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BIOARCHITETTURA
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Numero 46 di dicembre 2005 - gennaio
2006
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Solo la realtà è realtà
Ugo Sasso
Più che dalle porcellane – passione di suo zio Peng – l’imperatore
Kuanhg della Dinastia Tang, era sempre stato affascinato dai
manoscritti, dalle carte, dalle mappe. Sua era stata l’ambizione
di raccogliere e riorganizzare i dipinti della Scuola
settentrionale del paesaggio e anche quelli dell’Accademia della
Foresta di Pennelli ed a lui personalmente rispondevano gli
emissari inviati presso monasteri buddhisti e dove si insegnava il
confucianesimo a cercare i tesori della cultura.
Le opere che non poteva avere, l’ordine era di farle copiare. I
pittogrammi stesi su tessuti in fibra di soia, su bambù, su legno,
nei libri-rotoli e finalmente su carta di riso lo affascinavano e,
osservandoli ora da vicino ora nell’insieme, amava cogliere
l’eleganza delle quasi impercettibili variazioni che
contraddistinguevano i pittogrammi dei calligrafi più eccelsi,
soprattutto quel muoversi dello spessore del tratto che mai si
sarebbe potuto ottenere con l’incisione per mezzo di uno stilo.
Come ripeteva spesso l’Architetto Anziano “uno stesso poema,
persino una disposizione di legge, risultano diversi se scritti
con la Scrittura del sigillo o con la Scrittura degli scribi”.
L’imperatore, personalmente, tra la Scrittura a fili d’erba, la
Scrittura in stile corrente e la Scrittura quadrata, preferiva
decisamente la fluidità della prima. Ma soprattutto gli pareva un
miracolo come a qualcuno – sicuramente toccato dagli dei – fosse
concessa l’abilità di cogliere la sintesi della realtà mediante
poche pennellate d’inchiostro (amava ricostruire il rapido tocco
del polso e lo sfrangiarsi ed il diluirsi dei bordi del colore)
che sapevano rendere un vero ancora più vero.
Rimaneva tuttavia, nell’organizzazione tematica che aveva
individuato, un settore che gli procurava un generico senso di
insoddisfazione, come se le carte corografiche, quelle delle vie
di comunicazione, le carte fluviali e costiere, ma anche le carte
militari e le rappresentazioni di montagne – ebbene si – non
fossero all’altezza. La collezione annoverava mappe incise su
legno e altre dipinte, alcune delle quali (su questo punto non
poteva non essere d’accordo) assumevano come centro del mondo il
monte Khun-lun nel Tibet settentrionale. Gli sembrava elegante
quella che rappresentava il lungo percorso del fiume Tamagawa e
gli parevano in genere accettabili anche alcuni acquarelli su seta
che univano pittura di paesaggio e rappresentazione topografica.
Ma le carte geografiche vere e proprie, quelle tenute alla pura e
semplice registrazione, era sicuro che (almeno quelle in suo
possesso) fossero inadeguate: c’era sempre un dettaglio importante
che il disegnatore aveva negligentemente omesso. Una volta era
stato dimenticato il grande masso rotondeggiante che segnava quasi
il centro della terza ansa del Fiume.
Dimenticanza madornale: il sasso si poteva vedere addirittura
affacciandosi alla finestra del lato destro della Reggia. Per non
dire dell’altro geografo di corte (nulla da eccepire quando dava
disposizioni per la realizzazione di giardini o disegnava, davvero
alla perfezione, le foglie delle piante medicinali) che
addirittura aveva osato semplificare il numero dei tornanti per
salire sul Monte che sta dietro la Collina. Tutte le persone del
mondo sapevano che quelle curve erano centosedici mentre sulla
mappa ne apparivano disegnate (le aveva contate) soltanto
ventitrè! E neppure le più importanti. “Insomma – si confidò
sconfortato con l’Architetto Anziano – ogni rappresentazione è un
condensato di scelte insostenibili, ogni epoca con la sua
particolare interpretazione, ogni geografo con le sue soggettive
preferenze”. Anche se la scienza aveva compiuto passi da gigante e
gli strumenti ora a disposizione erano raffinati, la situazione
non sembrava progredita in proporzione. Succedeva infatti spesso,
e tutti potevano rendersene conto, che le immagini sviluppate
seguendo un approccio percettivo e intuitivo finissero per
risultare più convincenti e attendibili rispetto a quelle che si
sforzavano di mantenere un’ottica oggettiva ponendo in ordine
soltanto elementi quantitativi. Anzi si poteva affermare che più
queste ultime approfondivano e più mostravano lacune. I geografi
li aveva guardati con attenzione al lavoro e procedevano così:
misuravano tutto poi facevano delle somme e altre operazioni,
confabulavano ed infine estraevano dall’insieme alcuni dati
“significativi”; convincevano stessi e gli altri che erano davvero
“scientifici”, dopodichè li registravano e li trasferivano come se
si trattasse di restituzione fedele ed assoluta della realtà.
“Invece le tante mappe della raccolta che in maniera sempre
diversa rappresentano lo stesso luogo mutando i segni secondo le
credenze delle epoche, delle aree culturali e persino i capricci
dei singoli autori, dimostrano come questi dati non uscissero
dall’ambito dell’arbitrarietà” ribadiva con un misto di stizza e
delusione. Ai suoi occhi il problema possedeva non solo valenze
teoriche ma anche importanti concreti risvolti. Quando il Gruppo
di Esperti in discipline diverse si sarebbe riunito ed impegnato
nella progettazione della Nuova Reggia – quella che era previsto
costruisse a partire dalla sua 40^ primavera – incombeva il
pericolo che assumesse come “vera” una mappa in qualche misura
infedele, approssimativa, inadeguata a restituire l’immagine
compiuta del luogo. Se il progetto fosse partito da una lettura
lacunosa del territorio, sicuramente non sarebbe riuscito a
crescere e svilupparsi nel necessario armonioso equilibrio, anzi
ogni segno aggiunto avrebbe amplificato l’inadeguatezza degli
elementi primi rendendo vano tutto il lavoro e l’impegno, con un
disonore per lui e tutti i discendenti paragonabile a quello di
chi costruisce una reggia sulla sabbia cedevole e magari con
l’entrata che guarda diretta verso il suo centro. I suoi bravi
geometri sarebbero riusciti sicuramente a impedire all’acqua di
entrare dal tetto, a rendere funzionali i percorsi, a stabilire
per ogni stanza l’illuminazione necessaria, a garantire la più
corretta temperatura; gli architetti poi con le decorazioni e gli
auspici avrebbero resa sontuosa la sala delle udienze lasciando
silenziosa e semplice quella per la lettura; ma come avrebbe
potuto egli sentirsi a proprio agio, individuare il luogo in cui
dedicarsi agli acquerelli preferiti o quello idoneo a dare
istruzioni per far crescere i figli nella saggezza, insomma
seguire il divenire del tempo nello spazio, muovendosi in volumi
che erano stati concepiti – e nell’intimo non potevano che
rimanere – dissociati dal reale? Lo sentiva: se avesse consentito
al progetto di crescere secondo procedure che i geografi si
ostinavano a dichiarare oggettive ed invece erano più
approssimative di un disegno ad inchiostro della Terza Dinastia,
la Nuova Reggia sarebbe alla fine apparsa avulsa, scollegata,
estranea; vivendo tra le sue pareti avrebbe provato una sensazione
di freddo da nessun tappeto attutibile, percepito con fastidio
come i vuoti fossero incapaci di relazioni con la complessità del
mondo e degli uomini. “Ad esempio – pensava fra sé – prendiamo la
categoria del colore, elemento che sta alla base di tutto perché è
di tutto; lasciamo stare le sfumature del cielo o le pennellate
dell’acqua e anche l’imprendibilità delle rose mutabili capaci di
ornare il giardino prima nelle sfumature del bronzo, poi
dell’arancio e infine del rosa intenso; riferiamoci pure al solo
colore semplice di una pietra semplice: per risultare attendibile
ogni sua codificazione dovrebbe registrare l’unione complessa tra
la vibrazione della luce e la comprensione di chi la guarda”.
Proprio ciò che avveniva quando teneva in mano e osservava con
amore e ammirazione le pietre disegnate nei migliori ritratti di
paesaggio.
Non comprendeva invece come potesse un edificio, amalgama di
innumerevoli materiali, restituito dal susseguirsi ininterrotto
delle viste consentite nel progressivo muoversi dello sguardo;
anzi, di più, dallo spazio che si apriva per dare a ciascuno la
sensazione di essere avvolto, non comprendeva bene come potesse
tale sensazione essere con puntualità prevista, gestita,
controllata attraverso elementi quantitativi estratti ad arbitrio.
Ne era convinto: riuscire a raccogliere su un foglio tanti dati
quanti sono gli scalini per salire al tempio della Montagna dietro
le Colline scegliendo con intelligenza ed affetto gli elementi
geometrici in maniera tale da renderli garanti del vero, era
operazione talmente difficile, delicata, complessa da risultare
accessibile solo ad un disegnatore geniale, abile e colto, preciso
e sensibile, dalle estese conoscenze ma dotato anche di profonda
umanità.
“Disegnatori così non ce ne sono o perlomeno non ne conosco” era
la sconfortata conclusione. Ancor più grandemente temeva quindi
che la Nuova Reggia non sarebbe riuscita a restituire la
sensazione di calda accoglienza, di umano, di adeguato che tutti
potevano ora percepire girando tra gli spazi della Vecchia Reggia,
costruita quando le carte geografiche erano tutt’uno con la poesia
e la pittura e le mura venivano tirate su secondo gesti rituali e
codificati; quando porre pietra su pietra era atto in cui sapienze
e conoscenze giunte da lontano e tramandate di padre in figlio si
univano alla assoluta consapevolezza del peso, all’odore,
all’umidità, alla ruvidità di ciò che l’Artefice (che conosceva i
segreti delle cose perché le cose stavano nella sua esperienza)
aveva in mano e stava facendo, alle tante qualità percepite senza
pensare, a tutto ciò che consentiva di essere tutto ciò che lì e
in quel momento accadeva e stava intorno. Solo operando in questo
modo era stato possibile costruire luoghi abitabili, case,
oggetti, villaggi cresciuti secondo i bisogni e secondo le
disponibilità e per questo perfetti e continuamente perfettibili
man mano che la vita si evolveva; così era stato possibile
mantenere sul posto il senso del sacro lasciando indisturbati i
boschi e l’acqua, le stelle e la luna. Sicuramente le cognizioni
“oggettive” che rendevano più precise le carte portavano con sé
l’orgoglio sottile del possesso sul mondo, il potere della
conoscenza; ma gli pareva anche che nozione dopo nozione questi
stessi dati finissero per spingere gli uomini fuori dallo spessore
della realtà, li rendessero esterni (e quindi estranei) a quel
“mondo giusto” in cui i fatti più lontani trovavano continuità con
il quotidiano e con il futuro collegandosi l’uno all’altro lungo
la linea della storia, quella linea che rassicura gli uomini nel
loro cammino in maniera che non debbano aver timore del nuovo. Gli
sembrava cioè che giorno dopo giorno l’accumularsi dei risultati
gli sottraesse la percezione immediata del reale, la capacità di
muoversi all’interno della vita facendone parte con la mente e col
corpo. Si rendeva conto (più volte aveva provato a spiegarlo ai
disegnatori, ai geografi, ai geometri e agli architetti) che si
trattava di concetti astrusi e questo lo tormentava ma anche lo
convinceva di quanto fosse importante, indispensabile, non
lasciarli cadere. Guardava spesso le case e le città che i
contadini della Collina costruivano per sé: avevano qualcosa di
diverso rispetto agli edifici ideati sulla carta a partire dalla
carta, i quali mostravano una patina di astrazione, una sottile
sensazione di estraneità, un’aria meno vissuta (vivibile?). Ma
quando affrontava l’argomento, disegnatori, geografi e geometri
davano risposte talmente generiche o fuori luogo da lasciar
intendere quanto il concetto fosse loro estraneo; gli architetti
afferravano più facilmente l’idea ma – traspariva anche attraverso
le perifrasi reverenziali in cui erano particolarmente abili – la
cosa non pareva ad essi così negativa, anzi quasi li gratificava,
come se la frattura del cordone ombelicale che da sempre legava
l’edificio al luogo costituisse un progresso e non una sciagura,
come se questa situazione potesse liberare a loro vantaggio ambiti
di soddisfazione personale, attribuisse alle loro scelte il potere
di decidere in libertà sulla organizzazione degli spazi e delle
vite e non costituisse invece la strada maestra verso l’esclusione
dal corpo sociale, verso l’insoddisfazione ed il senso di
inutilità.
C’era un esercizio che quando era ancora un ragazzo suo Zio gli
aveva insegnato; lo utilizzava ora per capire dove stesse il bene
e dove il male, dove la verità e dove la menzogna. Si trattava di
seguire un pensiero funambolico proiettando e moltiplicando e
ingigantendo più volte l’ipotesi fino al suo ultimo limite, là
dove il grigio si fa bianco o nero. Giungeva così a figurarsi
giorni molto lontani nel futuro, tanto lontani da essere
assolutamente improbabili (anzi, quasi impossibili). Se applicava
questo sistema al problema della rappresentazione e della
edificazione, gli riusciva persino di pensare che anche ai
contadini della Collina potesse venir un giorno in mente di
scegliere il luogo su cui costruire guardando non già le sfumature
del terreno alla luce del mattino, ma le asettiche curve di
livello disegnate su un foglio; e che poteva accadere (nell’attimo
stesso in cui formulava l’ipotesi gli si parava davanti la sua
assoluta assurdità, era come pensare ad un’epoca in cui la Grande
Muraglia sarebbe stata guardata come un’opera senza utile) che
qualcuno li convincesse a scegliere l’orientamento giusto
consultando i diagrammi dei venti, del correre del sole, del
volgere delle temperature trascurando le indicazioni sicure che
provengono dal canto degli usignoli e dal profilo dei Monti dietro
le Colline. In questa sciagurata e malefica situazione le case
avrebbero smesso di crescere dalla terra insieme alla terra e gli
edifici sarebbero apparsi chiusi, bloccati, finiti, nati morti al
di là di ogni raffinatezza formale e aggiunta preziosità. Si
sarebbe perso ogni rapporto con il luogo ed i suoi significati
assieme ad ogni senso del vivere nel paesaggio.
La visione tragica quanto incomprensibile alla mente umana (non si
sarebbe più sentito il canto dei grilli!) continuava a
svilupparsi: una confusione di costruzioni anonime, ripugnanti,
aggressive che si addensava o rarefaceva sul territorio senza
logica; la più parte composta da edifici squallidi come le gabbie
dei polli prima del macello ma altre, in genere più piccole,
risaltavano ancora più violente nello sforzo che ponevano nel
pretestuoso e soprattutto vano differenziarsi. Quel dispiegamento
senza senso scivolava immondo verso valle e più i terreni erano
fertili, le situazioni panoramiche, i luoghi affascinanti e più
con forme e accenti insensati i volumi si ammucchiavano e
accanivano. Magiche rive del fiume, colline morbide, viste
incantevoli: tutto distrutto per sempre; nessun affetto o pietà
per i luoghi dei padri e la terra che nutre, traspariva da quei
sordi volumi. Più la visione veniva a galla e più gli appariva
irrazionale e insensata, pazzesca e paradossale, e la stessa
esplosione di varietà ingiustificate (perfida contraddizione)
finiva per rendere tutto monotono e privo di significato. Mentre i
villaggi della Collina – realizzati con le medesime tecniche, gli
stessi materiali base, colori gemelli e dimensioni equivalenti –
erano distinguibili e riconoscibili uno per uno, ciascuno con il
suo carattere e la sua fisionomia amichevole, nell’orribile incubo
la matassa spigolosa tutto spaesava e nessun paese rimaneva
conoscibile ai suoi stessi abitanti. Addirittura i villaggi del
Fiume si presentavano con la stessa consistenza e disordinato
amalgama di quelli che stavano davanti alla Collina e di quelli
sui piedi della Montagna!
Un gesto sulla fronte e mandò via l’incubo: non c’era tempo da
perdere, fra qualche anno si sarebbe dato inizio alla costruzione
della Nuova Reggia e per quel momento doveva assolutamente
procurarsi una planimetria del luogo che fosse fidabile, a costo
di rivolgersi fuori dai confini, magari ai geografi dei Paesi
dell’Ovest. Come tutti i funzionari anche lo Scriba in seconda era
al corrente del problema e un giorno pensò che forse poteva
fornire una indicazione utile; si fece coraggio e con somma
deferenza segnalò al suo superiore che in un villaggio posto sulle
pendici più alte del Monte che sta dietro la Collina viveva un
saggio. Era disegnatore precisissimo, aveva visitato molti luoghi,
parlato con tutti i viaggiatori e quindi probabilmente poteva
disegnare planimetrie perfette.
Subito l’Imperatore lo fece rintracciare. Gli si presentò un
ometto piccolo in cui si riconoscevano i tratti dell’etnia che
vive dietro la Collina. Gli occhi erano trasparenti ma non spenti.
“Una pianta come intende la Sua eccellenza esiste già ma è molto
ingombrante – disse, e anche l’inflessione segnalava la sua etnia
– e non sono in grado di trasportarla. Se vuol davvero vederla la
Sua eccellenza deve venire da me”. Ci vollero quattro giorni di
preparativi e due giorni di cammino perché la carovana di
dignitari e soldati raggiungesse la novantaquattresima curva del
Monte. Il Vecchio era lì che aspettava. L’imperatore sperava – per
sé ma in fondo anche per lui, gli era simpatico e non avrebbe
voluto punirlo – che ne fosse valsa la pena. Si attendeva però una
mappa davvero minuziosa. “Ci sarà l’angolo del cortile dello Zio
dove giocavo da bambino? E il piccolo ponte che supera il
ruscello? Gli alberi non avrà potuto segnarli e neanche le barche
sul fiume (i primi crescono e le seconde cambiano di posto) ma se
è sbagliato il numero delle colline, ah! davvero mi arrabbio!”
rimuginava tra sé. L’ultimo tratto era così ripido che si dovette
farlo a piedi. Il Vecchio faceva strada stando più chino possibile
con la testa per rispetto e sogguardando ogni tre-quattro passi
solo per accertarsi che davvero l’Imperatore proseguisse. La
situazione era ideale: il giorno prima aveva piovuto qualcosina e
ora il vento aveva spazzato le nubi; così, ancora uno sforzo e
tutti avrebbero potuto vedere. Con gesto largo e lento seguito
dagli occhi di tutti, in cima alla rupe il Vecchio mostrò, davvero
felice – le pupille brillavano e sulle labbra volteggiava un
sorriso dolce ma anche fiero – la mappa sottostante. C’era tutto,
anche i quarantaquattro scalini del palazzo dello Zio. Era la
prima volta che succedeva: una insopportabile curiosità mista a
timore montò nell’animo dello Scriba in seconda sino a farsi più
forte del cerimoniale che fissava la sua collocazione in ottava
fila. Nel silenzio e nell’ondeggiante imbarazzo, come spinto si
fece avanti e s’affacciò sul vuoto. Un sussurro gli salì alle
labbra: “è vero, solo la realtà è realtà”. Dopo qualche
lunghissimo secondo l’Imperatore, alla fine, annuì. Un contagioso
sollievo aleggiò sino all’ultimo del corteo.
L’Architetto Anziano, dalla terza fila (più per omaggio alla sua
età che per ruolo di gerarchia, visto che l’incarico di progettare
la Nuova Reggia era stato dato, per la prima volta nella storia,
al Gruppo di Esperti con esperienze diverse) senza neanche
guardare colse al volo la situazione ed il nocciolo del problema
lo illuminò tutto. Il progetto della Nuova Reggia sarebbe stato
troppo complesso e articolato e troppe le convenzioni da
rispettare per pensare di potersi affidare direttamente alle mani
dell’Artefice; era dunque indispensabile una mediazione, un
passaggio dell’idea attraverso la carta come momento di
riflessione comune, di condensazione di decisioni, di verifica
delle rispondenze. Ma per accontentare l’Imperatore bisognava
superare la tecnologia con la scienza e questa con l’intuizione
che solo arriva dopo aver meditato e sostato in silenzio ed a
lungo sul luogo. Questo lo aveva sempre saputo, ma ora finalmente
gli era chiara anche la ragione di quella riflessione, di quella
presa emotiva dello spazio: se i segni sulle carte non possono
essere realtà, neanche il progetto può stare sulla carta. Questa
allora altro non è che tramite per consentire all’idea definitasi
nella testa e nel cuore dell’Architetto di passare nelle mani e
nel cuore dell’Artefice. Se i dati sono “astratti” il risultato
sarà inevitabilmente “astratto”, concludeva fra sé.
Ma non si poteva fermare la scienza e l’approfondimento e con essi
il progressivo distacco dal reale; allora l’importante, la
speranza, l’anello decisivo era che entrambi, ideatore ed
esecutore, mantenessero in ogni momento consapevolezza che la
realtà non può stare sulla carta e quindi neanche il progetto, che
rimane tutto nella testa, nel cuore e nelle mani. Se qualcuno
avrebbe mai un giorno pensato che il progetto potesse stare nei
segni, negli elenchi e nei calcoli, ogni rovina avrebbe invaso il
territorio. La chiarezza, l’evidenza con cui tutto ciò gli si
parava davanti rendeva necessario parlare, comunicare a tutti,
spingersi avanti e renderli partecipi della scoperta. Cercò lo
sguardo di almeno uno degli Esperti ma erano tutti occupati ad
annuire intorno all’Imperatore rimuginando e parlottando su come
tradurre queste idee, che nel loro intimo trovavano di una ovvietà
che rasentava l’assurdo, in termini accettabili alle cordelle
metriche ed ai pallottolieri. Sapeva che gli sarebbe montato un
peso da cattiva coscienza, ma decise di star zitto. Guardò l’orlo
impolverato della veste, lo scosse con un movimento ad un tempo
efficace e rituale e mantenne la sua posizione in terza fila.


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