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BIOARCHITETTURA
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Numero 46 di dicembre 2005 - gennaio
2006
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Mongolia: Gher, la casa mobile
Fabian Sanders
“Il navigante che attraversi l’ampio dorso del mare e per
giorni non abbia intorno a sé che acqua e cielo, non sarà mai
colto dall’idea di fissare la propria dimora in qualche punto
della distesa d’acqua.”
Le genti dell’Asia centrale che attraversano le steppe sterminate
seguendo le loro preziose e abbondanti mandrie, non concepiscono
neppure lontanamente l’idea di costruirsi una casa fissa, qualcosa
che non sia in grado di seguirli in ogni direzione. Sin dai tempi
più antichi, da quando i mongoli hanno cominciato a condurre gli
armenti verso pascoli sempre nuovi, cioè da una antichità che
precede la memoria, la loro casa è stata la gher (sovente nota con
il nome russo yurt ). Costruita per resistere agli impetuosi venti
della steppa che soffiano per migliaia di chilometri senza che
alcun ostacolo li freni, questa grande tenda protegge anche dal
freddo pungente dell’interminabile inverno centro-asiatico. Quando
le temperature scendono per mesi e mesi ben al di sotto dello
zero, nella gher i vecchi e i bambini trovano sempre il tepore che
li conserva in vita. Nell’immensità del paesaggio delle praterie
mongole le gher rompono qua e là l’affascinante monotonia del
verde, tradendo la scarsa presenza umana, davvero minuscola
nell’ampio orizzonte. Affinché un oggetto si conservi sempre
uguale attraverso i secoli e persino i millenni, esso deve
rispondere con perfetta efficienza alle necessità di coloro che ne
fanno uso. La gher è fra le tende più antiche in uso ancor oggi
proprio in virtù delle molte doti che ne fanno dimora perfetta per
le situazioni delle praterie asiatiche. Lontano dal mondo
industrializzato, uno dei punti critici per l’efficienza è la
reperibilità dei materiali necessari alla costruzione. I nomadi
delle steppe hanno a disposizione in quantità solo quanto è
ricavabile dagli animali: feltro, cuoio, letame. Non è consentito
invece alcun uso inappropriato o eccessivo di legname, in quanto
gli alberi sono pochi e dispersi. Nella struttura della gher le
parti in legno, ricavate da giovani alberi dal tronco sottile,
sono quindi ridotte al minimo indispensabile. Tuttavia sono esse,
grazie alla tecnica con la quale sono impiegate, a rendere questa
abitazione allo stesso tempo robusta e “portatile”.
Analizziamo dunque le parti che compongono una gher, partendo
proprio dalla struttura portante, tutta in legno. Numerosi
listelli incrociati formano una sorta di grata estensibile e
ritrattile a fisarmonica, in mongolo detta khana (muro) che forma
il perimetro verticale esterno ed in genere è composta di due
sezioni per risultare trasportabile con maggiore agio. Alcuni
lacci di cuoio legano a croce i listelli forati a intervalli di
trenta centimetri circa, passando attraverso i fori
corrispondenti. Un numero di travetti (in mongolo ani ) variabile
a seconda della grandezza della gher, disposti a raggiera intorno
al suo centro, sostengono la cupola; un anello (toono, ovvero
camino) è collocato all’apice: all’esterno unisce i travetti
mentre il foro interno forma il lucernario/camino dell’abitazione.
Infine c’è la porta (und) che può anche essere fatta di feltro, la
cui cornice costituisce la parte più massiccia e decorata di tutta
la gher. Tutte queste parti in legno formano lo scheletro della
struttura e sono montate partendo dalla grata perimetrale.
Su di un terreno battuto, ricoperto da uno strato di sterco di
pecora, i partecipanti alla costruzione della gher iniziano
ponendo in verticale il khana, quindi lo flettono sino a formare
un cerchio che viene chiuso legando gli estremi della grata alla
cornice della porta, la quale deve sempre guardare a sud-est.
La struttura è irrobustita con tre giri di corda legati nel mezzo,
in basso e in alto. Quindi si issa l’anello apicale su due sottili
colonne di legno che, assottigliate in punta, vanno ad incastrarsi
in due fori diametralmente opposti che attraversano il toono.
Sulla fascia esterna quest’ultimo è a sua volta provvisto di fori
per accogliere i travetti che formano il tetto a cupola della
tenda e che al lato opposto presentano un incastro tale da
consentire loro di inserirsi saldamente sulla parete verticale.
Terminato lo scheletro di legno, questo viene interamente coperto
da due strati di pesante feltro fissato alla struttura con lacci
di cuoio.
Anche il toono è coperto da un feltro (detto urkh ) che viene
tenuto aperto di giorno per far circolare l’aria e, a seconda
della stagione, chiuso di notte per trattenere il calore. Lo
spazio interno disegnato da una gher è solitamente di 30 mq circa,
ma può variare secondo le scelte del proprietario.
Una delle particolarità della gher è che, pur essendo una tenda,
non necessita di tiranti o cavi esterni che potrebbero
rappresentare un pericolo per uomini e animali e per la struttura
stessa.
L’ingegnosa tecnica di costruzione fa sì che il muro, i travetti,
la cupola e la porta, grazie ai lacci che li collegano, lavorino
insieme, l’uno contro l’altro, per mantenere la struttura
perfettamente salda ed eretta.
Lo scheletro è concepito e costruito in modo tale che, anche se
una tempesta più violenta del solito ne danneggia una parte, la
struttura di base non ne risulta intaccata. La notevole ridondanza
costruttiva rende quasi impossibile che si rompa una quantità
critica di elementi che svolgono la stessa funzione.
Indipendentemente dalla grandezza della gher, le proporzioni
basilari della costruzione sono sempre le stesse. Studiata per
contenere tutta la famiglia del nomade mongolo, la gher offre
diverse comodità affinché la quotidianità della vita della
prateria possa risultare il più agevole possibile. Il fuoco per
cucinare o riscaldare è collocato al centro della tenda cosicché
il fumo fuoriesca facilmente dalla cupola, aperta spostando il
feltro che la ricopre.
La stessa apertura risulta di beneficio nei periodi caldi
dell’anno, quando anche tre o quattro piccole fenditure lungo la
parte verticale della tenda possono essere aperte e sollevate per
generare correnti d’aria e rinfrescare l’ambiente. La cucina è
organizzata nella parte orientale e consiste normalmente in una
stufa collegata con il focolare al centro. Nella parte ovest sono
fatti accomodare gli ospiti uomini, mentre le donne siedono sul
lato opposto, presso la cucina. Il pavimento è ricoperto di
tappeti di feltro su cui spicca un tappeto rosso, riservato
appunto agli ospiti. Il capo famiglia siede nella parte nord della
tenda, i bambini presso l’entrata, a sud. I letti della coppia
sono sul lato nord-orientale; sul lato opposto dell’entrata si
trovano gli oggetti sacri della famiglia, mentre gli altri oggetti
sono sul lato occidentale. Per quanto non se ne conoscano tutti i
segreti, elemento di grande interesse è il simbolismo cosmico
della gher. L’asse centrale, anche se non è esplicitamente
rappresentato, simboleggia l’axis mundi: l’intera struttura verte
su di esso e il foro all’apice ne testimonia la sottile e vitale,
ma invisibile presenza. La cupola rappresenta il cielo, rotondo,
con i raggi che paiono ruotare intorno al lucernario aperto che ne
rappresenta il polo, pur senza la sua stella. In basso feltri e
tappeti quadrati o rettangolari sul terreno, rimandando alla Terra
che nel simbolismo centro ed estremo orientale è appunto quadrata.
Fra questi due estremi, il cielo e la terra, si svolge la vita
degli uomini che si dispongono nello spazio orizzontale, in luoghi
precisi definiti dalla loro condizione. Chiunque entra nella gher
passa dal mondo esterno e grande, all’interno della sua
rappresentazione in piccolo, continuando tuttavia a trovarsi fra
cielo e terra. Tale è l’importanza rituale e la tradizione di
questa abitazione che per l’ottavo Jetsun Dampa, Lama supremo e,
intorno agli anni della 1a Guerra mondiale, anche imperatore della
Mongolia, una grande gher ornata fu costruita su una piattaforma
quadrata di legno montata su una fitta serie di semiassi e ruote.
Un buon numero di buoi o tori aggiogati erano in grado di
trainarla; perciò non era più necessario smontare la gher per
trasferirla.
Risulta piuttosto difficile stabilire con esattezza quali
tradizioni siano rimaste vive presso i popoli delle praterie
centro-asiatiche in relazione alla loro particolare abitazione, ma
è certo che ancora oggi richiami evidenti al simbolismo ed alla
mitologia mongola siano riscontrabili, per esempio in talune fasi
dell’unione in matrimonio.
Si dice che presso gli Oirati venga ancora allestita una gher
incompleta per la nuova coppia di sposi, in ricordo di quella di
Gesar, eroe dell’epopea del principale poema epico tibeto-mongolo.
La tenda nuziale è costruita sul territorio appartenente alla
famiglia della sposa. Questa però trascorre la prima notte di
nozze chiusa in un’altra tenda costruita dai suoi parenti per
evitare che partecipi ai festeggiamenti e sia vista dallo sposo.
Il suo isolamento sta ad indicare una morte simbolica, a cui segue
la “rinascita” che avviene allorché alcuni dei partecipanti alla
festa la fanno uscire – il viso coperto da un telo rosso – dalla
tenda, apparentemente contro la sua volontà. La sposa viene fatta
salire in groppa al cavallo del futuro marito e l’unione è sancita
dalla comunità.
Popolo nomade
Osservando la struttura geofisica dell’immenso territorio della
Mongolia, ci si rende conto che si tratta di una serie di pianure
ed altopiani praticamente continua, priva di zone di vegetazione
consistenti ed interrotta solo da catene montuose, facilmente
superabili attraverso passi e gole.
Per necessità logistiche, quindi, gli abitanti della steppa
asiatica hanno conservato sino ad oggi la loro nomadicità e sono
sempre stati ottimi cavalieri, essendo il cavallo l’unico mezzo
per spostarsi alla ricerca di nuovi pascoli in questi infiniti
spazi.
Anche lo sviluppo delle attività professionali è connesso
direttamente alla vita pratica ed alle esigenze quotidiane
(calzolai, tessitori, sarti, ricamatori, cappellai, pellicciai,
conciatori), dove l’abilità tecnica sta nella lavorazione di tutto
ciò che può servire a gente nomade, che non può concepire sedi
stabili e che quindi non possiede esigenze specifiche di complessi
architettonici.
La Gher, tenda bassa e larga, occupa circa 30 metri quadrati ed è
montabile e smontabile in meno di due ore. Per prima cosa si batte
il terreno liberandolo delle asperità, poi lo si ricopre con uno
strato di sterco di pecora in maniera da isolarlo dal suolo e
quindi si dispone l’intelaiatura di legno. Si collegano quindi le
aste del tetto lasciando un foro centrale dal quale penetra la
luce e fuoriesce il fumo. Il punto più alto della gher raggiunge i
tre metri circa, dove sottili travetti si incontrano terminando in
una calotta posta nella sommità della tenda. Questa struttura
interna è sorretta da due colonne a T, finemente cesellate e
dipinte con colori vivaci, similmente alla panca ed alla porta
rivolta sempre a sud, per raccogliere il calore proveniente dal
Gobi, opposto al gelo del nord siberiano. Questa cupola ha una
copertura in feltro che può esser agevolmente scostata per fungere
sia da camino che da lucernario, fornendo areazione
all’abitazione.
In inverno il tetto della Gher viene coperto con stuoie per
aumentarne l’isolamento. La porta è sempre rivolta sud ed è
segnalata da uno scalino che se viene calpestato volontariamente
porta sfortuna, se inavvertitamente, fortuna. Sul pavimento
vengono stesi tappeti di feltro, di cui uno rosso per gli ospiti.
Le donne si siedono a destra, gli uomini a sinistra; il capo
famiglia si siede a nord accanto alla cassa in cui si conservano i
beni più preziosi, le persone importanti si siedono a nord-ovest
ed i bambini a sud. Al centro c’è una stufa in cui si brucia legna
o sterco di pecora secco per riscaldare l’ambiente e cuocere il
cibo.
L’estrema funzionalità dell’abitazione non si contrappone, ma si
intreccia con simbolismi e credenze religiose: l’apertura
centrale, ad esempio, durante la notte viene chiusa per impedire
l’accesso degli spiriti maligni, e simboleggia la finestra
sull’universo, da essa si protendono i raggi che formano il tetto
ovvero la volta celeste.
Oltre metà della popolazione mongola vive nelle gher, le
tradizionali tende che sopravvivono da migliaia di anni nelle
sterminate steppe del Paese, ma anche ai margini della capitale.
Sono sicuramente belle da vedere le gher che biancheggiano nel
verde del paesaggio mongolo, ma sono anche un piccolo capolavoro
di tecnica e funzionalità, già sottolineate da Erodoto nelle sue
descrizioni delle popolazioni nomadi.





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