A. WEGER
LIBRERIA BRESSANONE

via Torre Bianca, 5
39042 Bressanone BZ
Tel. +39 0472 836164
Fax. +39 0472 801189
info@weger.net

 
 
 
BIOARCHITETTURA
 

Numero 46 di dicembre 2005 - gennaio 2006

Solo la realtà è realtà
Ugo Sasso

Più che dalle porcellane – passione di suo zio Peng – l’imperatore Kuanhg della Dinastia Tang, era sempre stato affascinato dai manoscritti, dalle carte, dalle mappe. Sua era stata l’ambizione di raccogliere e riorganizzare i dipinti della Scuola settentrionale del paesaggio e anche quelli dell’Accademia della Foresta di Pennelli ed a lui personalmente rispondevano gli emissari inviati presso monasteri buddhisti e dove si insegnava il confucianesimo a cercare i tesori della cultura.
Le opere che non poteva avere, l’ordine era di farle copiare. I pittogrammi stesi su tessuti in fibra di soia, su bambù, su legno, nei libri-rotoli e finalmente su carta di riso lo affascinavano e, osservandoli ora da vicino ora nell’insieme, amava cogliere l’eleganza delle quasi impercettibili variazioni che contraddistinguevano i pittogrammi dei calligrafi più eccelsi, soprattutto quel muoversi dello spessore del tratto che mai si sarebbe potuto ottenere con l’incisione per mezzo di uno stilo. Come ripeteva spesso l’Architetto Anziano “uno stesso poema, persino una disposizione di legge, risultano diversi se scritti con la Scrittura del sigillo o con la Scrittura degli scribi”. L’imperatore, personalmente, tra la Scrittura a fili d’erba, la Scrittura in stile corrente e la Scrittura quadrata, preferiva decisamente la fluidità della prima. Ma soprattutto gli pareva un miracolo come a qualcuno – sicuramente toccato dagli dei – fosse concessa l’abilità di cogliere la sintesi della realtà mediante poche pennellate d’inchiostro (amava ricostruire il rapido tocco del polso e lo sfrangiarsi ed il diluirsi dei bordi del colore) che sapevano rendere un vero ancora più vero.
Rimaneva tuttavia, nell’organizzazione tematica che aveva individuato, un settore che gli procurava un generico senso di insoddisfazione, come se le carte corografiche, quelle delle vie di comunicazione, le carte fluviali e costiere, ma anche le carte militari e le rappresentazioni di montagne – ebbene si – non fossero all’altezza. La collezione annoverava mappe incise su legno e altre dipinte, alcune delle quali (su questo punto non poteva non essere d’accordo) assumevano come centro del mondo il monte Khun-lun nel Tibet settentrionale. Gli sembrava elegante quella che rappresentava il lungo percorso del fiume Tamagawa e gli parevano in genere accettabili anche alcuni acquarelli su seta che univano pittura di paesaggio e rappresentazione topografica. Ma le carte geografiche vere e proprie, quelle tenute alla pura e semplice registrazione, era sicuro che (almeno quelle in suo possesso) fossero inadeguate: c’era sempre un dettaglio importante che il disegnatore aveva negligentemente omesso. Una volta era stato dimenticato il grande masso rotondeggiante che segnava quasi il centro della terza ansa del Fiume.
Dimenticanza madornale: il sasso si poteva vedere addirittura affacciandosi alla finestra del lato destro della Reggia. Per non dire dell’altro geografo di corte (nulla da eccepire quando dava disposizioni per la realizzazione di giardini o disegnava, davvero alla perfezione, le foglie delle piante medicinali) che addirittura aveva osato semplificare il numero dei tornanti per salire sul Monte che sta dietro la Collina. Tutte le persone del mondo sapevano che quelle curve erano centosedici mentre sulla mappa ne apparivano disegnate (le aveva contate) soltanto ventitrè! E neppure le più importanti. “Insomma – si confidò sconfortato con l’Architetto Anziano – ogni rappresentazione è un condensato di scelte insostenibili, ogni epoca con la sua particolare interpretazione, ogni geografo con le sue soggettive preferenze”. Anche se la scienza aveva compiuto passi da gigante e gli strumenti ora a disposizione erano raffinati, la situazione non sembrava progredita in proporzione. Succedeva infatti spesso, e tutti potevano rendersene conto, che le immagini sviluppate seguendo un approccio percettivo e intuitivo finissero per risultare più convincenti e attendibili rispetto a quelle che si sforzavano di mantenere un’ottica oggettiva ponendo in ordine soltanto elementi quantitativi. Anzi si poteva affermare che più queste ultime approfondivano e più mostravano lacune. I geografi li aveva guardati con attenzione al lavoro e procedevano così: misuravano tutto poi facevano delle somme e altre operazioni, confabulavano ed infine estraevano dall’insieme alcuni dati “significativi”; convincevano stessi e gli altri che erano davvero “scientifici”, dopodichè li registravano e li trasferivano come se si trattasse di restituzione fedele ed assoluta della realtà. “Invece le tante mappe della raccolta che in maniera sempre diversa rappresentano lo stesso luogo mutando i segni secondo le credenze delle epoche, delle aree culturali e persino i capricci dei singoli autori, dimostrano come questi dati non uscissero dall’ambito dell’arbitrarietà” ribadiva con un misto di stizza e delusione. Ai suoi occhi il problema possedeva non solo valenze teoriche ma anche importanti concreti risvolti. Quando il Gruppo di Esperti in discipline diverse si sarebbe riunito ed impegnato nella progettazione della Nuova Reggia – quella che era previsto costruisse a partire dalla sua 40^ primavera – incombeva il pericolo che assumesse come “vera” una mappa in qualche misura infedele, approssimativa, inadeguata a restituire l’immagine compiuta del luogo. Se il progetto fosse partito da una lettura lacunosa del territorio, sicuramente non sarebbe riuscito a crescere e svilupparsi nel necessario armonioso equilibrio, anzi ogni segno aggiunto avrebbe amplificato l’inadeguatezza degli elementi primi rendendo vano tutto il lavoro e l’impegno, con un disonore per lui e tutti i discendenti paragonabile a quello di chi costruisce una reggia sulla sabbia cedevole e magari con l’entrata che guarda diretta verso il suo centro. I suoi bravi geometri sarebbero riusciti sicuramente a impedire all’acqua di entrare dal tetto, a rendere funzionali i percorsi, a stabilire per ogni stanza l’illuminazione necessaria, a garantire la più corretta temperatura; gli architetti poi con le decorazioni e gli auspici avrebbero resa sontuosa la sala delle udienze lasciando silenziosa e semplice quella per la lettura; ma come avrebbe potuto egli sentirsi a proprio agio, individuare il luogo in cui dedicarsi agli acquerelli preferiti o quello idoneo a dare istruzioni per far crescere i figli nella saggezza, insomma seguire il divenire del tempo nello spazio, muovendosi in volumi che erano stati concepiti – e nell’intimo non potevano che rimanere – dissociati dal reale? Lo sentiva: se avesse consentito al progetto di crescere secondo procedure che i geografi si ostinavano a dichiarare oggettive ed invece erano più approssimative di un disegno ad inchiostro della Terza Dinastia, la Nuova Reggia sarebbe alla fine apparsa avulsa, scollegata, estranea; vivendo tra le sue pareti avrebbe provato una sensazione di freddo da nessun tappeto attutibile, percepito con fastidio come i vuoti fossero incapaci di relazioni con la complessità del mondo e degli uomini. “Ad esempio – pensava fra sé – prendiamo la categoria del colore, elemento che sta alla base di tutto perché è di tutto; lasciamo stare le sfumature del cielo o le pennellate dell’acqua e anche l’imprendibilità delle rose mutabili capaci di ornare il giardino prima nelle sfumature del bronzo, poi dell’arancio e infine del rosa intenso; riferiamoci pure al solo colore semplice di una pietra semplice: per risultare attendibile ogni sua codificazione dovrebbe registrare l’unione complessa tra la vibrazione della luce e la comprensione di chi la guarda”. Proprio ciò che avveniva quando teneva in mano e osservava con amore e ammirazione le pietre disegnate nei migliori ritratti di paesaggio.
Non comprendeva invece come potesse un edificio, amalgama di innumerevoli materiali, restituito dal susseguirsi ininterrotto delle viste consentite nel progressivo muoversi dello sguardo; anzi, di più, dallo spazio che si apriva per dare a ciascuno la sensazione di essere avvolto, non comprendeva bene come potesse tale sensazione essere con puntualità prevista, gestita, controllata attraverso elementi quantitativi estratti ad arbitrio. Ne era convinto: riuscire a raccogliere su un foglio tanti dati quanti sono gli scalini per salire al tempio della Montagna dietro le Colline scegliendo con intelligenza ed affetto gli elementi geometrici in maniera tale da renderli garanti del vero, era operazione talmente difficile, delicata, complessa da risultare accessibile solo ad un disegnatore geniale, abile e colto, preciso e sensibile, dalle estese conoscenze ma dotato anche di profonda umanità.
“Disegnatori così non ce ne sono o perlomeno non ne conosco” era la sconfortata conclusione. Ancor più grandemente temeva quindi che la Nuova Reggia non sarebbe riuscita a restituire la sensazione di calda accoglienza, di umano, di adeguato che tutti potevano ora percepire girando tra gli spazi della Vecchia Reggia, costruita quando le carte geografiche erano tutt’uno con la poesia e la pittura e le mura venivano tirate su secondo gesti rituali e codificati; quando porre pietra su pietra era atto in cui sapienze e conoscenze giunte da lontano e tramandate di padre in figlio si univano alla assoluta consapevolezza del peso, all’odore, all’umidità, alla ruvidità di ciò che l’Artefice (che conosceva i segreti delle cose perché le cose stavano nella sua esperienza) aveva in mano e stava facendo, alle tante qualità percepite senza pensare, a tutto ciò che consentiva di essere tutto ciò che lì e in quel momento accadeva e stava intorno. Solo operando in questo modo era stato possibile costruire luoghi abitabili, case, oggetti, villaggi cresciuti secondo i bisogni e secondo le disponibilità e per questo perfetti e continuamente perfettibili man mano che la vita si evolveva; così era stato possibile mantenere sul posto il senso del sacro lasciando indisturbati i boschi e l’acqua, le stelle e la luna. Sicuramente le cognizioni “oggettive” che rendevano più precise le carte portavano con sé l’orgoglio sottile del possesso sul mondo, il potere della conoscenza; ma gli pareva anche che nozione dopo nozione questi stessi dati finissero per spingere gli uomini fuori dallo spessore della realtà, li rendessero esterni (e quindi estranei) a quel “mondo giusto” in cui i fatti più lontani trovavano continuità con il quotidiano e con il futuro collegandosi l’uno all’altro lungo la linea della storia, quella linea che rassicura gli uomini nel loro cammino in maniera che non debbano aver timore del nuovo. Gli sembrava cioè che giorno dopo giorno l’accumularsi dei risultati gli sottraesse la percezione immediata del reale, la capacità di muoversi all’interno della vita facendone parte con la mente e col corpo. Si rendeva conto (più volte aveva provato a spiegarlo ai disegnatori, ai geografi, ai geometri e agli architetti) che si trattava di concetti astrusi e questo lo tormentava ma anche lo convinceva di quanto fosse importante, indispensabile, non lasciarli cadere. Guardava spesso le case e le città che i contadini della Collina costruivano per sé: avevano qualcosa di diverso rispetto agli edifici ideati sulla carta a partire dalla carta, i quali mostravano una patina di astrazione, una sottile sensazione di estraneità, un’aria meno vissuta (vivibile?). Ma quando affrontava l’argomento, disegnatori, geografi e geometri davano risposte talmente generiche o fuori luogo da lasciar intendere quanto il concetto fosse loro estraneo; gli architetti afferravano più facilmente l’idea ma – traspariva anche attraverso le perifrasi reverenziali in cui erano particolarmente abili – la cosa non pareva ad essi così negativa, anzi quasi li gratificava, come se la frattura del cordone ombelicale che da sempre legava l’edificio al luogo costituisse un progresso e non una sciagura, come se questa situazione potesse liberare a loro vantaggio ambiti di soddisfazione personale, attribuisse alle loro scelte il potere di decidere in libertà sulla organizzazione degli spazi e delle vite e non costituisse invece la strada maestra verso l’esclusione dal corpo sociale, verso l’insoddisfazione ed il senso di inutilità.
C’era un esercizio che quando era ancora un ragazzo suo Zio gli aveva insegnato; lo utilizzava ora per capire dove stesse il bene e dove il male, dove la verità e dove la menzogna. Si trattava di seguire un pensiero funambolico proiettando e moltiplicando e ingigantendo più volte l’ipotesi fino al suo ultimo limite, là dove il grigio si fa bianco o nero. Giungeva così a figurarsi giorni molto lontani nel futuro, tanto lontani da essere assolutamente improbabili (anzi, quasi impossibili). Se applicava questo sistema al problema della rappresentazione e della edificazione, gli riusciva persino di pensare che anche ai contadini della Collina potesse venir un giorno in mente di scegliere il luogo su cui costruire guardando non già le sfumature del terreno alla luce del mattino, ma le asettiche curve di livello disegnate su un foglio; e che poteva accadere (nell’attimo stesso in cui formulava l’ipotesi gli si parava davanti la sua assoluta assurdità, era come pensare ad un’epoca in cui la Grande Muraglia sarebbe stata guardata come un’opera senza utile) che qualcuno li convincesse a scegliere l’orientamento giusto consultando i diagrammi dei venti, del correre del sole, del volgere delle temperature trascurando le indicazioni sicure che provengono dal canto degli usignoli e dal profilo dei Monti dietro le Colline. In questa sciagurata e malefica situazione le case avrebbero smesso di crescere dalla terra insieme alla terra e gli edifici sarebbero apparsi chiusi, bloccati, finiti, nati morti al di là di ogni raffinatezza formale e aggiunta preziosità. Si sarebbe perso ogni rapporto con il luogo ed i suoi significati assieme ad ogni senso del vivere nel paesaggio.
La visione tragica quanto incomprensibile alla mente umana (non si sarebbe più sentito il canto dei grilli!) continuava a svilupparsi: una confusione di costruzioni anonime, ripugnanti, aggressive che si addensava o rarefaceva sul territorio senza logica; la più parte composta da edifici squallidi come le gabbie dei polli prima del macello ma altre, in genere più piccole, risaltavano ancora più violente nello sforzo che ponevano nel pretestuoso e soprattutto vano differenziarsi. Quel dispiegamento senza senso scivolava immondo verso valle e più i terreni erano fertili, le situazioni panoramiche, i luoghi affascinanti e più con forme e accenti insensati i volumi si ammucchiavano e accanivano. Magiche rive del fiume, colline morbide, viste incantevoli: tutto distrutto per sempre; nessun affetto o pietà per i luoghi dei padri e la terra che nutre, traspariva da quei sordi volumi. Più la visione veniva a galla e più gli appariva irrazionale e insensata, pazzesca e paradossale, e la stessa esplosione di varietà ingiustificate (perfida contraddizione) finiva per rendere tutto monotono e privo di significato. Mentre i villaggi della Collina – realizzati con le medesime tecniche, gli stessi materiali base, colori gemelli e dimensioni equivalenti – erano distinguibili e riconoscibili uno per uno, ciascuno con il suo carattere e la sua fisionomia amichevole, nell’orribile incubo la matassa spigolosa tutto spaesava e nessun paese rimaneva conoscibile ai suoi stessi abitanti. Addirittura i villaggi del Fiume si presentavano con la stessa consistenza e disordinato amalgama di quelli che stavano davanti alla Collina e di quelli sui piedi della Montagna!
Un gesto sulla fronte e mandò via l’incubo: non c’era tempo da perdere, fra qualche anno si sarebbe dato inizio alla costruzione della Nuova Reggia e per quel momento doveva assolutamente procurarsi una planimetria del luogo che fosse fidabile, a costo di rivolgersi fuori dai confini, magari ai geografi dei Paesi dell’Ovest. Come tutti i funzionari anche lo Scriba in seconda era al corrente del problema e un giorno pensò che forse poteva fornire una indicazione utile; si fece coraggio e con somma deferenza segnalò al suo superiore che in un villaggio posto sulle pendici più alte del Monte che sta dietro la Collina viveva un saggio. Era disegnatore precisissimo, aveva visitato molti luoghi, parlato con tutti i viaggiatori e quindi probabilmente poteva disegnare planimetrie perfette.
Subito l’Imperatore lo fece rintracciare. Gli si presentò un ometto piccolo in cui si riconoscevano i tratti dell’etnia che vive dietro la Collina. Gli occhi erano trasparenti ma non spenti. “Una pianta come intende la Sua eccellenza esiste già ma è molto ingombrante – disse, e anche l’inflessione segnalava la sua etnia – e non sono in grado di trasportarla. Se vuol davvero vederla la Sua eccellenza deve venire da me”. Ci vollero quattro giorni di preparativi e due giorni di cammino perché la carovana di dignitari e soldati raggiungesse la novantaquattresima curva del Monte. Il Vecchio era lì che aspettava. L’imperatore sperava – per sé ma in fondo anche per lui, gli era simpatico e non avrebbe voluto punirlo – che ne fosse valsa la pena. Si attendeva però una mappa davvero minuziosa. “Ci sarà l’angolo del cortile dello Zio dove giocavo da bambino? E il piccolo ponte che supera il ruscello? Gli alberi non avrà potuto segnarli e neanche le barche sul fiume (i primi crescono e le seconde cambiano di posto) ma se è sbagliato il numero delle colline, ah! davvero mi arrabbio!” rimuginava tra sé. L’ultimo tratto era così ripido che si dovette farlo a piedi. Il Vecchio faceva strada stando più chino possibile con la testa per rispetto e sogguardando ogni tre-quattro passi solo per accertarsi che davvero l’Imperatore proseguisse. La situazione era ideale: il giorno prima aveva piovuto qualcosina e ora il vento aveva spazzato le nubi; così, ancora uno sforzo e tutti avrebbero potuto vedere. Con gesto largo e lento seguito dagli occhi di tutti, in cima alla rupe il Vecchio mostrò, davvero felice – le pupille brillavano e sulle labbra volteggiava un sorriso dolce ma anche fiero – la mappa sottostante. C’era tutto, anche i quarantaquattro scalini del palazzo dello Zio. Era la prima volta che succedeva: una insopportabile curiosità mista a timore montò nell’animo dello Scriba in seconda sino a farsi più forte del cerimoniale che fissava la sua collocazione in ottava fila. Nel silenzio e nell’ondeggiante imbarazzo, come spinto si fece avanti e s’affacciò sul vuoto. Un sussurro gli salì alle labbra: “è vero, solo la realtà è realtà”. Dopo qualche lunghissimo secondo l’Imperatore, alla fine, annuì. Un contagioso sollievo aleggiò sino all’ultimo del corteo.
L’Architetto Anziano, dalla terza fila (più per omaggio alla sua età che per ruolo di gerarchia, visto che l’incarico di progettare la Nuova Reggia era stato dato, per la prima volta nella storia, al Gruppo di Esperti con esperienze diverse) senza neanche guardare colse al volo la situazione ed il nocciolo del problema lo illuminò tutto. Il progetto della Nuova Reggia sarebbe stato troppo complesso e articolato e troppe le convenzioni da rispettare per pensare di potersi affidare direttamente alle mani dell’Artefice; era dunque indispensabile una mediazione, un passaggio dell’idea attraverso la carta come momento di riflessione comune, di condensazione di decisioni, di verifica delle rispondenze. Ma per accontentare l’Imperatore bisognava superare la tecnologia con la scienza e questa con l’intuizione che solo arriva dopo aver meditato e sostato in silenzio ed a lungo sul luogo. Questo lo aveva sempre saputo, ma ora finalmente gli era chiara anche la ragione di quella riflessione, di quella presa emotiva dello spazio: se i segni sulle carte non possono essere realtà, neanche il progetto può stare sulla carta. Questa allora altro non è che tramite per consentire all’idea definitasi nella testa e nel cuore dell’Architetto di passare nelle mani e nel cuore dell’Artefice. Se i dati sono “astratti” il risultato sarà inevitabilmente “astratto”, concludeva fra sé.
Ma non si poteva fermare la scienza e l’approfondimento e con essi il progressivo distacco dal reale; allora l’importante, la speranza, l’anello decisivo era che entrambi, ideatore ed esecutore, mantenessero in ogni momento consapevolezza che la realtà non può stare sulla carta e quindi neanche il progetto, che rimane tutto nella testa, nel cuore e nelle mani. Se qualcuno avrebbe mai un giorno pensato che il progetto potesse stare nei segni, negli elenchi e nei calcoli, ogni rovina avrebbe invaso il territorio. La chiarezza, l’evidenza con cui tutto ciò gli si parava davanti rendeva necessario parlare, comunicare a tutti, spingersi avanti e renderli partecipi della scoperta. Cercò lo sguardo di almeno uno degli Esperti ma erano tutti occupati ad annuire intorno all’Imperatore rimuginando e parlottando su come tradurre queste idee, che nel loro intimo trovavano di una ovvietà che rasentava l’assurdo, in termini accettabili alle cordelle metriche ed ai pallottolieri. Sapeva che gli sarebbe montato un peso da cattiva coscienza, ma decise di star zitto. Guardò l’orlo impolverato della veste, lo scosse con un movimento ad un tempo efficace e rituale e mantenne la sua posizione in terza fila.
 

 

 

 

 
   

Torna al numero 46 di BIOARCHITETTURA

Torna alla pagina degli arretrati di BIOARCHITETTURA

 

Casa editrice

Istituto Nazionale Bioarchitettura

 

 

 
 
 

 

I numeri dal 35 al 52

Sono editi dalla Mancosu Editore di Roma, a cui richiedere eventuali numeri arretrati.

   BIOARCHITETTURA Service
   Abbonamenti
   Contatto
   Redazione

  

   Redazione

   BIOARCHITETTURA

   C.P. 61 - 39100 Bolzano
   0471.278294