BIOARCHITETTURA
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Numero 46 di dicembre 2005 - gennaio
2006
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Tibet: la sacralità del mondo
Ester Bianchi
“Se non ci si applica con vigore all’esame e all’analisi del
luogo per appropriarsene e soggiogarlo, indipendentemente dalle
procedure adottate si corre il rischio che insorgano gravi
ostacoli e impedimenti”. Thubten Legshay Gyatsho
L’altopiano tibetano offre un paesaggio mozzafiato di aride
praterie, acque cristalline e aspre alture sotto un cielo terso
spesso impreziosito da variegati arcobaleni e nuvole argentee.
Tutto qui è maestoso, potente e sacro. La natura è, per i tibetani,
un essere divino il cui corpo è formato dai cinque grandi
elementi: la terra rappresenta lo scheletro, l’acqua le essenze
che scorrono nella vene, il fuoco il calore vitale, il vento il
respiro e l’etere la coscienza. Divinità del luogo e delle
direzioni presidiano montagne, acque e caverne, e sulle pareti
rocciose sono spesso visibili immagini di Buddha o Bodhisattva
stratificatesi nel corso dei secoli. I luoghi di ritiro dei grandi
maestri del passato sono considerati ancora impregnati di energie
sottili e possono presentare segni di natura portentosa come
impronte di mani e piedi, o il calco di un oggetto rituale. In
quest’immenso spazio sacro, gli esseri umani interagiscono
costantemente con il mondo sottile: nessuna attività può
prescindere da esso. Monti o laghi, indistinguibili dalle divinità
di cui sono la dimora, si presentano ornati da variopinte bandiere
delle preghiere, e nessun passo montano è sprovvisto di un cumulo
di pietre votive. Le strade del Tibet sono percorse da pellegrini
che si prostrano al suolo ad ogni passo, diretti verso anfratti
naturali pervasi da presenze incorporee o, naturalmente, verso i
molti monasteri, edificati in luoghi dal forte attrazione
spirituale. La scelta del sito in cui officiare un rituale o
erigere un monastero è strettamente legata a questa concezione del
territorio. I testi di architettura buddhista sono estremamente
prescrittivi al riguardo: “Il tempio sarà costruito in un luogo
che presenti i seguenti tratti: un monte alle proprie spalle e
colline sul davanti; due corsi d’acqua che convergono di fronte
provenendo dai due lati; una valle centrale di rocce e praterie
simili a cumuli di grano, e una parte inferiore dall’aspetto di
due mani incrociate al livello del polso. Le buone caratteristiche
sono chiamate i ‘quattro pilastri della terra’ e sono: una vasta
distesa ad est, un’altura a sud, una protuberanza arrotondata a
ovest e una montagna che assomigli a una tenda drappeggiata a nord
[...]”
(Thubten Legshay Gyatsho, Gateway to the Temple, 1979).
Secondo tali indicazioni, una volta individuato il luogo adatto, è
necessario stabilire l’esatta collocazione del Serpente (klu) dal
“ventre spiraliforme”. Tramite invocazioni, preghiere e offerte si
richiede quindi ai “proprietari invisibili” il permesso di
utilizzare il luogo, ci si rivolge cioè alle divinità della terra
e ai guardiani dei reami, procedendo poi a recitare specifiche
formule per la consacrazione e l’appropriazione vera e propria.
Solo a questo punto può avvenire la circoscrizione dei confini del
tempio. Accompagnando, alcuni anni or sono, un grande maestro
buddhista alla ricerca dell’ubicazione ideale per un santuario
dedicato a Padmasambhava (colui che i tibetani venerano come il
secondo Buddha della presente era) nell’arco di un’intera giornata
alternammo silenziose camminate sulle brulle colline di Tagong a
lunghe sedute di meditazione, durante le quali il lama valutava le
caratteristiche fisiche e sottili della natura circostante. Scelto
il sito, facendo attenzione che accanto ai segni propizi non si
presentassero elementi infausti, il maestro intraprese una serie
di riti di purificazione del territorio, tesi innanzitutto a
propiziarsi gli spiriti locali onde evitare future interferenze e
assicurarsi la loro protezione.Alla fine dell’estate ebbero quindi
inizio i lavori di costruzione dello Stupa Dorato, che si erge
oggi maestoso nel cuore di una vallata circondata da monti in
tutto simili ai petali di un fiore.
Il buddhismo arrivò in Tibet nel 173 d.C. allorquando il re
Song Tsen Gampo inviò in India alcuni suoi ministri per
aggiornarsi sulla cultura e sulla scrittura. La religione si
diffuse e acquisì caratteri specifici attraverso il contributo del
grande guaritore Padmasambhava (Guru Rinpoche).
Poi tra l’800 e il 1000 vi fu una stasi, con la ripresa da parte
del re Lha Lama Yeshe Ö e la definizione di tre differenti
“scuole” (Sakya, Kagyu e Gelug) che si aggiunsero alla tradizione
antica (Nyingma) ritenuta risalente agli insegnamenti di
Padmasambhava.
Dal 1100 il Tibet passa sotto l’influenza dei Mongoli che
prediligeranno la scuola Sakya (Dalai è parola mongola che vuol
dire “mare immenso” e Lama è parola tibetana per “maestro”) Fu
Ngawang Lobsang Gyatso, quinto Dalai Lama, ad organizzare il Paese
stringendo alleanze sia con i Mongoli che con gli imperatori
cinesi Qing.
Con l’invasione cinese del 1959, il buddhismo venne attaccato
anche con stragi e distruzioni di monasteri e opere d’arte. I
primi missionari cattolici, trovando vari collegamenti con il
cattolicesimo, definirono questa religione lamaismo, ad indicare
la preminenza del clero
e della ritualità.





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