contro le forze
sismiche principalmente a causa delle fondamenta poco profonde e
per la poca resistenza all’umidità. Nel processo di suddivisione
di questi edifici tradizionali vengono praticate aperture nei muri
per inserirvi una porta o una finestra necessarie a cambiare la
funzione d’uso di una stanza: la conseguente rimozione di parti
significative di mura portanti provocano l’indebolimento della
struttura, così come l’abitudine di aggiungere ulteriori piani
utilizzando materiali differenti. Questo grande processo di
riconversione e ricostruzione dei palazzi non mette soltanto le
strutture ad un maggiore rischio sismico ma addirittura trasforma
le strette strade, piazze e giardini in trappole mortali.
Anche le nuove costruzioni presentano numerosi difetti: il piano
terra risulta spesso fragile per la presenza di vetrine a scopi
commerciali, con architravi sorretti da esili colonne; numerosi
elementi aggiunti alle facciate esterne sono decorativi ma non
certamente l’ideale per attutire un’onda sismica; infine va citata
la pessima qualità nei controlli sui materiali utilizzati, sulla
manodopera, l’assenza di addetti alla supervisione dei lavori; per
cui anche le nuove costruzioni risultano vulnerabili ai terremoti.
Dimensione socioculturale
Un architettura responsabile si pone in continuità con il proprio
retaggio culturale, preserva una terminologia tradizionale,
costruisce edifici resistenti ai terremoti ed a basso consumo
energetico, responsabilizza la popolazione a prendersi cura del
costruito e della comunità stessa. Tale dimensione socioculturale
è ardua da realizzare nel recente trend. Le ragioni sono numerose:
– le numerose istituzioni responsabili (università di
architettura, ordini professionali quali la società degli
architetti nepalesi (SONA) o l’associazione degli ingegneri
nepalesi (NEA), organi governativi come ad esempio il Ministero
delle Opere Pubbliche ed il Comune di Kathmandu, ecc.) sono
impreparati rispetto a questa dimensione dell’architettura,
risultano inefficienti ed hanno capacità tecniche e manageriali
insufficienti;
– numerosi concorsi su larga scala sia di costruzione sia di
sviluppo urbano vedono primeggiare società di ingegneria e gli
schemi progettuali sono giudicati secondo l’aspetto prioritario
dei costi piuttosto che della qualità e della sua implicazione
socioculturale;
– ogni professionalità attiva in campo edile e addirittura gli
stessi proprietari delle aree, possono costruire edifici con lo
stile che meglio gli aggrada senza l’ausilio degli architetti,
semplicemente pagando un muratore e dei carpentieri;
– le università continuano a seguire un linguaggio architettonico
protorazionalista ed insegnano ancora utilizzando la lavagna ed il
gesso piuttosto che metodi moderni;
– molte delle conseguenze negative dell’architettura postmoderna
possono essere imputate al sistema normativo che risulta essere
vecchio e datato: la stessa legge vigente autorizza palazzi la cui
conformazione è a rischio sismico;
– più del 90% delle costruzioni sono costruite con sistemi non
controllati e poco ingegneristici, e circa il 30% di queste sono
abusive;
– l’assenza di un piano regolatore e di un controllo sull’immagine
architettonica porta ad una sorta di “uniformità difforme” sia
nelle aree considerate a norma che in quelle abusive.
Per ultimo, tenendo conto che i buoni esempi di architettura
tradizionale vengono velocemente distrutti e soppiantati da esempi
pessimi, considerando che gli studenti di architettura debbono
prendere ispirazione per i loro futuri lavori da strutture
preesistenti, lo scenario che si presenta non è dei migliori.
Conclusioni e raccomandazioni
L’attuale trend dello sviluppo architettonico chiamato
“architettura postmoderna” nella valle di Kathmandu non è
soddisfacente in quanto non solo ignora le peculiarità
dell’architettura tradizionale ma ha anche fallito rispetto alle
aspettative della popolazione e alla dimensione socioculturale.
Inoltre le istituzioni (università, ordini professionali,
amministrazioni) agevolano la distruzione delle costruzioni
tradizionali con la conseguenza che la forma urbana diviene
insostenibile, viene contaminata l’educazione civica, crescono i
risentimenti verso l’architettura ed il design urbano.
Il retaggio dell’architettura del passato, preservata dai nostri
antenati nel corso di secoli, è stata distrutta in cinque decadi
dell’età moderna. Questo non è architettura: è solo un disastro.
La valle di Kathmandu chiama aiuto per un piano mirato sulla
qualità dello sviluppo naturale e del recupero del retaggio
culturale, di una pianificazione e di una organizzazione
responsabile e mirata basata sull’architettura tradizionale
bilanciata con le necessità della società del giorno d’oggi.





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