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BIOARCHITETTURA
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Numero 46 di dicembre 2005 - gennaio
2006
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Cina: il risveglio degli Dei
Ester Bianchi
Agli albori della Grande Rivoluzione Culturale, lo studioso delle
religioni Holmes Welch rifletteva sull’improbabilità di una
rinascita del Buddhismo in Cina, aggiungendo tuttavia che
“elementi di credo e pratica buddhista sarebbero emersi come parte
di un qualcosa che i marxisti avrebbero chiamato superstizioso
[...] e reazionario, ma del quale non sarebbero stati in grado di
eliminare il bisogno”. Un pronostico, questo, destinato ad essere
in parte smentito. Solo un decennio dopo che queste riflessioni
erano state date alla stampa, il Buddhismo, il Taoismo e con essi
le altre religioni della Cina, si apprestavano a rinascere dalle
proprie ceneri, dapprima con cautela e presto con fierezza e
determinazione. La nuova politica di libertà religiosa, già
preannunciata nel 1979 e promulgata nel 1982, riconsegnava loro il
diritto di farsi carico delle speranze e dei bisogni spirituali
del popolo cinese. Certo, la religione rimane oggi in Cina sotto
lo stretto controllo dello Stato che, coerentemente con
l’ideologia di cui si fa portatore, persevera nel proprio
obiettivo di riuscire un giorno a sradicarla dal cuore del popolo.
Ciò accadrà però in modo naturale, sostengono i dirigenti del
Partito, pronti a garantire un certo margine di libertà ad ogni
credo religioso che non interferisca con la politica del governo.
Nel corso dell’ultimo ventennio si è assistito in Cina ad un
animato dibattito sulla questione religiosa, la cui vivacità
riflette una realtà nuova e in costante evoluzione: la
rivendicazione da parte di un numero crescente di cittadini – e su
questo Welch aveva visto giusto – del diritto individuale di
rivolgersi al divino. Chi oggi visita la Cina ha quindi maggiori
possibilità di incontro con la tradizione e le religioni rispetto
alla seconda metà del secolo precedente. Le troverà ovunque,
immerse tra i nuovi grattacieli di Pechino e Shanghai così come
tra i palazzoni di dubbio gusto artistico delle piccole cittadine
di provincia; presso la popolazione contadina impegnata nel
rinnovamento che farà grande la Cina tutta, e tra i “modernizzati”
cittadini delle metropoli. Le vedrà spuntare rigogliose in un
Paese che assomiglia sempre più all’Occidente ma che, forse anche
in questo modo, dall’Occidente vuole e sa distinguersi. La Cina
religiosa appare all’interno dei templi, delle moschee e delle
chiese, unici luoghi in cui è permesso professare apertamente la
propria fede, ma si lascia scorgere anche altrove: sui cruscotti
dei taxi, presidiati da divinità dai molteplici occhi a mandorla;
tra gli scaffali delle librerie, che concedono sempre più spazio
alle pubblicazioni religiose; al polso della signora in cui ci si
imbatte per strada, ornato dai grani luccicanti di un rosario, o
all’interno delle moderne abitazioni cinesi, difficilmente prive
di segni religiosi e spesso organizzate secondo i dettami
geomantici del feng-shui.
Questo nuovo fervore religioso coinvolge solo una parte della
popolazione della Repubblica Popolare Cinese, ma una parte non
trascurabile se si considerano i dati di AsiaNews, secondo cui i
credenti sarebbero non meno di 500 milioni. Le cifre ufficiali
parlano invece di circa 100 milioni di fedeli per le cinque
religioni riconosciute: Buddhismo e Taoismo (che da sole ne
raccolgono più del 90%), Islam, Cattolicesimo e Protestantesimo.
Questi dati non tengono tuttavia conto dei gruppi non riconosciuti
dal governo e di tutti coloro che, pur non professandosi atei, non
si sentono di dichiarare formalmente la propria appartenenza ad
una delle chiese ufficiali.
Il popolo dei devoti è quindi tutt’altro che uniforme, anche dal
punto di vista della pratica spirituale, e include tanto le
cosiddette “minoranze etniche”, che hanno nel proprio credo un
suggello di identità culturale (come i tibetani, tradizionalmente
buddhisti, o gli Hui e gli Uiguri, di antica fede mussulmana),
quanto i molti cinesi Han che hanno salutato con sollievo la nuova
fase di libertà per tornare a professare la propria fede e ad
educare religiosamente i propri figli.
Vi è poi chi si rivolge agli Dei indipendentemente dal pantheon
d’appartenenza, perché la pratica mentalità cinese non si
formalizza sulla provenienza di un aiuto ultramondano, a patto che
arrivi. Infine, vanno ricordate tutte quelle persone,
prevalentemente cittadine, disorientate di fronte all’incalzare
del modello capitalistico e che sentono l’esigenza di
contrapporgli valori più autentici e profondi. Sono costoro che si
rivolgono a maestri buddhisti o taoisti esigendo un rapporto
diretto e costante, o che si indirizzano verso forme di religione
diverse da quelle tradizionali, di cui lamentano la degenerazione
o l’eccessiva superficialità. Così, se alcuni finiscono tra le
fila dei seguaci di dubbie personalità (come nel caso del Falun
gong o di altre “nuove religioni” del tutto simili ai movimenti
New Age dell’Occidente), altri si convertono al Cristianesimo o al
Buddhismo tibetano. Quest’ultimo caso, sempre più diffuso,
permette di incontrare a Lhasa, nell’Amdo o nel Kham monaci e
laici che, in lingua cinese, si rivolgono reverenti ad un lama
tibetano.
Il fenomeno del revival religioso può essere apprezzato in tutta
la sua ampiezza durante le festività tradizionali, quando templi e
chiese si riempiono di visitatori chiassosi e giubilanti o
silenziosamente raccolti in preghiera, e i monti sacri al
Buddhismo e al Taoismo sono letteralmente aggrediti da variegate
torme di pellegrini ansiosi di prostrarsi e offrire incenso alle
riscoperte divinità.





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