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BIOARCHITETTURA
 

Numero 46 di dicembre 2005 - gennaio 2006

Mongolia: voglia d’identità
Stefano Beggiora

La distesa piatta e brulla della steppa si tinge gradatamente di vegetazione in direzione dei rilievi di Bogdkhan Uul e Tsetseegun, in Mongolia centrale. Un’ampia e verdeggiante vallata, ricca di pini e attraversata da torrenti che discendono lungo i blocchi granitici dei rilievi circostanti, circonda ed accompagna per alcuni chilometri l’antica strada d’accesso alla Manzshir Khiid. La zona, situata approssimativamente fra Ulaan-Baatar, la capitale mongola, e Zuunmod il capoluogo dell’aimag di Töv, è oggi uno splendido parco nazionale dove vivono indisturbate alcune fra le specie protette caratteristiche della fauna del territorio, come la volpe, la marmotta, il cervo e il lupo.
Proprio in questo territorio selvaggio, già dal 1733, si insediò uno fra i maggiori complessi monastici buddhisti della Mongolia, noto col nome di Manzshir. I templi erano all’incirca una ventina e si calcola che il complesso potesse ospitare più di trecento monaci. Come testimoniano alcune foto d’epoca, attorno a tale centro religioso e culturale vi era una vera e propria fervente cittadella in cui vivevano i molti inservienti, i novizi e i laici del monastero che svolgevano i più diversi compiti. La cosa interessante è che si trattava di una sorta di paese mobile costituito da ger (pronuncia ‘gher’ ), le tradizionali abitazioni dei nomadi mongoli, costituite da una pesante tenda di feltro: il villaggio circostante, la cui vita gravitava attorno a quella del centro monastico, risultava per sua natura flessibile, mutevole a seconda del periodo, della stagione e degli eventi. Durante le purghe del 1932 l’intero complesso fu tragicamente e letteralmente raso al suolo e scomparve dalla storia. Oggi, in una vallata immersa nel silenzio, solo i ruderi degli antichi templi costruiti in pietra rimangono a ricordo di un passato brillante. Un’unica struttura, oggi restaurata, ospita annualmente alcune funzioni religiose, ma al contempo espone, come una sorta di museo della memoria, pochi pregevoli pezzi che si salvarono dal disastro, oltre ad una pregevole raccolta fotografica ed alcune ricostruzioni che illustrano la struttura del complesso prima del ’32. La sorte della Manzshir Khiid è stata la medesima della maggior parte dei centri religiosi buddhisti della Mongolia durante questo travagliato periodo storico. Si calcola che, precedentemente alla rivoluzione del 1921 ed alla successiva proclamazione della Repubblica Popolare, il buddhismo fosse diffuso a tal punto che quasi un terzo della popolazione maschile fosse composto da religiosi. Le fonti mongole segnalano la presenza di oltre 110.000 monaci, fra anziani, novizi e Lama distribuiti in circa 700 monasteri nell’intero territorio.
Al di là del contrasto ideologico il governo vedeva in questi centri – preoccupazione almeno in parte giustificata – una forte concorrenza se non un’aperta opposizione intellettuale e di culto, ma anche politica ed economica. La necessità di manodopera (in un’ottica di progettazione di sviluppo nazionale) e una politica di dissuasione dei giovani all’intraprendere una vita di celibato monastico (in un piano di rivoluzione demografica del territorio mongolo) sfociarono ben presto nella sistematica espropriazione di beni e possedimenti dei monasteri e della loro ridistribuzione al popolo. Fu però successivamente al 1937 che tale situazione interna precipitò tragicamente durante il regime di terrore di Choibalsan. Centri monastici e templi cominciarono ad essere saccheggiati, distrutti e dati alle fiamme. Opere d’arte e oggetti rituali di varia epoca e di estremo valore andarono perduti per sempre. Se pure i giovani, i novizi e gli studenti furono risparmiati e plausibilmente destinati ad altre occupazioni, si afferma che oltre 17.000 religiosi di rango più elevato furono arrestati, deportati o ancora giustiziati dalla polizia segreta. In tale politica di sistematica distruzione e smantellamento di una realtà comunque complessa e storica della Mongolia, è interessante notare come si ritenne che solo quattro fra i maggiori monasteri dovessero essere risparmiati, per realizzarne una sorta di musei del “periodo feudale”.
Oggi a Ulaan Baatar, a poca distanza dalla piazza di Sükhbaatar, sorge una galleria memoriale in cui è esposta un’infinita teoria di pannelli lignei in cui, a caratteri dorati, sono ricordati i nomi delle vittime di questo periodo storico. L’edificio, poco conosciuto e frequentato, è degno di attenzione: oltre ad una collezione di lettere, rapporti ed altri documenti, conserva una raccolta di reliquie e interessantissime fotografie dell’epoca. Un forte senso di contrasto è dato dai coloratissimi manifesti, murales e opere di più o meno giovani artisti mongoli di taglio propagandistico, di revisione o di aperta accusa nei confronti di un passato che, per quanto doloroso, fa parte della memoria storica della nazione.
Fra i pochi che furono risparmiati degli oltre 700 monasteri andati perduti, sempre in centro a Ulaan Baatar, vi è il maestoso complesso di Ganden; circondato da un recinto che delimita uno spazioso cortile, racchiude numerose strutture templari e una ricca biblioteca. La sezione più antica risale alla prima metà del XIX secolo e sebbene sia rimasta pressoché indenne dopo il 1937, la magnifica immagine di Avalokites´ vara in oro e bronzo che essa racchiudeva (si racconta fosse di enormi proporzioni e raggiungesse i venti metri d’altezza) fu demolita e fusa per ottenerne materiali di costruzione. Oggi è possibile osservarne una riproduzione in rame smaltato, ancora più imponente. I tre piani del gonpa si sviluppano tutt’attorno alla forma di Migjid Janraisig, “il Signore che guarda in ogni direzione”. Completata nel 1997, la statua pesa circa venti tonnellate; lavorata in oro su cui sono incastonate più di duecento pietre preziose, è drappeggiata con metri di pregiate sete indiane.
Ganden sembra quindi essere oggi il simbolo della rinascita religiosa della Mongolia e di una spinta all’apertura e al recupero di una parte della propria tradizione culturale. Una tendenza che si esplicita in un senso di contrasto architettonico che non può lasciare indifferenti. Se a Kharkhorin l’immenso complesso di Erdene Zuu (il primo centro lamaista mongolo) testimonia una fervente vita religiosa al riparo dell’ampio e candido muro di cinta costellato da 108 stupa, al contempo all’interno si documenta minuziosamente come il complesso fosse ancora più vasto prima della distruzione. Anche a Baganuur: da un lato procedono i lavori di edificazione di un nuovo e moderno monastero, dall’altra, oltre la zona industriale dismessa delle vecchie miniere di carbone, oltre ancora le decadenti rovine di un’immensa base militare sovietica oggi abbandonata, solo il silenzio e l’erba secca della steppa ricoprono poche pietre disperse che testimoniano l’antica presenza di un centro religioso.
L’attenzione e l’impegno al recupero della religiosità non riguarda solo il buddhismo. È noto infatti come la prima metà del secolo scorso sia stata un’epoca travagliata anche per lo sciamanismo tradizionale mongolo. Sotto l’accusa di arretratezza e superstizione, molte delle catene iniziatiche di trasmissione della conoscenza all’interno dei clan furono troncate per sempre. Tuttavia i numerosi ovoo, le caratteristiche piramidi di pietre e offerte in onore degli dei ed agli spiriti della natura che sorgono in luoghi di culto sia sciamanici che buddhisti, ancora marcano la geografia sacra della steppa mongola e testimoniano come la tradizione sciamanica sopravviva: con cura meticolosa i nuovi sciamani recuperano o ricostruiscono i vecchi paraphernalia per celebrare gli antichi riti della propria terra. Non solo essi sono riconosciuti oggi dal governo, ma proprio uno “sciamano di stato” benedice pubblicamente la bandiera, di fronte alle autorità, durante la festa nazionale del Naadam.
Questa attitudine generale al recupero della tradizione e della memoria storica ha portato negli ultimi decenni ad attribuire estremo valore all’arte, alla letteratura, alla musica e a tutto ciò che sia autoctono nel patrimonio culturale della nazione e non acquisito o importato dall’esterno: ciò che è tradizionale diventa simbolo della nazione. In architettura, ad esempio, le moderne città mongole hanno una struttura di tipo sovietico, ma le ger sono ancora utilizzate sia dai nomadi della steppa che nelle periferie e in alcuni quartieri delle città stesse. Spesso anche chi si adegua a vivere negli angusti appartamenti dei nuovi palazzoni, arreda l’interno come una ger. Tale processo porta inevitabili forzature ed evidenti contraddizioni, testimonia tuttavia la volontà di un popolo ad affermare, in una terra dai forti contrasti, la propria identità.
 

 

 

 

 

 

 
   

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