A. WEGER
LIBRERIA BRESSANONE

via Torre Bianca, 5
39042 Bressanone BZ
Tel. +39 0472 836164
Fax. +39 0472 801189
info@weger.net

 
 
 
BIOARCHITETTURA
 

Numero 46 di dicembre 2005 - gennaio 2006

Cina: il risveglio degli Dei

Ester Bianchi

Agli albori della Grande Rivoluzione Culturale, lo studioso delle religioni Holmes Welch rifletteva sull’improbabilità di una rinascita del Buddhismo in Cina, aggiungendo tuttavia che “elementi di credo e pratica buddhista sarebbero emersi come parte di un qualcosa che i marxisti avrebbero chiamato superstizioso [...] e reazionario, ma del quale non sarebbero stati in grado di eliminare il bisogno”. Un pronostico, questo, destinato ad essere in parte smentito. Solo un decennio dopo che queste riflessioni erano state date alla stampa, il Buddhismo, il Taoismo e con essi le altre religioni della Cina, si apprestavano a rinascere dalle proprie ceneri, dapprima con cautela e presto con fierezza e determinazione. La nuova politica di libertà religiosa, già preannunciata nel 1979 e promulgata nel 1982, riconsegnava loro il diritto di farsi carico delle speranze e dei bisogni spirituali del popolo cinese. Certo, la religione rimane oggi in Cina sotto lo stretto controllo dello Stato che, coerentemente con l’ideologia di cui si fa portatore, persevera nel proprio obiettivo di riuscire un giorno a sradicarla dal cuore del popolo. Ciò accadrà però in modo naturale, sostengono i dirigenti del Partito, pronti a garantire un certo margine di libertà ad ogni credo religioso che non interferisca con la politica del governo. Nel corso dell’ultimo ventennio si è assistito in Cina ad un animato dibattito sulla questione religiosa, la cui vivacità riflette una realtà nuova e in costante evoluzione: la rivendicazione da parte di un numero crescente di cittadini – e su questo Welch aveva visto giusto – del diritto individuale di rivolgersi al divino. Chi oggi visita la Cina ha quindi maggiori possibilità di incontro con la tradizione e le religioni rispetto alla seconda metà del secolo precedente. Le troverà ovunque, immerse tra i nuovi grattacieli di Pechino e Shanghai così come tra i palazzoni di dubbio gusto artistico delle piccole cittadine di provincia; presso la popolazione contadina impegnata nel rinnovamento che farà grande la Cina tutta, e tra i “modernizzati” cittadini delle metropoli. Le vedrà spuntare rigogliose in un Paese che assomiglia sempre più all’Occidente ma che, forse anche in questo modo, dall’Occidente vuole e sa distinguersi. La Cina religiosa appare all’interno dei templi, delle moschee e delle chiese, unici luoghi in cui è permesso professare apertamente la propria fede, ma si lascia scorgere anche altrove: sui cruscotti dei taxi, presidiati da divinità dai molteplici occhi a mandorla; tra gli scaffali delle librerie, che concedono sempre più spazio alle pubblicazioni religiose; al polso della signora in cui ci si imbatte per strada, ornato dai grani luccicanti di un rosario, o all’interno delle moderne abitazioni cinesi, difficilmente prive di segni religiosi e spesso organizzate secondo i dettami geomantici del feng-shui.
Questo nuovo fervore religioso coinvolge solo una parte della popolazione della Repubblica Popolare Cinese, ma una parte non trascurabile se si considerano i dati di AsiaNews, secondo cui i credenti sarebbero non meno di 500 milioni. Le cifre ufficiali parlano invece di circa 100 milioni di fedeli per le cinque religioni riconosciute: Buddhismo e Taoismo (che da sole ne raccolgono più del 90%), Islam, Cattolicesimo e Protestantesimo. Questi dati non tengono tuttavia conto dei gruppi non riconosciuti dal governo e di tutti coloro che, pur non professandosi atei, non si sentono di dichiarare formalmente la propria appartenenza ad una delle chiese ufficiali.
Il popolo dei devoti è quindi tutt’altro che uniforme, anche dal punto di vista della pratica spirituale, e include tanto le cosiddette “minoranze etniche”, che hanno nel proprio credo un suggello di identità culturale (come i tibetani, tradizionalmente buddhisti, o gli Hui e gli Uiguri, di antica fede mussulmana), quanto i molti cinesi Han che hanno salutato con sollievo la nuova fase di libertà per tornare a professare la propria fede e ad educare religiosamente i propri figli.
Vi è poi chi si rivolge agli Dei indipendentemente dal pantheon d’appartenenza, perché la pratica mentalità cinese non si formalizza sulla provenienza di un aiuto ultramondano, a patto che arrivi. Infine, vanno ricordate tutte quelle persone, prevalentemente cittadine, disorientate di fronte all’incalzare del modello capitalistico e che sentono l’esigenza di contrapporgli valori più autentici e profondi. Sono costoro che si rivolgono a maestri buddhisti o taoisti esigendo un rapporto diretto e costante, o che si indirizzano verso forme di religione diverse da quelle tradizionali, di cui lamentano la degenerazione o l’eccessiva superficialità. Così, se alcuni finiscono tra le fila dei seguaci di dubbie personalità (come nel caso del Falun gong o di altre “nuove religioni” del tutto simili ai movimenti New Age dell’Occidente), altri si convertono al Cristianesimo o al Buddhismo tibetano. Quest’ultimo caso, sempre più diffuso, permette di incontrare a Lhasa, nell’Amdo o nel Kham monaci e laici che, in lingua cinese, si rivolgono reverenti ad un lama tibetano.
Il fenomeno del revival religioso può essere apprezzato in tutta la sua ampiezza durante le festività tradizionali, quando templi e chiese si riempiono di visitatori chiassosi e giubilanti o silenziosamente raccolti in preghiera, e i monti sacri al Buddhismo e al Taoismo sono letteralmente aggrediti da variegate torme di pellegrini ansiosi di prostrarsi e offrire incenso alle riscoperte divinità.
 

 

 

 

 

 

 

 
   

Torna al numero 46 di BIOARCHITETTURA

Torna alla pagina degli arretrati di BIOARCHITETTURA

 

Casa editrice

Istituto Nazionale Bioarchitettura

 

 

 
 
 

 

I numeri dal 35 al 52

Sono editi dalla Mancosu Editore di Roma, a cui richiedere eventuali numeri arretrati.

   BIOARCHITETTURA Service
   Abbonamenti
   Contatto
   Redazione

  

   Redazione

   BIOARCHITETTURA

   C.P. 61 - 39100 Bolzano
   0471.278294