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BIOARCHITETTURA
 

Numero 47 di febbraio-marzo 2006

Colori & colori
Daniela D’Ambra

È noto quanto il cromatismo possegga un immediato e intenso impatto emotivo, un suo significato, una propria forza che cattura l’attenzione e incide sulle condizioni fisiologiche e psicologiche di ogni individuo. I colori sono segnali universali che superano le differenze culturali e linguistiche e racchiudono aree di significato oggettivo, pur nella specificità delle risposte individuali. L’atteggiamento personale nei confronti di determinate situazioni cromatiche determina la particolare influenza del colore nel mondo interiore in cui si intersecano fenomeni ottici, psichici e spirituali: qualcosa vibra, si produce una risonanza.
Il colore è intimamente legato alla luce, essendone espressione: da punto di vista fisico si tratta di un’onda elettromagnetica che, a differenza di altre (onde radio, raggi X, infrarossi) è visibile all’occhio umano.
La lunghezze d’onda visibili rientrano tra i 380 nanometri del violetto ai 790 nanometri del rosso (1 nanometro = 1 milionesimo di metro). All’interno di questa banda possono essere identificate le varie lunghezze d’onda che chiamiamo colori.
Questi sono i sette colori che corrispondono a quelli dell’arcobaleno, gli stessi ottenuti da Newton nel famoso esperimento di rifrazione col prisma. La luce bianca può infatti scomporsi nelle sue componenti colorate se viene fatta passare attraverso un prisma o se, rifratta dalle gocce d’acqua sospese nell’aria dopo un temporale, origina l’arcobaleno. Newton scoprì anche che ogni colore dello spettro visivo, oltre a possedere una sua propria frequenza, emette anche una corrispondente energia, in quantità inversamente proporzionale alla sua lunghezza d’onda; più è alta la lunghezza d’onda, minore è la carica energetica, più forte è la penetrazione (elemento rilevante nell’ambito delle applicazioni terapeutiche). In base a queste leggi il rosso è dunque il più penetrante, il viola in maniera limitata. Questo rapporto tra lunghezza d’onda ed energia può essere espresso mediante una piramide di sette piani vibratori a cui corrispondono altrettanti colori con le relative lunghezze d’onda.# Salendo verso il vertice partendo dalla base costituita dal rosso, i colori hanno via via minore lunghezza d’onda e maggiore frequenza vibratoria, fino al viola.
Se per Newton nell’unità della luce vi è una molteplicità costituita dal colore, per Goethe la molteplicità (il colore) risulta dalla polarità luce/oscurità. Il colore nascerebbe quindi dalla tensione tra luce e oscurità. Ciascuno di questi due poli dispone l’occhio in due differenti stati, provocandone nell’oscurità la massima recettività, e nell’abbaglio della luce la massima tensione.
Ai due estremi Luminosità – Oscurità troviamo

GIALLO BLU
Luce/espansione Oscurità/contrazione
Movimento centrifugo Movimento centripeto
Caldo Freddo


Se proviamo a fissare due cerchi uguali colorati internamente uno di giallo e l’altro di blu, avremo la sensazione che il giallo si espanda verso l’esterno, quasi abbagliandoci, mentre il blu sviluppa un movimento concentrico su sé stesso, dando la sensazione di allontanarsi da chi osserva.
Goethe1, collegandosi all’aspetto ondulatorio proprio della nozione d’onda e al relativo concetto di continuità, ritiene vi sia nel colore un’esperienza continua di vita, inscindibile dalla natura umana che lo vive in sé. I colori fondamentali, primari, secondo Goethe sono: giallo, rosso, blu.
Egli, tra i colori fondamentali e complementari, non annovera l’indaco, che è una gradazione di blu molto intensa, chiamata anche blu di mezzanotte.
Al di sotto del viola troviamo gli ultravioletti, e al di sopra del rosso gli infrarossi.
E’ ormai adottata universalmente la terminologia da lui introdotta per classificare i colori caldi (rosso arancio giallo) e quelli freddi (turchese blu viola).
Le coppie di complementari dello stesso autore sono:
rosso – verde
arancio – blu
giallo – viola

È ormai noto come l’occhio umano venga appagato solo se viene rispettata la legge del contrasto simultaneo, che riguarda i complementari: cioè l’occhio umano esige l’integrazione di ogni colore a cui è sottoposto con il suo complementare e, in mancanza di questo tende ad autorappresentarlo. Ancor oggi è ignota la causa di tale fenomeno. Probabilmente – come sottolinea Itten – l’occhio partecipa ad un’universale esigenza di equilibrio e di autoconservazione.

L’atteggiamento di Goethe, distante da quella strettamente fisica di Newton, si sviluppa verso una visione globale dell’universo interiore strettamente collegato all’ambiente esterno. Secondo questa prospettiva anche i colori vanno studiati e approfonditi non solo come fenomeno fisico ma anche come elementi inscindibili dall’uomo e dalla sua esperienza. La proprietà di ciascun colore di emettere energia determina che il nostro organismo, esposto alla loro influenza, ne sia condizionato. Considerando tali aspetti è possibile dunque costruire in modo consapevole l’ambiente cromatico con cui interagiamo quotidianamente. L’influsso del colore predominante è notevole nella percezione del freddo/caldo, nell’induzione di riposo/eccitazione, calma/irritazione, benessere/disagio.

I colori vengono fruiti innanzitutto attraverso il complesso fenomeno della percezione, processo mediante il quale traiamo informazioni sul mondo nel quale viviamo. La percezione visiva avviene attraverso la nostra retina, la quale contiene cellule sensibili alla luce di due tipi: coni e bastoncelli. I coni (circa 7 milioni) sono concentrati al centro della retina, funzionano solo in presenza di luce intensa e ci fanno percepire i colori e i dettagli più piccoli, quindi la definizione dell’immagine. I bastoncelli, radi al centro e numerosi in periferia (circa 170 milioni) ci consentono di percepire le deboli intensità luminose, insufficienti a stimolare i coni. Sono inoltre sensibili agli oggetti in movimento.
L’essere umano dispone di due tipi di visione: fototopica (diurna) e scototopica (notturna e crepuscolare). Questi apparati oculari lavorano insieme:
– per leggere o per percepire i colori focalizziamo l’immagine al centro della retina, ricchissima di coni;
– per attraversare la strada guardiamo soprattutto con la coda dell’occhio, sfruttiamo dunque la capacità dei bastoncelli di dare una visione d’insieme degli oggetti in movimento
– di notte sono attivi solo i bastoncelli, per cui percepiamo gli oggetti senza definizione, senza dettaglio; questo spiega il fenomeno per cui se di notte osserviamo una stella dalla luce debole, dopo alcuni minuti essa scompare dal nostro schema visivo, mentre ricompare se la guardiamo con la coda dell’occhio.

La percezione dello spazio pone inoltre il problema di come sia possibile vedere in modo tridimensionale con distanza e profondità, dal momento che la retina giace su una superficie a due dimensioni; è la visione detta stereoscopica, che rende possibile apprezzare distanza e profondità attraverso la convergenza degli occhi e la disparità delle immagini retiniche (l’occhio destro non coglie la stessa immagine del sinistro, e viceversa).
Va sottolineato che la percezione in senso esteso, in cui all’atto visivo si aggiungono numerosi fattori cognitivi, psicologici, ambientali e contingenti, costituisca sia un complesso di elementi di consapevolezza, ma soprattutto costituisce l’espressione più influente sulla psicologia di ogni individuo, all’interno di quel particolare rapporto simbiotico che ogni individuo instaura con l’ambiente. È altresì importante considerare che l’essere umano si sia evoluto a stretto contatto col mondo naturale, con i suoi tempi e mutamenti, ai quali ha dovuto adattarsi attraverso la formazione di una fenomenologia percettiva. Con l’evolversi delle scoperte tecnologiche ci si è allontanati dal modello percettivo originario aumentando la permanenza negli ambienti interni condizionato da tendenze, moda, esigenze della produzione industriale. Diverse ricerche in Psicologia Ambientale3 confermano che gli ambienti naturali, con la presenza di vegetazione e possibilmente d’acqua, sono universalmente preferiti a quelli urbani, o comunque edificati. Anche all’interno del paesaggio urbano, le strade fiancheggiate da alberi e cespugli verdi ricevono dai soggetti una valutazione affettiva più alta. Che cosa può permetterci allora di prevedere in che misura un ambiente piacerà ad un soggetto? L’incontro tra le caratteristiche fisiche del luogo e le aspettative, le motivazioni, gli scopi del soggetto, fa scattare la valutazione affettiva e il giudizio di preferenza o di rifiuto. Statisticamente un ambiente è ritenuto piacevole se dotato di una certa complessità, con ricchezza di stimoli, di aspetti percettivi, che tuttavia non ne compromettano la leggibilità. Deve essere inoltre un ambiente che “sostiene”, facilita cioè l’azione fornendo al soggetto la possibilità le informazioni utili senza troppe difficoltà. Gli ambienti valutati come più piacevoli sono quelli che vengono rievocati più correttamente. È anche interessante il dato che i paesaggi dell’infanzia più impressi, come emerge da interviste ad adulti, siano connessi o con l’ambiente naturale o con attività svolte in luoghi esterni alla casa. Questa attrazione esercitata dagli ambienti naturali non è né involontaria, né inconsapevole, ma è conseguenza dell’attivazione emozionale positiva suscitata dal contatto con risorse naturali che rispondono a nostri bisogni primordiali.
Sulla base dei dati che confermano l’importanza degli ambienti naturali nel recupero degli stress, si possono prefigurare prospettive terapeutiche che tengano conto del benefico effetto di vegetazione, acqua, panorami, per prevenire e curare l’affaticamento mentale. Non è casuale che la radiazione luminosa emessa dal fogliame illuminato dalla luce solare attivi maggiormente i gruppi dei coni retinici sensibili alle medie e lunghe lunghezze d’onda, provocando nel nostro cervello quella sensazione cromatica giallo-verde – un verde molto brillante, cangiante – che in tutte le sue varianti di luminosità fornisce una percezione positiva e riequilibrante in cui le attività sociali e culturali hanno sempre trovato le migliori condizioni per svilupparsi.
I verdi delle foglie, i petali di un fiore, non sono mai perfettamente uguali, anche per i diversi orientamenti rispetto alla sorgente luminosa. L’erba, così come uno specchio d’acqua, possiede la stessa caratteristica di variabilità cromatica. Queste dissonanze tonali, questa ricchezza di sfumature, anche stagionali, rientrano nello schema percettivo più consono all’essere umano e sono in sintonia con la nostra biologia.
Nello spazio domestico di chi abita in città, può essere utile e piacevole poter comunque godere della vista di piante: uno spicchio di visione oltre, un invito a guardare più in là, un’attività mentale benefica perché volta a cogliere elementi vivi, che si rinnovano e che cambiano colore, che fioriscono nell’alternanza delle stagioni; è come se allungassero la prospettiva dell’ambiente in cui viviamo.
È possibile creare delle situazioni particolarmente gradevoli con dipinti, sculture e giochi d’acqua, posti all’ingresso o in posizioni strategiche. Questo perché, soprattutto nelle case, l’architettura – come ben detto da Giacomo Rizzi4 – ha la funzione di provvedere ad un angolo di pace per l’anima, ad offrire luoghi dove la gente possa vivere in salute, dove possa acquisire forza, luoghi dove anche il silenzio possa essere un ospite gradito, essendo di per sé rigenerante e guaritore. Rumori discreti, gentili, calmanti, generatori di vita come lo scoppiettio del fuoco di un camino o lo scorrere dell’acqua, possono ritemprare il corpo fisico e la psiche Anche all’interno della propria casa la vista e il contatto con materiali naturali continua a nutrirci in positivo. Ad esempio il legno trasmette sensazioni di accoglienza, di calore, di naturalezza immediate per l’associazione con gli alberi da cui deriva; il cotto, soprattutto quello poroso, ci dà tutto il suo calore, la sua naturalezza (terracotta-terra) e la sua rusticità per l’uso ricorrente nella tradizione di campagna.
La ceramica invece incute una forma di rispetto, di riguardo; il marmo nella sua sontuosa e ricca freddezza, è indicato per ambienti importanti. La casa è l’ambito del privato, in essa dobbiamo acquisire energie, capacità, certezze che possono venire dal presente, ma anche da richiami ad un passato gradevole (per esempio dal vecchio mobile che racchiude ricordi affettuosi) che ci parla di persone che sono state importanti per noi; prendersi cura di questi antichi oggetti può essere un modo per tenere in vita ricordi cari, positivi, che fanno parte della nostra storia.
Se condizione essenziale di uno spazio confortevole è il suo essere luogo protettivo e insieme rigenerante, anche la vista di materiali e superfici che diano il senso di tranquillità, calore, accoglienza, è da considerare. Le sensazioni immediate dateci da un ambiente con superfici smaltate, lucide, a colori forti, rispetto ad un altro con superfici opache, a tinte delicate, ricco di materiali morbidi, soffici, vellutati, possono essere profondamente diverse. Come già detto, nei paesaggi veri, nella natura, le tinte non sono mai piatte e uniformi ma policromi e cangianti. Nemmeno il cielo più sereno, il mare più calmo, il prato più curato si presenta con un unico colore. In natura le tinte piatte non esistono. Nella casa siamo comunque circondati da elementi inamovibili: muri, pavimenti e soffitti; per mediare, riempire ed alleggerire, produrre cambiamenti e rinnovare, abbiamo l’elemento luce.
La luce, collegata ai ritmi cosmici, deve essere ben presente sia in qualità che in quantità, visto che è d’importanza primaria per il nostro benessere, incidendo fortemente su tutti gli aspetti del corpo e della mente. Luce e colori inadeguati sono spesso collegati a cattiva salute o depressione. Luce e colori danno vita ad un intero ambiente. Dipinti, affreschi, con colori studiati, allungano virtualmente lo spazio, e sono fonte di piacere per i nostri sensi. Anche nell’architettura d’interni, anche in ambienti dove arriva poca luce, si possono creare infiniti giochi di colore, luce e acqua insieme alle piante, utilizzando lampade che emettono radiazioni simili alla luce naturale favorendo così la sintesi clorofilliana e la buona vegetazione delle piante.
Quando la luce del sole incontra superfici e materiali diversi, darà effetti che cambiano in funzione della superficie liscia, porosa, ruvida, granulare. Sono importanti entrambi, la luce naturale e la luce artificiale, combinate, studiate insieme, possono dare effetti di grande suggestività anche negli ambienti più semplici. Si possono studiare schermature costituite da tende colorate scorrevoli che possono alternarsi nel gioco delle stagioni, filtrando con tonalità diverse la luce solare, contribuendo a realizzare nell’ambiente in cui per esempio sostiamo per più tempo una sorta di cromoterapia benefica. Per la scelta dei colori è chiaramente opportuno un dialogo approfondito con la o le persone che ne fruiranno. Occorre infatti conoscerne la personalità, le condizioni psicofisiche, per abituarla all’uso attivo dei vari elementi, degli spazi, della casa, della sua casa, la cui realizzazione andrebbe vissuta con entusiasmo. La casa è il progetto del luogo più importante in cui viviamo, il primo ambito in cui possiamo cercare sicurezza, ci rappresenta, ci contiene, ci protegge; nella casa ci identifichiamo e ci sentiamo sicuri, qualcosa che tendiamo a pensare come durevole nel tempo. In psicologia si parla di place-identity, della dimensione personale in rapporto al proprio ambiente e che sottolinea la congruenza tra l’immagine del sé e quella del luogo in cui si vive.5 Quando esistono discrepanze tra la place identity di una persona e il luogo fisico in cui risiede, i suoi sforzi saranno tesi a modificare, forse a ristrutturare, l’ambiente secondo un’immagine più congruente al suo sé. Tutto questo andrà ad incidere sul legame affettivo: l’attaccamento alle case è stato molto studiato in quanto le emozioni collegate a questo ambiente rientrano nel nostro senso di identità personale, fanno parte della nostra storia, contribuiscono a farci essere ciò che siamo.

La recente, maggiore attenzione alla qualità della casa, corrisponde all’esigenza di un modo di vivere che cerca l’accordo con le proprie radici, con la propria “casa interna”, come simbolo della propria identità; ed è una tendenza che produce nuove esigenze. La bioarchitettura ascolta, dialoga con queste nuove esigenze, cercando ogni volta soluzioni creative, probabilmente ricollegandosi al ruolo che tradizionalmente aveva il progettare e il costruire come esperienza profonda e totalizzante in relazione con la vita stessa. L’ambiente, anche quello architettonico, con la sua staticità e consistenza fisica farà parte della nostra biografia, dei paesaggi e degli eventi che contribuiscono a rendere noi ciò che siamo. L’esperienza dell’ambiente ci accompagna durante tutta la giornata, i bambini vi crescono e per loro la casa è un universo da scoprire. Il bambino è completamente dipendente dall’ambiente, non potrebbe sopravvivere senza un adeguato sostegno ambientale.
L’ambiente non è ovviamente riducibile al luogo fisico in cui si abita, ma è anche questo con le sue connotazioni fisiche, affettive, comportamentali; è il contesto fisico e sociale in cui ci troviamo immersi. Winnicott che ha studiato a fondo da un punto di vista psicoanalitico le prime relazioni oggettuali del bambino, i primi processi di apprendimento, dà un ruolo centrale all’ambiente che “sostiene” segnalando quanto sia importante l’assistere il bambino nei primi mesi e anni di vita, fornendogli un ambiente favorevole per la salute mentale e per lo sviluppo affettivo6. All’inizio del suo processo evolutivo il bambino è un abitante nel corpo della madre, poi nelle sue braccia, poi nella casa fornita dai genitori. L’insieme di tutte le cure, i sostegni che il bambino riceve in tenera età dalla madre, da chi si prende cura di lui e dall’ambientale adeguato, serviranno a realizzare il “potenziale ereditario” che lo accompagnerà per tutta la vita. Lo sviluppo di ogni individuo dalla dipendenza assoluta all’indipendenza, è sempre connesso al suo abitare in un ambiente che, se favorevole, rende possibile la sua maturazione. Qui si formano le prime mappe cognitive, le rappresentazioni interne in memoria, che organizzano la complessità delle informazioni ambientali e permettono i comportamenti man mano appresi in relazione anche all’uso degli spazi. La coscienza e il sé abitano la casa, luogo di crescita e di trasformazioni, di maturazioni anche interne, psichiche.
Un ambiente destinato all’infanzia deve ad esempio dare sensazioni protettive in associazione con il ventre della madre, accogliente. È importante la presenza di Superfici e Materiali connessi al senso di tranquillità, di calore, di morbidezza, di accoglienza. Piuttosto che superfici smaltate, lucide, a colori forti, meglio superfici opache, ricche di materiali morbidi, soffici. Bisogna valutare le sensazioni provocate da ogni materiale, al di là del senso estetico. È consigliabile dunque evitare pavimenti insensibili, freddi, ambienti rigidi, immobili, forme spigolose, pesanti che producono sensazioni tattili non invitanti, anzi possono avere un’influenza frustrante sulla personalità in formazione. Una certa variabilità di forme incoraggia invece la mobilità interna, il pensare, il riflettere, il collegare, stimolando la fantasia e la creatività: spazi morbidi e fluidi, se possibile ricchi di sorprese, con nicchie, con elementi da esplorare, da scoprire, anche esterni, che stimolano l’immaginario e portano benessere.7 Queste esperienze creative si fisseranno nella memoria specie se sono accompagnate da emozioni positive. Un’attivazione positiva emozionale che accompagna la codifica del materiale, favorisce l’apprendimento, un buon immagazzinamento delle informazioni in memoria, e successivamente il ricordo.
Evidenziare gli aspetti psicologici e affettivi dell’abitare, diventa essenziale nel momento in cui consideriamo la casa – soprattutto per la prima età – come fosse la terza pelle, il guscio protettivo; è il luogo delle proiezioni interiori, dell’intimità che dialoga con gli oggetti, gli spazi, i materiali, i colori. La casa deve rispecchiare la personalità dei suoi abitanti aiutandoli nel bisogno di manifestarsi, di realizzarsi, anche come progetto di vita. La casa è un rifugio anche in senso psicologico, perché si ritrovano le radici, e ci si ricarica di energia.
Solide ricerche come quelle effettuate dalla nota scuola di M. Luscher hanno accertato che precise gradazioni cromatiche scelte tra una vasta campionatura (4565 colori sperimentali) determinano in tutti gli individui analizzati le stesse reazioni fisiologiche, sia nel senso di una maggiore attivazione che al contrario di un pacato rallentamento a seconda del colore. Le osservazioni sperimentali hanno preso in considerazione i movimenti respiratori, le pulsazioni cardiache, la pressione sanguigna, i battiti delle palpebre e le onde della corteccia cerebrale, la conducibilità elettrica delle palme delle mani. Questo al di là della cultura di appartenenza; ecco perché la percezione cromatica può essere definita un linguaggio sensoriale comprensibile a tutti, una sorta di lingua visiva.
Le più sottili differenze cromatiche sono percepibili con precisione da ogni individuo, dando una medesima esperienza percettiva che riguarda quella e non un’altra specifica tonalità di colore; ed è ciò che si intende con significato obiettivo. Ad esempio la percezione di un rosso produce in ogni persona un impulso stimolante e ha sempre un effetto eccitante, con effetti massimizzati da una precisa tonalità di rosso. Accanto a questo significato obiettivo esiste un significato soggettivo, individuale legato alla psicologia della persona: ci sarà chi del rosso accoglie la sensazione eccitante e chi invece la rifiuta sulla base di un disagio psicologico magari riferibile ad un nodo che non si è mai sciolto che ha provocato antipatie verso quel colore e tutto ciò che rappresenta.
Si è constatato inoltre che i colori non solo procurano sensazioni psicologiche, ma hanno riflessi su tutto l’organismo. Accade anche di associare ai colori dei suoni, sapori, odori. Queste relazioni (sinestesi) tra udito, vista, tatto, gusto e odorato sono molto frequenti e si basano su esperienze dirette, personali, legate al vissuto della persona. Il colore rosso è dunque l’attivatore per eccellenza; concentrandosi su questo colore il respiro si fa più rapido, la pressione sanguigna aumenta, il battito cardiaco accelera; è dunque un colore che, nel suo significato fisiologico e psicologico, attiva, favorisce i processi di socializzazione (in senso terapeutico è stato anche utilizzato negli ambienti per bambini con problemi di autismo) è utile lì dove serve riscaldare, per persone che hanno problemi alle ossa, reumatismi, anemie, problemi circolatori, ecc. Non è indicato per chi soffre d’ansia e per chi ha problemi cardiaci.
Anche l’arancio favorisce i processi di socializzazione, rafforza la volontà, il discernimento mentale, aiuta la mente ad aprirsi e a svilupparsi; è molto indicato per le stanze dei bambini o per gli ambienti in cui si vuole risaltare la convivialità, quindi negli arredi dei soggiorni, delle stanze da pranzo, lì dove si comunica, si scambia qualcosa con gli altri. In cromoterapia si usa per l’asma, le bronchiti, i calcoli biliari.
Il colore che è considerato un tonico per il cuore è il verde, che calma ed equilibra il simpatico, ed è usato oltre che per problemi cardiaci, anche per le emicranie, le febbri, gli stati d’ansia. In maniera particolare per il verde, il significato del colore cambia se cambia la tonalità: quanto più blu scuro viene aggiunto tanto più freddo risulta l’effetto psicologico del colore. Il verde bosco è quello che massimamente trasmette un senso di stabilità, di costanza e perseveranza.
Il viola è il colore purificatore. La sua elevata frequenza di vibrazioni può però avere un effetto deprimente su chi soffre di turbe mentali. Stimola le qualità intuitive, spirituali, artistiche, spinge alla trasformazione, a superare i limiti. Nel violetto c’è una componente di rosso e una di blu: la via del rosso è quella autonoma, autoritaria, affermativa, la via del blu è quella ricettiva dell’adattamento e della dedizione materna, dell’ascolto. Nel violetto questi colori si mescolano ed è curioso che in tutto il mondo, prima di raggiungere la pubertà, il 75 % dei bambini mostri una predilezione per questo colore, che viene costantemente scelto anche dalle donne in gravidanza.8
L’azzurro è l’antisettico, il colore che raffredda. Tutti i blu sono sedativi, calmanti, raffreddano, frenano la tensione nervosa, rallentano il battito cardiaco, il ritmo respiratorio, la pressione alta. La percezione cromatica del blu scuro è tra tutte quella che provoca il rilassamento più profondo, dunque il significato fisiologico obiettivo, generalmente valido, è la calma, la moderazione. È quindi colore indicato in ambienti dedicati alla meditazione o alla cura delle insonnie.
Nell’ambito domestico è opportuno per la zona letto, area della casa collegata all’inconscio, all’intimità, dove smettiamo la maschera diurna e siamo obbligati a confrontarci con la nostra ombra, quindi anche con quei lati che ci piacciono meno e che pure fanno parte di noi. La camera da letto andrebbe personalizzata il più possibile attraverso un approfondimento psicologico, un momento di autoanalisi per la scelta più appropriata di colori, arredi, elementi simbolici.
Il giallo, nella tonalità selezionata da Luscher, è il colore più chiaro e luminoso, che stimola e accende lo sviluppo, incoraggia l’iniziativa. Il giallo riflette massimamente la luce solare che dà l’impressione di scorrere velocemente sulla superficie, dà un senso immediato di rinnovamento e liberazione. È il colore prediletto da chi è dedito alla ricerca del nuovo. Corrisponde al significato di un libero sviluppo, anche se manca dell’intima profondità dei colori più scuri.
In conclusione lavorare con i colori, sceglierli sapientemente, comporta la conoscenza dei significati obiettivi di ogni percezione cromatica, valida per tutti e in tutte le culture, ma anche la considerazione dei significati soggettivi e psicologici sempre sottes nell’accettazione o nel rifiuto.
 

 

 

 

 

 

 

 
   

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