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BIOARCHITETTURA
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Numero 47 di febbraio-marzo 2006
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Colori & colori
Daniela D’Ambra
È noto quanto il cromatismo possegga un immediato e intenso
impatto emotivo, un suo significato, una propria forza che cattura
l’attenzione e incide sulle condizioni fisiologiche e psicologiche
di ogni individuo. I colori sono segnali universali che superano
le differenze culturali e linguistiche e racchiudono aree di
significato oggettivo, pur nella specificità delle risposte
individuali. L’atteggiamento personale nei confronti di
determinate situazioni cromatiche determina la particolare
influenza del colore nel mondo interiore in cui si intersecano
fenomeni ottici, psichici e spirituali: qualcosa vibra, si produce
una risonanza.
Il colore è intimamente legato alla luce, essendone espressione:
da punto di vista fisico si tratta di un’onda elettromagnetica
che, a differenza di altre (onde radio, raggi X, infrarossi) è
visibile all’occhio umano.
La lunghezze d’onda visibili rientrano tra i 380 nanometri del
violetto ai 790 nanometri del rosso (1 nanometro = 1 milionesimo
di metro). All’interno di questa banda possono essere identificate
le varie lunghezze d’onda che chiamiamo colori.
Questi sono i sette colori che corrispondono a quelli
dell’arcobaleno, gli stessi ottenuti da Newton nel famoso
esperimento di rifrazione col prisma. La luce bianca può infatti
scomporsi nelle sue componenti colorate se viene fatta passare
attraverso un prisma o se, rifratta dalle gocce d’acqua sospese
nell’aria dopo un temporale, origina l’arcobaleno. Newton scoprì
anche che ogni colore dello spettro visivo, oltre a possedere una
sua propria frequenza, emette anche una corrispondente energia, in
quantità inversamente proporzionale alla sua lunghezza d’onda; più
è alta la lunghezza d’onda, minore è la carica energetica, più
forte è la penetrazione (elemento rilevante nell’ambito delle
applicazioni terapeutiche). In base a queste leggi il rosso è
dunque il più penetrante, il viola in maniera limitata. Questo
rapporto tra lunghezza d’onda ed energia può essere espresso
mediante una piramide di sette piani vibratori a cui corrispondono
altrettanti colori con le relative lunghezze d’onda.# Salendo
verso il vertice partendo dalla base costituita dal rosso, i
colori hanno via via minore lunghezza d’onda e maggiore frequenza
vibratoria, fino al viola.
Se per Newton nell’unità della luce vi è una molteplicità
costituita dal colore, per Goethe la molteplicità (il colore)
risulta dalla polarità luce/oscurità. Il colore nascerebbe quindi
dalla tensione tra luce e oscurità. Ciascuno di questi due poli
dispone l’occhio in due differenti stati, provocandone
nell’oscurità la massima recettività, e nell’abbaglio della luce
la massima tensione.
Ai due estremi Luminosità – Oscurità troviamo
GIALLO BLU
Luce/espansione Oscurità/contrazione
Movimento centrifugo Movimento centripeto
Caldo Freddo
Se proviamo a fissare due cerchi uguali colorati internamente uno
di giallo e l’altro di blu, avremo la sensazione che il giallo si
espanda verso l’esterno, quasi abbagliandoci, mentre il blu
sviluppa un movimento concentrico su sé stesso, dando la
sensazione di allontanarsi da chi osserva.
Goethe1, collegandosi all’aspetto ondulatorio proprio della
nozione d’onda e al relativo concetto di continuità, ritiene vi
sia nel colore un’esperienza continua di vita, inscindibile dalla
natura umana che lo vive in sé. I colori fondamentali, primari,
secondo Goethe sono: giallo, rosso, blu.
Egli, tra i colori fondamentali e complementari, non annovera
l’indaco, che è una gradazione di blu molto intensa, chiamata
anche blu di mezzanotte.
Al di sotto del viola troviamo gli ultravioletti, e al di sopra
del rosso gli infrarossi.
E’ ormai adottata universalmente la terminologia da lui introdotta
per classificare i colori caldi (rosso arancio giallo) e quelli
freddi (turchese blu viola).
Le coppie di complementari dello stesso autore sono:
rosso – verde
arancio – blu
giallo – viola
È ormai noto come l’occhio umano venga appagato solo se viene
rispettata la legge del contrasto simultaneo, che riguarda i
complementari: cioè l’occhio umano esige l’integrazione di ogni
colore a cui è sottoposto con il suo complementare e, in mancanza
di questo tende ad autorappresentarlo. Ancor oggi è ignota la
causa di tale fenomeno. Probabilmente – come sottolinea Itten –
l’occhio partecipa ad un’universale esigenza di equilibrio e di
autoconservazione.
L’atteggiamento di Goethe, distante da quella strettamente fisica
di Newton, si sviluppa verso una visione globale dell’universo
interiore strettamente collegato all’ambiente esterno. Secondo
questa prospettiva anche i colori vanno studiati e approfonditi
non solo come fenomeno fisico ma anche come elementi inscindibili
dall’uomo e dalla sua esperienza. La proprietà di ciascun colore
di emettere energia determina che il nostro organismo, esposto
alla loro influenza, ne sia condizionato. Considerando tali
aspetti è possibile dunque costruire in modo consapevole
l’ambiente cromatico con cui interagiamo quotidianamente.
L’influsso del colore predominante è notevole nella percezione del
freddo/caldo, nell’induzione di riposo/eccitazione,
calma/irritazione, benessere/disagio.
I colori vengono fruiti innanzitutto attraverso il complesso
fenomeno della percezione, processo mediante il quale traiamo
informazioni sul mondo nel quale viviamo. La percezione visiva
avviene attraverso la nostra retina, la quale contiene cellule
sensibili alla luce di due tipi: coni e bastoncelli. I coni (circa
7 milioni) sono concentrati al centro della retina, funzionano
solo in presenza di luce intensa e ci fanno percepire i colori e i
dettagli più piccoli, quindi la definizione dell’immagine. I
bastoncelli, radi al centro e numerosi in periferia (circa 170
milioni) ci consentono di percepire le deboli intensità luminose,
insufficienti a stimolare i coni. Sono inoltre sensibili agli
oggetti in movimento.
L’essere umano dispone di due tipi di visione: fototopica (diurna)
e scototopica (notturna e crepuscolare). Questi apparati oculari
lavorano insieme:
– per leggere o per percepire i colori focalizziamo l’immagine al
centro della retina, ricchissima di coni;
– per attraversare la strada guardiamo soprattutto con la coda
dell’occhio, sfruttiamo dunque la capacità dei bastoncelli di dare
una visione d’insieme degli oggetti in movimento
– di notte sono attivi solo i bastoncelli, per cui percepiamo gli
oggetti senza definizione, senza dettaglio; questo spiega il
fenomeno per cui se di notte osserviamo una stella dalla luce
debole, dopo alcuni minuti essa scompare dal nostro schema visivo,
mentre ricompare se la guardiamo con la coda dell’occhio.
La percezione dello spazio pone inoltre il problema di come sia
possibile vedere in modo tridimensionale con distanza e
profondità, dal momento che la retina giace su una superficie a
due dimensioni; è la visione detta stereoscopica, che rende
possibile apprezzare distanza e profondità attraverso la
convergenza degli occhi e la disparità delle immagini retiniche
(l’occhio destro non coglie la stessa immagine del sinistro, e
viceversa).
Va sottolineato che la percezione in senso esteso, in cui all’atto
visivo si aggiungono numerosi fattori cognitivi, psicologici,
ambientali e contingenti, costituisca sia un complesso di elementi
di consapevolezza, ma soprattutto costituisce l’espressione più
influente sulla psicologia di ogni individuo, all’interno di quel
particolare rapporto simbiotico che ogni individuo instaura con
l’ambiente. È altresì importante considerare che l’essere umano si
sia evoluto a stretto contatto col mondo naturale, con i suoi
tempi e mutamenti, ai quali ha dovuto adattarsi attraverso la
formazione di una fenomenologia percettiva. Con l’evolversi delle
scoperte tecnologiche ci si è allontanati dal modello percettivo
originario aumentando la permanenza negli ambienti interni
condizionato da tendenze, moda, esigenze della produzione
industriale. Diverse ricerche in Psicologia Ambientale3 confermano
che gli ambienti naturali, con la presenza di vegetazione e
possibilmente d’acqua, sono universalmente preferiti a quelli
urbani, o comunque edificati. Anche all’interno del paesaggio
urbano, le strade fiancheggiate da alberi e cespugli verdi
ricevono dai soggetti una valutazione affettiva più alta. Che cosa
può permetterci allora di prevedere in che misura un ambiente
piacerà ad un soggetto? L’incontro tra le caratteristiche fisiche
del luogo e le aspettative, le motivazioni, gli scopi del
soggetto, fa scattare la valutazione affettiva e il giudizio di
preferenza o di rifiuto. Statisticamente un ambiente è ritenuto
piacevole se dotato di una certa complessità, con ricchezza di
stimoli, di aspetti percettivi, che tuttavia non ne compromettano
la leggibilità. Deve essere inoltre un ambiente che “sostiene”,
facilita cioè l’azione fornendo al soggetto la possibilità le
informazioni utili senza troppe difficoltà. Gli ambienti valutati
come più piacevoli sono quelli che vengono rievocati più
correttamente. È anche interessante il dato che i paesaggi
dell’infanzia più impressi, come emerge da interviste ad adulti,
siano connessi o con l’ambiente naturale o con attività svolte in
luoghi esterni alla casa. Questa attrazione esercitata dagli
ambienti naturali non è né involontaria, né inconsapevole, ma è
conseguenza dell’attivazione emozionale positiva suscitata dal
contatto con risorse naturali che rispondono a nostri bisogni
primordiali.
Sulla base dei dati che confermano l’importanza degli ambienti
naturali nel recupero degli stress, si possono prefigurare
prospettive terapeutiche che tengano conto del benefico effetto di
vegetazione, acqua, panorami, per prevenire e curare
l’affaticamento mentale. Non è casuale che la radiazione luminosa
emessa dal fogliame illuminato dalla luce solare attivi
maggiormente i gruppi dei coni retinici sensibili alle medie e
lunghe lunghezze d’onda, provocando nel nostro cervello quella
sensazione cromatica giallo-verde – un verde molto brillante,
cangiante – che in tutte le sue varianti di luminosità fornisce
una percezione positiva e riequilibrante in cui le attività
sociali e culturali hanno sempre trovato le migliori condizioni
per svilupparsi.
I verdi delle foglie, i petali di un fiore, non sono mai
perfettamente uguali, anche per i diversi orientamenti rispetto
alla sorgente luminosa. L’erba, così come uno specchio d’acqua,
possiede la stessa caratteristica di variabilità cromatica. Queste
dissonanze tonali, questa ricchezza di sfumature, anche
stagionali, rientrano nello schema percettivo più consono
all’essere umano e sono in sintonia con la nostra biologia.
Nello spazio domestico di chi abita in città, può essere utile e
piacevole poter comunque godere della vista di piante: uno
spicchio di visione oltre, un invito a guardare più in là,
un’attività mentale benefica perché volta a cogliere elementi
vivi, che si rinnovano e che cambiano colore, che fioriscono
nell’alternanza delle stagioni; è come se allungassero la
prospettiva dell’ambiente in cui viviamo.
È possibile creare delle situazioni particolarmente gradevoli con
dipinti, sculture e giochi d’acqua, posti all’ingresso o in
posizioni strategiche. Questo perché, soprattutto nelle case,
l’architettura – come ben detto da Giacomo Rizzi4 – ha la funzione
di provvedere ad un angolo di pace per l’anima, ad offrire luoghi
dove la gente possa vivere in salute, dove possa acquisire forza,
luoghi dove anche il silenzio possa essere un ospite gradito,
essendo di per sé rigenerante e guaritore. Rumori discreti,
gentili, calmanti, generatori di vita come lo scoppiettio del
fuoco di un camino o lo scorrere dell’acqua, possono ritemprare il
corpo fisico e la psiche Anche all’interno della propria casa la
vista e il contatto con materiali naturali continua a nutrirci in
positivo. Ad esempio il legno trasmette sensazioni di accoglienza,
di calore, di naturalezza immediate per l’associazione con gli
alberi da cui deriva; il cotto, soprattutto quello poroso, ci dà
tutto il suo calore, la sua naturalezza (terracotta-terra) e la
sua rusticità per l’uso ricorrente nella tradizione di campagna.
La ceramica invece incute una forma di rispetto, di riguardo; il
marmo nella sua sontuosa e ricca freddezza, è indicato per
ambienti importanti. La casa è l’ambito del privato, in essa
dobbiamo acquisire energie, capacità, certezze che possono venire
dal presente, ma anche da richiami ad un passato gradevole (per
esempio dal vecchio mobile che racchiude ricordi affettuosi) che
ci parla di persone che sono state importanti per noi; prendersi
cura di questi antichi oggetti può essere un modo per tenere in
vita ricordi cari, positivi, che fanno parte della nostra storia.
Se condizione essenziale di uno spazio confortevole è il suo
essere luogo protettivo e insieme rigenerante, anche la vista di
materiali e superfici che diano il senso di tranquillità, calore,
accoglienza, è da considerare. Le sensazioni immediate dateci da
un ambiente con superfici smaltate, lucide, a colori forti,
rispetto ad un altro con superfici opache, a tinte delicate, ricco
di materiali morbidi, soffici, vellutati, possono essere
profondamente diverse. Come già detto, nei paesaggi veri, nella
natura, le tinte non sono mai piatte e uniformi ma policromi e
cangianti. Nemmeno il cielo più sereno, il mare più calmo, il
prato più curato si presenta con un unico colore. In natura le
tinte piatte non esistono. Nella casa siamo comunque circondati da
elementi inamovibili: muri, pavimenti e soffitti; per mediare,
riempire ed alleggerire, produrre cambiamenti e rinnovare, abbiamo
l’elemento luce.
La luce, collegata ai ritmi cosmici, deve essere ben presente sia
in qualità che in quantità, visto che è d’importanza primaria per
il nostro benessere, incidendo fortemente su tutti gli aspetti del
corpo e della mente. Luce e colori inadeguati sono spesso
collegati a cattiva salute o depressione. Luce e colori danno vita
ad un intero ambiente. Dipinti, affreschi, con colori studiati,
allungano virtualmente lo spazio, e sono fonte di piacere per i
nostri sensi. Anche nell’architettura d’interni, anche in ambienti
dove arriva poca luce, si possono creare infiniti giochi di
colore, luce e acqua insieme alle piante, utilizzando lampade che
emettono radiazioni simili alla luce naturale favorendo così la
sintesi clorofilliana e la buona vegetazione delle piante.
Quando la luce del sole incontra superfici e materiali diversi,
darà effetti che cambiano in funzione della superficie liscia,
porosa, ruvida, granulare. Sono importanti entrambi, la luce
naturale e la luce artificiale, combinate, studiate insieme,
possono dare effetti di grande suggestività anche negli ambienti
più semplici. Si possono studiare schermature costituite da tende
colorate scorrevoli che possono alternarsi nel gioco delle
stagioni, filtrando con tonalità diverse la luce solare,
contribuendo a realizzare nell’ambiente in cui per esempio
sostiamo per più tempo una sorta di cromoterapia benefica. Per la
scelta dei colori è chiaramente opportuno un dialogo approfondito
con la o le persone che ne fruiranno. Occorre infatti conoscerne
la personalità, le condizioni psicofisiche, per abituarla all’uso
attivo dei vari elementi, degli spazi, della casa, della sua casa,
la cui realizzazione andrebbe vissuta con entusiasmo. La casa è il
progetto del luogo più importante in cui viviamo, il primo ambito
in cui possiamo cercare sicurezza, ci rappresenta, ci contiene, ci
protegge; nella casa ci identifichiamo e ci sentiamo sicuri,
qualcosa che tendiamo a pensare come durevole nel tempo. In
psicologia si parla di place-identity, della dimensione personale
in rapporto al proprio ambiente e che sottolinea la congruenza tra
l’immagine del sé e quella del luogo in cui si vive.5 Quando
esistono discrepanze tra la place identity di una persona e il
luogo fisico in cui risiede, i suoi sforzi saranno tesi a
modificare, forse a ristrutturare, l’ambiente secondo un’immagine
più congruente al suo sé. Tutto questo andrà ad incidere sul
legame affettivo: l’attaccamento alle case è stato molto studiato
in quanto le emozioni collegate a questo ambiente rientrano nel
nostro senso di identità personale, fanno parte della nostra
storia, contribuiscono a farci essere ciò che siamo.
La recente, maggiore attenzione alla qualità della casa,
corrisponde all’esigenza di un modo di vivere che cerca l’accordo
con le proprie radici, con la propria “casa interna”, come simbolo
della propria identità; ed è una tendenza che produce nuove
esigenze. La bioarchitettura ascolta, dialoga con queste nuove
esigenze, cercando ogni volta soluzioni creative, probabilmente
ricollegandosi al ruolo che tradizionalmente aveva il progettare e
il costruire come esperienza profonda e totalizzante in relazione
con la vita stessa. L’ambiente, anche quello architettonico, con
la sua staticità e consistenza fisica farà parte della nostra
biografia, dei paesaggi e degli eventi che contribuiscono a
rendere noi ciò che siamo. L’esperienza dell’ambiente ci
accompagna durante tutta la giornata, i bambini vi crescono e per
loro la casa è un universo da scoprire. Il bambino è completamente
dipendente dall’ambiente, non potrebbe sopravvivere senza un
adeguato sostegno ambientale.
L’ambiente non è ovviamente riducibile al luogo fisico in cui si
abita, ma è anche questo con le sue connotazioni fisiche,
affettive, comportamentali; è il contesto fisico e sociale in cui
ci troviamo immersi. Winnicott che ha studiato a fondo da un punto
di vista psicoanalitico le prime relazioni oggettuali del bambino,
i primi processi di apprendimento, dà un ruolo centrale
all’ambiente che “sostiene” segnalando quanto sia importante
l’assistere il bambino nei primi mesi e anni di vita, fornendogli
un ambiente favorevole per la salute mentale e per lo sviluppo
affettivo6. All’inizio del suo processo evolutivo il bambino è un
abitante nel corpo della madre, poi nelle sue braccia, poi nella
casa fornita dai genitori. L’insieme di tutte le cure, i sostegni
che il bambino riceve in tenera età dalla madre, da chi si prende
cura di lui e dall’ambientale adeguato, serviranno a realizzare il
“potenziale ereditario” che lo accompagnerà per tutta la vita. Lo
sviluppo di ogni individuo dalla dipendenza assoluta
all’indipendenza, è sempre connesso al suo abitare in un ambiente
che, se favorevole, rende possibile la sua maturazione. Qui si
formano le prime mappe cognitive, le rappresentazioni interne in
memoria, che organizzano la complessità delle informazioni
ambientali e permettono i comportamenti man mano appresi in
relazione anche all’uso degli spazi. La coscienza e il sé abitano
la casa, luogo di crescita e di trasformazioni, di maturazioni
anche interne, psichiche.
Un ambiente destinato all’infanzia deve ad esempio dare sensazioni
protettive in associazione con il ventre della madre, accogliente.
È importante la presenza di Superfici e Materiali connessi al
senso di tranquillità, di calore, di morbidezza, di accoglienza.
Piuttosto che superfici smaltate, lucide, a colori forti, meglio
superfici opache, ricche di materiali morbidi, soffici. Bisogna
valutare le sensazioni provocate da ogni materiale, al di là del
senso estetico. È consigliabile dunque evitare pavimenti
insensibili, freddi, ambienti rigidi, immobili, forme spigolose,
pesanti che producono sensazioni tattili non invitanti, anzi
possono avere un’influenza frustrante sulla personalità in
formazione. Una certa variabilità di forme incoraggia invece la
mobilità interna, il pensare, il riflettere, il collegare,
stimolando la fantasia e la creatività: spazi morbidi e fluidi, se
possibile ricchi di sorprese, con nicchie, con elementi da
esplorare, da scoprire, anche esterni, che stimolano l’immaginario
e portano benessere.7 Queste esperienze creative si fisseranno
nella memoria specie se sono accompagnate da emozioni positive.
Un’attivazione positiva emozionale che accompagna la codifica del
materiale, favorisce l’apprendimento, un buon immagazzinamento
delle informazioni in memoria, e successivamente il ricordo.
Evidenziare gli aspetti psicologici e affettivi dell’abitare,
diventa essenziale nel momento in cui consideriamo la casa –
soprattutto per la prima età – come fosse la terza pelle, il
guscio protettivo; è il luogo delle proiezioni interiori,
dell’intimità che dialoga con gli oggetti, gli spazi, i materiali,
i colori. La casa deve rispecchiare la personalità dei suoi
abitanti aiutandoli nel bisogno di manifestarsi, di realizzarsi,
anche come progetto di vita. La casa è un rifugio anche in senso
psicologico, perché si ritrovano le radici, e ci si ricarica di
energia.
Solide ricerche come quelle effettuate dalla nota scuola di M.
Luscher hanno accertato che precise gradazioni cromatiche scelte
tra una vasta campionatura (4565 colori sperimentali) determinano
in tutti gli individui analizzati le stesse reazioni fisiologiche,
sia nel senso di una maggiore attivazione che al contrario di un
pacato rallentamento a seconda del colore. Le osservazioni
sperimentali hanno preso in considerazione i movimenti
respiratori, le pulsazioni cardiache, la pressione sanguigna, i
battiti delle palpebre e le onde della corteccia cerebrale, la
conducibilità elettrica delle palme delle mani. Questo al di là
della cultura di appartenenza; ecco perché la percezione cromatica
può essere definita un linguaggio sensoriale comprensibile a
tutti, una sorta di lingua visiva.
Le più sottili differenze cromatiche sono percepibili con
precisione da ogni individuo, dando una medesima esperienza
percettiva che riguarda quella e non un’altra specifica tonalità
di colore; ed è ciò che si intende con significato obiettivo. Ad
esempio la percezione di un rosso produce in ogni persona un
impulso stimolante e ha sempre un effetto eccitante, con effetti
massimizzati da una precisa tonalità di rosso. Accanto a questo
significato obiettivo esiste un significato soggettivo,
individuale legato alla psicologia della persona: ci sarà chi del
rosso accoglie la sensazione eccitante e chi invece la rifiuta
sulla base di un disagio psicologico magari riferibile ad un nodo
che non si è mai sciolto che ha provocato antipatie verso quel
colore e tutto ciò che rappresenta.
Si è constatato inoltre che i colori non solo procurano sensazioni
psicologiche, ma hanno riflessi su tutto l’organismo. Accade anche
di associare ai colori dei suoni, sapori, odori. Queste relazioni
(sinestesi) tra udito, vista, tatto, gusto e odorato sono molto
frequenti e si basano su esperienze dirette, personali, legate al
vissuto della persona. Il colore rosso è dunque l’attivatore per
eccellenza; concentrandosi su questo colore il respiro si fa più
rapido, la pressione sanguigna aumenta, il battito cardiaco
accelera; è dunque un colore che, nel suo significato fisiologico
e psicologico, attiva, favorisce i processi di socializzazione (in
senso terapeutico è stato anche utilizzato negli ambienti per
bambini con problemi di autismo) è utile lì dove serve riscaldare,
per persone che hanno problemi alle ossa, reumatismi, anemie,
problemi circolatori, ecc. Non è indicato per chi soffre d’ansia e
per chi ha problemi cardiaci.
Anche l’arancio favorisce i processi di socializzazione, rafforza
la volontà, il discernimento mentale, aiuta la mente ad aprirsi e
a svilupparsi; è molto indicato per le stanze dei bambini o per
gli ambienti in cui si vuole risaltare la convivialità, quindi
negli arredi dei soggiorni, delle stanze da pranzo, lì dove si
comunica, si scambia qualcosa con gli altri. In cromoterapia si
usa per l’asma, le bronchiti, i calcoli biliari.
Il colore che è considerato un tonico per il cuore è il verde, che
calma ed equilibra il simpatico, ed è usato oltre che per problemi
cardiaci, anche per le emicranie, le febbri, gli stati d’ansia. In
maniera particolare per il verde, il significato del colore cambia
se cambia la tonalità: quanto più blu scuro viene aggiunto tanto
più freddo risulta l’effetto psicologico del colore. Il verde
bosco è quello che massimamente trasmette un senso di stabilità,
di costanza e perseveranza.
Il viola è il colore purificatore. La sua elevata frequenza di
vibrazioni può però avere un effetto deprimente su chi soffre di
turbe mentali. Stimola le qualità intuitive, spirituali,
artistiche, spinge alla trasformazione, a superare i limiti. Nel
violetto c’è una componente di rosso e una di blu: la via del
rosso è quella autonoma, autoritaria, affermativa, la via del blu
è quella ricettiva dell’adattamento e della dedizione materna,
dell’ascolto. Nel violetto questi colori si mescolano ed è curioso
che in tutto il mondo, prima di raggiungere la pubertà, il 75 %
dei bambini mostri una predilezione per questo colore, che viene
costantemente scelto anche dalle donne in gravidanza.8
L’azzurro è l’antisettico, il colore che raffredda. Tutti i blu
sono sedativi, calmanti, raffreddano, frenano la tensione nervosa,
rallentano il battito cardiaco, il ritmo respiratorio, la
pressione alta. La percezione cromatica del blu scuro è tra tutte
quella che provoca il rilassamento più profondo, dunque il
significato fisiologico obiettivo, generalmente valido, è la
calma, la moderazione. È quindi colore indicato in ambienti
dedicati alla meditazione o alla cura delle insonnie.
Nell’ambito domestico è opportuno per la zona letto, area della
casa collegata all’inconscio, all’intimità, dove smettiamo la
maschera diurna e siamo obbligati a confrontarci con la nostra
ombra, quindi anche con quei lati che ci piacciono meno e che pure
fanno parte di noi. La camera da letto andrebbe personalizzata il
più possibile attraverso un approfondimento psicologico, un
momento di autoanalisi per la scelta più appropriata di colori,
arredi, elementi simbolici.
Il giallo, nella tonalità selezionata da Luscher, è il colore più
chiaro e luminoso, che stimola e accende lo sviluppo, incoraggia
l’iniziativa. Il giallo riflette massimamente la luce solare che
dà l’impressione di scorrere velocemente sulla superficie, dà un
senso immediato di rinnovamento e liberazione. È il colore
prediletto da chi è dedito alla ricerca del nuovo. Corrisponde al
significato di un libero sviluppo, anche se manca dell’intima
profondità dei colori più scuri.
In conclusione lavorare con i colori, sceglierli sapientemente,
comporta la conoscenza dei significati obiettivi di ogni
percezione cromatica, valida per tutti e in tutte le culture, ma
anche la considerazione dei significati soggettivi e psicologici
sempre sottes nell’accettazione o nel rifiuto.





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