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BIOARCHITETTURA
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Numero 47 di febbraio-marzo 2006
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Le meraviglie nella Dream House
Stefano Orlando Puracchio
Alcuni autori usano il termine “bioarchitettura” come sinonimo di
quella branca dell’architettura, detta bioclimatica, che si pone
l’obiettivo di porre in relazione l’edificio con le risorse
energetiche naturali disponibili in loco; altri sostengono invece
che bioarchitettura sia la fusione dell’architettura bioclimatica
con le pratiche di una edilizia incline a soluzioni tradizionali
venate (scandalo dell’establishment) di geomanzia, geobiologia,
tarocchi e simili. Tali incertezze circa la definizione e
l’oggetto di studio non devono sorprendere: situazioni simili
persistono in molti campi (basti pensare al dualismo semiologia
versus semiotica) soprattutto là dove la commistione fra
sottogeneri si arricchisce di elementi provenienti da aree di
studio limitrofe. Nel Giappone modernissimo ma con radici antiche,
ad esempio, il concetto di “architettura ecologica” appare come
confluenza di tre elementi: bioclimatica, feng shui e domotica.
Non solo dunque attenzione ai materiali, ai manufatti o agli
strumenti di produzione poco inquinanti, al risparmio energetico,
all’isolamento acustico e alla cura per l’ambiente esterno; non
solo si mantengono vive le consolidate conoscenze del feng shui,
ma si pone una attenzione particolare anche all’integrazione nel
quotidiano delle tecnologie più avveniristiche. Il termine
domotica deriva dall’importazione del neologismo francese
domotique, a sua volta contrazione della parola greca domos (casa,
edificio) e di automatique (automatica, o secondo alcuni
informatique, informatica). La domotica ha dunque come oggetto di
studio privilegiato l’home automation (automazione della casa)
definendo sistemi per automatizzare l’abitazione e facilitare
l’adempimento delle azioni connesse all’abitare. In altre parole
propone sicurezza e benessere, in un contesto di design
appropriato e compatibile con i principi della sostenibilità.
Attraverso un’unica “centrale intelligente” collegata ad una serie
di controlli periferici (come i pannelli touch screen) riesce a
gestire e rendere più agevoli le varie attività interne
all’abitazione (accensione luci, attivazione e comando
elettrodomestici, gestione climatizzazione, apertura di porte e
finestre, ecc.), ne aumenta la sicurezza (controllo
anti-intrusione, fughe di gas, incendi, allagamenti, ecc.) e
consente la connessione a distanza con servizi di assistenza
(tele-soccorso, tele-assistenza, tele-monitoraggio, ecc.). Secondo
gli analisti giapponesi ci vorranno ancora circa dieci anni perché
si diffonda il nuovo volto della casa, cioè per trasferire
l’utopia di una vita agiata e salubre ma a basso consumo
energetico, dagli allestimenti occasionali ed un po’ artificiosi
degli showroom tecno-glamour, alla realtà più prosaica (ma molto
promettente) del mercato di massa. Al 2015 ha dato idealmente
appuntamento Dream House PAPI, la casa futuribile allestita dalla
Toyota in concomitanza con l’Expo Universale recentemente tenutosi
in Giappone all’insegna dell’ambientalismo (tema guida “la
saggezza della natura”). Realizzata in stretta collaborazione con
Ken Sakamura, ideatore già vent’anni fa del progetto Tron votato
al “total computing everywhere”, ambiente globale in cui i
dispositivi elettronici intelligenti dialogano in tempo reale
grazie alla creazione di un’architettura “sociale” (sic). Di
particolare PAPI ha l’anima ubiquitaria, che “vive in uno spazio
fluido e dinamico, permettendo di controllare tutto in remoto, da
qualunque punto, interno o esterno all’abitazione”. Tra le
soluzioni più innovative sperimentate c’è lo “storage
intelligente”, una sorta di inventario computerizzato che consente
di ritrovare gli oggetti dimenticati. Ovviamente l’intera
superficie esterna, tetto e pareti, costituiscono una fonte di
auto-approvvigionamento solare trasformato lì per lì in energia,
stoccabile in apposite celle. Inedita l’area garage, ove il server
domestico ed il sistema di navigazione di bordo collaborano
scambiandosi informazioni e, nel caso, anche energia. Il motore
Toyota Motor Corporation’s Prius hybrid Sedan garantisce, a detta
degli esperti, una autonomia di circa 36 ore con un pieno (di
elettricità o gasolio) per esempio in caso di blocco
dell’approvvigionamento elettrico dell’appartamento a causa di un
terremoto.
La Dream House (689 m2
calpestabili), frutto di cinque anni di progettazione e
costruzione, è collocata in un appezzamento di terreno (3.500 m2)
vicino al museo Toyota nella prefettura di Aichi. I suoi
costituenti principali sono vetro e alluminio, messi in opera
pensando alla loro futura riciclabilità. Uno speciale rivestimento
rende autopulenti le grandi finestre di vetro che quindi non
necessitano di interventi esterni. La sala da pranzo ha una
superficie pari ad un mini appartamento normalmente usato da una
famiglia di quattro persone a Tokyo. Inoltre il camino che svetta
sul tetto procurerebbe problemi con il vicinato e probabilmente
anche con le amministrazioni locali in una collocazione urbana ad
alta densità.
Il Prof. Arch. Sakamura è però convinto che “le persone debbano
vivere e lavorare in ambienti piacevoli ed avere molte stanze per
muoversi certi di poterne avere una in particolare nella quale
sentirsi rilassati.” Adatto ai nuovi lettori DVD e ai display
widescreen integrati, impera l’impianto di home theater con sonoro
surround, in grado di individuare dove le persone si trovano ed
automaticamente regolare luce e suono in base a posizione e
preferenze mnemorizzate. Il “comunicatore di ubiquità” (ubiquitous
communicator) è comunque sempre disponibile per apportare i
cambiamenti desiderati, anche alla temperatura dell’aria
condizionata o alla velocità di ventilazione. Tuttavia riflessioni
afferenti all’energia, alla socializzazione, alla equità, non
possono non sollevare qualche dubbio.




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