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BIOARCHITETTURA
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Numero 47 di febbraio-marzo 2006
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La casa d’ombra
Salvatore Gammella
Anche se l’architettura contemporanea giapponese negli ultimi
decenni si è posta all’attenzione internazionale soprattutto per
una fantasmagorica capacità inventiva – spesso di immagine e
dimensioni imponenti – accoppiata alla straordinaria sensibilità
nel trattare i materiali, gli esempi che testimoniano lo sforzo di
porsi in continuità con il passato non mancano. Alcuni in
particolare meglio di altri paiono esplicitare l’idea dell’ombra
(o meglio: della penombra) così come espressa da Junichiro
Tanizaki (“Elogio della penombra” – In’ei raisan – scritto nel
1933); magari piccoli nella dimensione ma intensi nell’atmosfera.
Il primo è la casa del tè Uji-an (parola che in giapponese
significa “tempo” e dà il titolo ad uno dei capitoli dello
Shohogenzo, l’opera più importante del maestro zen Dogen)
progettata da Arata Isozaki in occasione della mostra “Follies” –
esposizione dedicata a progetti puramente estetici, senza fini che
non fossero quelli dell’autoreferenza – organizzata a New York nel
1983 dal gallerista Leo Castelli.
Poi, quando nel 1990 Toshio Hara chiede all’architetto di
sostituire l’ormai decadente casa del tè di proprietà della sua
famiglia con una nuova costruzione, Isozaki rispolvera il
progetto. Il riferimento alla cerimonia istituita nel XVI secolo
rimane assolutamente evidente, così come gli elementi innovativi
dettati dalla rielaborazione e reinvenzione dello spazio. In
questo caso Uji-an si pone semplicemente come citazione dotta
della tradizione storica giapponese, attualizzata senza
disperderne l’ovattata percezione rituale: attraverso il giardino,
percorso ricco di simbolismi, si accede alla piccola costruzione
dove le pareti in legno, gli scaffali in cedro, i rivestimenti
delle porte in carta giapponese si affiancano a pareti in lastre
metalliche, porte inossidabili, aperture in vetro trattato.
Altro interessante esempio è l’abitazione realizzata a Nara tra il
1996 e il 1998 dagli architetti Waro Kishi, Asako Takeuchi e Yushi
Kojima. Qua il richiamo è la tipologia delle abitazioni
tradizionali con cortile: due volumi distribuiti in altezza si
sviluppano ai lati di una corte per ospitare l’uno la zona giorno
e gli ambienti privati, l’altro la stanza per la cerimonia del tè.
Lo spazio vuoto determina un’apertura (controllata con sapienza,
non un rifiuto) sulla città. Le mura, realizzate con pannelli di
legno, trovano continuità nelle ampie vetrate aperte sugli alberi
del cortile. La storia della penombra si dipana tutta nella stanza
del tè, animata dalla luce che attraversa l’elegante tessitura in
strisce di bambù intrecciate diagonalmente secondo la tecnica
tradizionale giapponese dell’ajiro: sia quando il sole filtra a
disegnare sulle pareti affascinanti tragitti luminosi, sia di
notte, con la luce artificiale esterna che penetra il soffitto
restituendo l’effetto di un cielo stellato. La sintonia con la
difesa accorata portata da Junichiro Tanizaki a favore della
cultura giapponese è evidente, anche se guardata con occhio
esterno la posizione di Tanizaki potrebbe apparire come l’appello
aprioristico di un nazionalista spaventato dalla modernità, una
sorta di John Ruskin nipponico ostile al cambiamento, dedito a
descrivere gli occidentali come untori tesi a propagare bruttezza
con ciò determinando l’inesorabile dissolvimento di tradizioni e
usanze vecchie di secoli. Ma pagina dopo pagina questo, con
linguaggio ad un tempo semplice ed efficace, ma anche lucido e
ironico, “Elogio della penombra” introduce con efficacia al gusto
e all’estetica orientali, partendo dai gesti quotidiani, da
piccole situazioni che sfuggono ai più. Di fatto Tanizaki non
propone un ritorno al passato (“indietro non si torna” egli stesso
afferma) rendendosi conto che sarebbe una battaglia persa
sull’altare del progresso, della globalizzazione, della modernità
(definisce le sue utopie “fantasie di un romanziere” ); tuttavia
non può esimersi dall’auspicare che i suoi connazionali ce la
facciano a mediare tra comodità e cultura, cioè a non abbandonare
del tutto quel mondo fatto di ombre proprio della visione
giapponese “noi giapponesi non ci sentiamo a nostro agio di fronte
a cose troppo lucenti.” Amano invece quell’universo fatto di
trasparenze sottili e luci soffuse, tipico della tradizione del
Sol Levante, quotidianamente distrutto dalla lucentezza
abbagliante ad un tempo volgare ed asettica dell’Occidente. Più
avanti aggiunge: preferiamo alle tonalità chiare, fredde e
scintillanti, quelle un po’ offuscate e caliginose. Nella pietra
preziosa, come nel vasellame, ci piacciono quei riflessi profondi
e velati che sono inseparabili dalla patina del tempo». Più
avanti, chiarisce con un esempio “La carta, dicono, è invenzione
cinese. Io posso dire soltanto che la carta occidentale altro non
mi trasmette che l’impulso di usarla; se invece mi chino a
osservare una carta cinese o giapponese, a poco a poco mi sento
invaso dalla quiete e dal tepore. La stessa bianchezza è diversa.
Se la carta occidentale sembra respingere la luce, quella cinese o
giapponese la beve lentamente, e la sua morbida superficie è
simile al manto della prima neve. È una carta cedevole al tatto e
che si lascia piegare senza rumore. È placida, delicata,
leggermente umida. Somiglia alle foglie degli alberi. Questo
perché, secondo Tanizaki, la civiltà giapponese si compone
attraverso le “infinite gradazioni del buio” di spazi vuoti che
non vanno subito colmati, ma goduti come sono, di gesti antichi e
lenti. Riferendosi in particolare all’architettura, scrive:
“sebbene io niente sappia di architettura, mi azzarderò a
sostenere che la bellezza delle grandi cattedrali occidentali è
legata allo slancio dei tetti, che sembrano trafiggere il cielo
con pinnacoli acuminati. All’opposto, nei templi buddisti del
nostro paese, nere tegole riparano l’intero edificio, che sembra
abbia scelto di accucciarsi sotto la loro densa e protettiva
ombra. Non solo nell’architettura religiosa, ma anche nei palazzi
imperiali o nelle comuni case di abitazione, ci colpiscono prima
di ogni altro particolare l’immensità del tetto di tegole o paglia
e l’ispessirsi dell’ombra sotto le gronde. Talvolta anche di
giorno, mura e pilastri sembrano inghiottiti da un buio di
spelonca”. A questi criteri rispondono anche gli ambienti più
modesti: “la spoglia eleganza delle stanze giapponesi è fondata
per intero sulle infinite gradazioni del buio, […] del sole
fulgente che brilla sul nostro giardino non ci raggiunge che uno
spento riflesso, filtrato attraverso la carta opalescente dello
sho– ji.” Quindi conclude: “Questa luce mitigata e indiretta è
l’elemento estetico più importante della casa giapponese”.
Trovandosi i giapponesi a fare i conti, tra molteplici
contraddizioni, con la modernità, rischiano di perdere i
riferimenti più tipici del loro sentire. Non a caso “vestono due
tipi d’abito, il kimono entro le mura domestiche e il completo
europeo in ufficio”. La stessa architettura oscilla continuamente
tra modernità e tradizione: può ad esempio sembrare
contraddittorio parlare di vuoto e di ombre in città affollate e
congestionate come Tokyo; in realtà alle grandi arterie di
comunicazione si contrappongono piccoli spazi abitativi, costruiti
dall’interno verso l’esterno, che sembrano negarsi a qualsiasi
rapporto con l’intorno per conservare con gelosia la profonda
intimità delle stanze. In molte nuove costruzioni giapponesi è
possibile scorgere elementi distintivi che vengono da lontano:
superfici pulite, volumi puri, assenza di decorazione.
L’essenzialità diventa, in queste architetture, valore positivo;
non rinuncia e negazione del dinamismo contemporaneo urbano, ma
sinonimo di sobrietà ed espressione di una volontà (per noi non
facilmente comprensibile) di non prevalenza. L’architettura
giapponese moderna, come sottolineava Manfredo Tafuri, riesce
spesso a rovesciare il problema della memoria, dimostrando che “la
continuità con la tradizione non è un pregiudizio di partenza, ma
un possibile punto di arrivo, misura con cui gli antichi valori
potranno essere recuperati nelle nuove forme di convivenza”.
Arata Isozaki, nato a Oita nel 1931, si laurea presso la
facoltà di architettura dell’Università di Tokyo nel 1954, per poi
iniziare la sua attività come collaboratore nello studio di Kenzo
Tange prima di aprire un proprio studio di progettazione nella
città nativa nel 1963. Una intensa attività progettuale e i
contributi teorici lo hanno portato a dominare la scena
architettonica giapponese raggiungendo una notevole notorietà
anche a livello internazionale. Eccezionale interprete della
geometria, di soluzioni semplici quanto funzionali, ha un tratto
elegante che già riscosse ampi consensi a Barcellona, dove
progettò lo stadio olimpico. Numerosi anche gli spazi pensati per
l’arte. Tra questi il Museo di Scienze Umane di La Coruña, il
centro culturale di Cracovia e il Museo d’Arte Moderna di Los
Angeles. Il libro costituisce la prima presentazione, in lingua
italiana, di un quadro complessivo di tutta la produzione di
Isozaki e delle idee da cui esso scaturisce.
Waro Kishi, nato a Yokohama nel 1950, compì i suoi studi a
Kyoto. Dopo un apprendistato presso l’atelier di Masayuki Kurokawa
aprì il suo studio professionale. Con le sue opere, caratterizzate
da una raffinatezza estetica tipicamente giapponese e da una
serena armonia tardo-moderna, è oggi uno tra i progettisti più
promettenti dell’ultima generazione di architetti giapponesi. La
virtù maggiore dell’architettura di Kishi è il suo ordine
spaziale, informato da una coerenza razionale e da un’aspirazione
morale che si traducono in configurazioni essenziali e in
composizioni astratte. Kishi realizza opere di grande purezza
formale, qualità negli ultimi dieci anni lo hanno improvvisamente
spinto al centro della scena. Il 1995 è l’anno del terremoto di
Kobe e del crollo dell’economia. Da qui in poi è evidente come
l’attenzione della società giapponese, stanca delle clamorose
performance del postmodernismo, si sia sposata su opere di
architettura ispirate a valori diversi, perfettamente interpretati
da ciò che Kishi andava progettando.





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