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BIOARCHITETTURA
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Numero 47 di febbraio-marzo 2006
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Eco design
Da dove viene, dove va
Claudio De Luca
Solo il 25% degli oltre 6 miliardi di abitanti della Terra vivono
in aree industrializzate, ma essi consumano l’80% di energia. Meno
di 2 miliardi di persone consumano l’85% delle sostanze chimiche
prodotte e sono responsabili del 90% dell’inquinamento prodotto
dall’uso delle auto. Il traguardo dei 20 miliardi di abitanti
(ossia 10 volte la popolazione presente all’inizio del ventesimo
secolo) non è così lontano da non destare preoccupazione. La
società, i politici, gli economisti e le imprese dovranno
coordinare gli sforzi progettuali nella direzione di un consumo
più equo, solidale ed ecologicamente compatibile. I designer
possono contribuire in maniera sostanziale alla frenata del
degrado in atto progettando prodotti, materiali e servizi “eco
sostenibili” in grado cioè di soddisfare i bisogni dell’uomo ma
con un uso più consapevole delle risorse naturali e un’attenzione
maggiore agli equilibri degli ecosistemi. Lo spreco di risorse
legato alla obsolescenza precoce e programmata dei prodotti della
tecnica, il cui avvicendamento è solo in piccola parte
giustificato da una migliore efficienza energetica, è ancora
fenomeno in preoccupante crescita. Le case produttrici di
hardware, software, telefonia, raddoppiano le prestazioni dei loro
prodotti ogni diciotto mesi inducendo l’utente all’acquisto di
nuovi oggetti spesso sott’utilizzati. Si rincorre ancora il mito
della libertà individuale come elemento dominante della società
attraverso la proposta di automobili sempre più grandi,
prestigiose, veloci e dai consumi eccessivi. Incidenti stradali e
sul lavoro, inquinamenti al piombo, al cloro, alle polveri
sottili, al carbonio sono dati che non incidono sul cambiamento
degli stili di vita. Si fa ancora un uso di apparecchi che hanno
refrigeranti come i CFC (clorofluorocarburi) o gli HCFC (idrofluorocarburi)
responsabili dei danni allo strato protettivo di ozono
dell’atmosfera o più in generale si producono e si distribuiscono
elettrodomestici poco eco efficienti, inquinanti e dall’alto
dispendio di energie e risorse. Continua la creazione, nata
durante la rivoluzione industriale, di materiali sintetici nocivi
che contribuiscono all’esaurimento delle risorse non rinnovabili,
alla produzione di emissioni tossiche nell’aria, nell’acqua, nella
terra, alla creazione generalizzata di rifiuti.
Tuttavia oggi i designer dispongono di una vasta gamma di
alternative più ecologiche e detengono le risorse intellettuali,
tecniche ed economiche per ampliarne il numero e le prestazioni.
Accanto alle ragioni che hanno da sempre determinato la scelta di
un materiale destinato alla progettazione di un prodotto (tecnica,
economia, estetica) si affiancano oggi ragioni ecologiche. Si
tende a definire materiale ecologico quello che a fronte di un
minimo e controllato impatto sull’ecosistema offre performance
adeguate alla produzione di un determinato prodotto. Si suole
distinguere i materali tra quelli provenienti dalla biosfera,
dalla litosfera e dalla tecnosfera. Originati dalle piante, dagli
animali e dai micro-organismi, i materiali della biosfera sono
rinnovabili ed vengono reintegrati dalla natura.
Tra di essi si annoverano anche alcuni materiali prodotti
dall’uomo come i biopolimeri, che si trasformano in concime
organico, e i biocomposti. I materiali della litosfera, si
dividono sostanzialmente in due categorie: da un lato sabbia,
ghiaia, pietra, creta, ecc.; dall’altro carburanti fossili,
minerali metallici, pietre e metalli preziosi. I materiali della
biosfera sono spesso oggetto di processi di lavorazione per
ottenere i materiali della tecnosfera. I materiali della
tecnosfera sono di norma non rinnovabili e non reintegrabili nei
cicli naturali. Essendo le risorse della terra un numero limitato,
vanno adottate tutte le strategie tese a ridurne il consumo ed a
prolungarne il valore attraverso l’allungamento (tendente
all’infinito) delle fasi di utilizzo.
Il design ecologico
La definizione di design ecologico tende a ripiegarsi sull’idea di
una attività progettuale tesa ad ottenere oggetti o sistemi che
tengono in prioritaria considerazione il loro impatto effettivo
e/o indotto sull’ambiente e sulla salute umana. Ogni definizione
più dettagliata tenderebbe infatti ad infrangersi contro le
diverse accezioni, sensibilità e posizioni teoriche presenti nei
rispettivi campi del design e dell’ecologia, in larga misura
connesse con la indeterminatezza del bacino semantico a cui i due
termini, design ed ecologia, attingono significato. Si parla di
design nella progettazione del paesaggio, del territorio,
dell’architettura, del disegno industriale, dei beni di consumo,
della grafica, ecc. Analogamente, negli stessi settori della
progettazione, al concetto di design si affianca ripetutamente il
termine ecologia, lasciando presagire una relazione strategica tra
i due termini attraverso la messa in opera di una progettazione
genericamente attenta ai temi legati all’ambiente, alla
sovrapproduzione, alla salute umana e alla tutela delle risorse.
Anche restringendo il campo della ricerca alla sola attività
progettuale del disegno industriale, inteso nella sua definizione
più aggiornata, cioè come insieme integrato di prodotti, servizi e
comunicazioni, il rapporto dinamico con l’ambito ecologico rimane
inevitabilmente aperto e non a sufficienza determinato. In
generale vige assodata convergenza che ogni valutazione vada
estesa all’intero ciclo di vita del prodotto, ciclo da mantenere
il più ampio possibile per comprendere al suo interno le fasi di
utilizzo secondo, terzo, quarto e così via del contenuto in
risorsa energetica e materiale.
Ciclo di vita del prodotto
Si tratta di una espressione riferita a quell’insieme di attività
e processi che a partire dall’estrazione delle risorse necessarie
alla produzione dei materiali che compongono il prodotto o il
sistema, arriva fino alla completa dismissione dello stesso.
L’adozione di questo concetto consente di elencare e quantificare
in termini di materia ed energia consumata tutte le fasi che
concorrono alla pre-produzione (acquisizione risorse, loro
trasporto e trasformazione in materiali ed energia), produzione,
distribuzione, uso e dismissione di un prodotto, valutandone le
conseguenze ambientali, economiche e sociali.
Più sullo sfondo rimangono invece, in questa accezione, rimangono
le questioni strettamente connesse con la salute psicofisica di
produttori, installatori, fruitori e smaltitori finali cosiccome
l’obiettivo logico di qualunque produzione: il miglioramento
effettivo della qualità della vita esteso al numero più ampio
possibile di persone. Le risorse utilizzate possono essere
primarie rinnovabili (per es. biomasse) o primarie non rinnovabili
(per es. gas, petrolio, minerali) oppure possono essere
secondarie, cioè provenienti da processi di riciclo. Materiali ed
energia vengono a loro volta trasportati, stoccati e trasformati
in fabbrica in componenti del prodotto industriale. Dopo
l’avvenuto assemblaggio, questo andrà distribuito. Di questa fase
fanno parte l’imballaggio, il trasporto e il deposito nei
magazzini. All’uso del prodotto segue la sua dismissione che può
assumere le forme del riuso, del riciclaggio o del compostaggio.
L’evoluzione
Le prime generiche elaborazioni concettuali connesse all’approccio
ciclico risalgono alla fine degli anni ‘60. Negli Stati Uniti, ove
i fenomeni del consumismo sono più precoci e macroscopici, la
presa di posizione dei nascenti movimenti ambientalisti contro le
degenerazioni del consumo produsse le prime riflessioni
scientifiche intorno alla sostenibilità ambientale. Il mito del
progresso illimitato che aveva dilatato la produzione, i consumi e
i rifiuti, si scontrava con il problema della incompatibilità a
breve tra le risorse reperibili e le proiezioni di utilizzo dei
beni da parte di una popolazione in crescita e sempre più avida.
Ben presto questi ricercatori si resero conto che la limitatezza
delle risorse e/o delle conoscenze acquisite in termini di nuove
risorse, unita alla difficoltà nel variare stili di vita
consolidatisi nella dinamica del miglioramento continuo, offrivano
come unica strada percorribile la declinazione del sistema
produttivo secondo criteri ambientali. L’interesse prodotto da
tali posizioni incentivò a sua volta la nascita e lo sviluppo di
diversi movimenti ambientalisti le cui pressioni generarono nel
corso del tempo la formazione di una crescente sensibilità e
consapevolezza ecologica e la conseguente messa a regime di
metodologie e strumenti. La susseguente crisi energetica dei primi
anni ’70, alimentando gli studi sulla riduzione dei consumi
energetici e stimolando l’attenzione verso il concetto di
limitatezza delle risorse, portò ad alcune interessanti
elaborazioni. Tra i casi più citati le ricerche REPA (Resource and
Environmental Profile Analysis) condotte per conto di alcune
famose Company americane quali la The Coca Cola Company che si
interrogava sul materiale dei contenitori (plastica, vetro o
alluminio) e sulle forme di riuso (a perdere o a rendere) o la
Mobil Chemical Company che ricercava risposte alla compatibilità
ecologica dei fogli in polistirene adottati per avvolgere i cibi
in sostituzione dei tradizionali fogli di carta. La novità
dell’approccio ciclico si distingueva anche per la sua visione
trasversale, ove le consolidate categorie economiche di
suddivisione stagna delle industrie (edile, manifatturiera,
agroalimentare, ecc.) venivano tradite e svuotate di senso
dall’attraversamento attuato seguendo l’analisi del ciclo di vita
di ogni singolo prodotto.
Per le prime timide normative in materia ambientale bisognò
attendere gli anni ’80, con l’apparire di oggetti eco compatibili
quali testimonianza di singole iniziative di aziende o progettisti
impegnati in campo ambientale. Il dibattito crebbe sul finire del
decennio, alimentato anche dalla definizione di “sviluppo
sostenibile” comparsa per la prima volta nel 1987 negli atti della
Commissione Mondiale per l’Ambiente e lo Sviluppo. Tale
affermazione nasceva dalla dimostrazione che, non esistendo
processi produttivi e quindi prodotti a impatto ambientale zero,
ossia senza costi energetici e ambientali, la strada da percorrere
era quella di individuare e analizzare i processi che portavano
alla produzione, realizzazione e dismissione di un prodotto,
intervenendo su di essi attraverso azioni volte a migliorarne
l’efficienza. Il successivo generalizzarsi, nel corso degli anni
’90, di una maggiore consapevolezza in materia ambientale, favorì
la definizione di standard ambientali certificati e riconosciuti
dalla comunità internazionale, la stesura e l’applicazione di
norme più severe, l’accettazione di maggiori limiti e controlli da
parte del sistema produttivo. Ciò pose le basi per lo sviluppo di
alcuni software che consentirono per la prima volta di “misurare”
l’impatto complessivo di un prodotto sull’ambiente e la
conseguente nascita del termine “ecodesign”, accolto con grandi
speranze dagli ambientalisti. Elevato ben presto a livello di
concetto/slogan, questo termine si diffuse velocemente nella
comunità internazionale come il possibile incontro tra la
progettazione intesa come design e l’ambiente inteso come
ecologia. Pur superato da successive terminologie, l’ecodesign
ebbe il pregio di proporre, con un termine internazionalmente
riconosciuto e libero da traduzioni, una sintesi molto densa di
significato, facilmente comunicabile ed evocativa, di una
progettazione orientata dalla volontà di essere ecologici.
L’analisi del “ciclo di vita” divenne cosa condivisa, così come il
calcolo degli eco-indicatori la cui applicazione nelle operazioni
progettuali consentiva ai designer del tempo la definizione di
oggetti riconosciuti come ecologici.
Si intravide tuttavia ben presto che il problema ambientale non
poteva risolversi internamente alla singola progettazione o come
obiettivo di salvaguardia locale; costituiva invece un problema
generale ed interconnesso ad estensione mondiale. I pochi e pur
lodevoli miglioramenti in termini ambientali adottati nei vari
prodotti e nelle diverse fasi, si erano infatti concentrati nel
miglioramento dell’efficienza dei singoli processi o dei singoli
componenti dei processi produttivi, sottovalutando o ignorando che
l’azione industriale singola può essere facilmente bonificata,
cioè resa pulita, ma quasi sempre a carico di altri processi che
trasferiscono nel tempo o nello spazio le incidenze prodotte, con
il risultato di avere un bilancio globale identico o addirittura
peggiore del precedente.
Il sistema-prodotto
Strada facendo si consoliderà anche un altro concetto basilare: il
progressivo spostamento dell’attenzione dal prodotto alle
funzioni, sulla base della considerazione che il confronto in
termini assoluti tra materiali diversi o anche processi diversi
può avere poco senso se non si tiene conto delle loro prestazioni,
dei rendimenti, delle performance e quindi in una parola della
efficienza ambientale.
Nel frattempo, negli ultimi anni, le tecnologie, i software e la
terminologia sono stati perfezionati. I termini eco-design,
eco-indicatori, non risultano più adeguati alla percepita
complessità del sistema ambiente. Nuovi concetti e nuove strategie
operative come il Design for Environment o il Sustainable Product
Design cercano di coniugare e risolvere in un unico
“sistema-prodotto” l’impatto ambientale, etico e sociale superando
i singoli vantaggi generati dalle politiche di eco-efficienza,
eco-redesign ed eco-design fin qui perseguite. Per cui
progettazione, produzione, distribuzione, uso e dismissione del
prodotto non appaiono più, almeno sul piano concettuale, come fasi
separate ed autonome di un processo di produzione industriale, ma
emergono con vigore come elementi fondamentali riferiti ad un
quadro in cui l’ambiente da tutelare – nella sua lettura più vasta
comprendente l’uomo come specie privilegiata – diventa riferimento
e soggetto prioritario. Tutto ciò concorre alla attuale
definizione di design ecologico, che trae la propria
legittimazione dagli ambiziosi obbiettivi che si prefigge e dai
fronti d’intervento, che possono essere così riassunti:
– analisi del ciclo di vita del sistema-prodotto esistente;
– progettazione del ciclo di vita di nuovi prodotti e servizi;
– progettazione di nuovi sistema-prodotto ecologicamente
sostenibili;
– progettazione di nuovi scenari con modalità di vita
ecologicamente sostenibili.
Il primo punto prevede l’analisi del ciclo di vita del
sistema-prodotto esistente. Lo studio si concretizza
sostanzialmente in due fasi. Si procede inizialmente al calcolo
dell’efficienza globale del sistema-prodotto, rilevando i consumi
di materia e di energia che il singolo prodotto assorbe nel suo
ciclo di vita; nella seconda fase si elaborano strategie volte a
facilitare il riciclo dei materiali che compongono il prodotto e
il riuso dei suoi componenti. I risultati di queste due fasi sono
alla base della diffusione del ridisegno (redesign) di prodotti
aventi una migliore efficienza globale. L’obiettivo di questo
fronte d’intervento è in sostanza la sensibilizzazione dell’utente
verso i temi ambientali ed ha come conseguenza lo sviluppo di
dinamiche favorenti l’acquisto di prodotti ecologici. I limiti di
questa operazione sono rappresentati dalle difficoltà tecniche ed
economiche che incontrano i sistemi-prodotto del redesign,
concepiti originariamente in epoca di primordiale cultura
ambientale, nell’assorbire le modifiche ecologiche a cui vengono
sottoposti. L’impatto reale si esaurisce quindi in scelte
prevalentemente tecniche e progettuali e si materializza nella
riduzione dell’impatto ambientale di prodotti già definiti e in
uso. In tale processo la popolazione dei consumatori partecipa
attraverso le fasi di acquisto e di smaltimento differenziato del
prodotto. Il secondo fronte d’intervento, la progettazione del
ciclo di vita di nuovi prodotti e servizi, richiede più alta
tensione progettuale e di partecipazione collettiva. Il ruolo del
disegno industriale è maggiormente attivo dovendo fondere in un
unico nuovo prodotto e/o servizio, la tecnica, l’ecologia
necessaria e la condivisione culturale di una nuova sensibilità
ambientale. Il terzo fronte d’intervento, la progettazione di
nuovi sistema-prodotto ecologicamente sostenibili, è per le
imprese il fronte più impegnativo. La sua attuazione richiede
livelli di investimento molto alti, in grado di sviluppare
sistemi-prodotto di nuova concezione (cioè ancora assenti dal
mercato) capaci di soddisfare appieno la domanda di benessere
sociale pur utilizzando, in coerenza con una strategia di
sostenibilità ambientale, il quantitativo più basso possibile di
risorse. Il quarto fronte d’intervento, progettazione di nuovi
scenari con modalità di vita ecologicamente sostenibili, non
appartiene direttamente alla sfera del design ma a quella più
ampia della politica e della cultura. Si tratta di un fronte molto
ambizioso in cui l’oggetto è inteso come strumento in grado di
contribuire al rinnovamento culturale dei comportamenti e
all’elaborazione di nuovi criteri di qualità stimolando la
definizione di nuove domande e quindi, in un ciclo virtuoso, nuovi
risultati.
Design for Environment (DFE)
Il Design for Environment (DFE) consiste in strategie ambientali
riferite a prodotti-processi o servizi che tengono conto della
complessità dell’intero ciclo di vita del sistema prodotto.
L’obbiettivo è dunque la progettazione, la realizzazione e
l’utilizzo del prodotto subordinata al controllo in input ed
output di tutte le fasi che concorrono alla pre-produzione,
produzione, uso e dismissione.
L’adozione di questo concetto nato come logica conseguenza del
trasferimento dell’attenzione progettuale dal prodotto al
sistema-prodotto, fa confluire nel DFE un numero considerevole di
elementi e di valutazioni che variano in funzione della
complessità del riferimento. Tra gli strumenti metodologici che
meglio consentono di coniugare gli aspetti economici, progettuali
e realizzativi di tali fasi all’interno di una strategia
ambientale, citiamo: Life Cycle Management (LCM), Life Cycle
Design (LCD), Life Cycle Assessment (LCA), Life Cycle Cost (LCC),
Design for Recycle (DFR), Design for Disassembly (DFD), Design for
Manufacture (DFM), Design for Use (DFU), Design for Energy
Efficiency (DFEE), ecc.
Per quanto concerne i “materiali” e la loro efficienza ecologica,
è possibile stabilire il seguente elenco di priorità:
– eliminare o ridurre l’incidenza di materiali tossici;
– ricorrere a materiali riciclati o caratterizzati da vocazione
alla riciclabilità;
– ridurre e razionalizzare il numero dei materiali;
– accorpare materiali che risultano compatibili in fase di
riciclo;
Il primo obbiettivo da perseguire è quindi l’assenza o la presenza
minima di sostanze tossiche sia in input che in output. Sono cioè
da evitare o circoscrivere materiali ecologicamente “sporchi” o
“puliti” ma che provengono da processi di produzione tossici, e/o
emettono sostanze tossiche nel loro uso, e/o liberano sostanze
tossiche durante i processi di dismissione.
Seguendo uno schema a cascata, il secondo obbiettivo da perseguire
nella progettazione o selezione dei materiali di un
sistema-prodotto è il ricorso a materiali provenienti da riciclo o
a materiali effettivamente riciclabili (non solo dunque una
riciclabilità teorica, in teoria attribuibile a qualunque
materiale). Le possibilità di scelta in questo campo sono diverse
e in crescita. I vantaggi attribuibili all’uso di materiali
riciclati o riciclabili sono essenzialmente riconducibili alla
razionalizzazione e ottimizzazione dell’impiego delle risorse
energetiche. La qualità dei materiali post-riciclo varia
moltissimo e si va dal mantenimento pressoché inalterato delle
caratteristiche chimico, fisiche, meccaniche tipico di alcuni
metalli quali ad esempio l’alluminio, al decadimento più o meno
importante delle prestazioni, tipico invece delle materie
plastiche. Queste ultime materie, nel processo di riciclo,
subiscono infatti un impoverimento qualitativo ripristinabile solo
in parte con processi di upgrading. La materia secondaria così
ottenuta, viene quindi destinata alla produzione di materiali
richiedenti prestazioni ridotte.
Il terzo obbiettivo che emerge nella selezione dei materiali, a
parità di prestazioni, riguarda la tendenza ad individuare
soluzioni capaci di ridurre e razionalizzare i materiali
impiegati. Questa meta viene perseguita con l’adozione di scelte
progettuali che incidono sul peso complessivo del prodotto, sul
numero delle tipologie di materiale impiegato e quindi sulla
programmata semplificazione dei processi di separazione tra
materie diverse. Il quarto traguardo da raggiungere, ha come meta
la distribuzione in aree omogenee di materiali fra loro
compatibili in fase di riciclo e/o l’accorpamento all’interno
dello stesso prodotto in modo tale che questi possano essere
facilmente identificati, lavorati e/o separati nello stesso
impianto di riciclaggio. Anche per la “produzione” è possibile
stabilire un elenco di priorità da utilizzare nella progettazione
o nell’analisi di un sistema-prodotto compatibile con l’ambiente:
1. Ridurre i segmenti lavorativi a potenziale tossico
2. Ridurre gli scarti
3. Ridurre l’energia impiegata
Al primo punto vanno evitati o comunque circoscritte lavorazioni
ecologicamente “sporche”, o “pulite” ma che prevedono a monte o a
valle processi tossici. Va successivamente considerato lo studio
sistematico di procedure atte alla riduzione degli scarti nei
processi di produzione dei prodotti e alla diminuzione
dell’energia impiegata. Tra le diverse possibilità vanno quindi
individuate quelle tecniche che nella realizzazione di un prodotto
determinano la minore quantità possibile di rifiuti (con
attenzione a quelli speciali) ed un minore dispendio di energia.
Si tratta di obbiettivi apparentemente ovvi ma generalmente
disattesi e difficili da perseguire proprio nelle società dei
Paesi più industrializzati che, a fronte di una contrazione e
razionalizzazione del tempo/lavoro, tendono alla dilatazione dei
consumi di energia e materiali. Nelle società economicamente più
avanzate infatti i costi di produzione sono assorbiti in
percentuale maggiore dai salari, dalla progettazione, dalle
tecnologie, dalla pubblicità, ecc., piuttosto che da materiali ed
energia. Questo sbilanciamento a favore di alcune voci
maggiormente incisive sul bilancio complessivo, rende di fatto la
riduzione degli scarti – salvo alcuni casi, come i metalli
preziosi – di scarso o modesto valore economico.
Le strategie o priorità da perseguire nel “trasporto” di un
sistema-prodotto compatibile sono:
– preferire imballaggi esenti da incidenze tossiche nel loro ciclo
di vita;
– ridurre in quantità e preziosità ecologica (rinnovabilità delle
materie prime) l’imballaggio;
– adottare imballaggi riusabili o riciclabili.
La progettazione dell’imballaggio deve rispondere a criteri di
ottimizzazione relativi alle fasi di movimentazione delle merci,
di stoccaggio provvisorio e di magazzinaggio. Al primo punto, come
sempre, l’attenzione alle potenziali incidenze sulla salute umana
da parte delle fasi di vita dell’imballaggio. Per quanto concerne
i criteri da adottare per una risposta adeguata alle esigenze
funzionali, questi ricalcano quelli riferibili a molti oggetti di
design: robustezza, maneggevolezza, impilabilità, sovrapposizione
e accostamento. A questi criteri più generali vanno aggiunti altri
requisiti ambientali che vedono l’adozione di sistemi di imballo
riusabili e riciclabili. Le strategie o priorità da perseguire
nella “manutenzione” di un sistema-prodotto compatibile con
l’ambiente, sono generalmente riconducibili alla predisposizione
del prodotto all’ispezione, alla sostituzione dei singoli
componenti e alla suddivisione per parti. Sono cioè da adottare
tutti quei sistemi che consentano, attraverso la manutenzione del
prodotto, di dilatarne il ciclo di vita. La predisposizione del
prodotto alla manutenzione è spesso sinonimo di una
predisposizione al “disassemblaggio” del sistema-prodotto che deve
possedere requisiti che facilitino lo smontaggio dei componenti e
la suddivisione del prodotto in gruppi omogenei di materiali che
possono essere destinati allo stesso impianto di riciclaggio senza
ulteriori separazioni.
Life Cycle Management (LCM)
Si tratta della strutturazione delle attività tecnico-gestionali
ed organizzative riferite all’intero ciclo di vita di un prodotto
industriale e il loro coordinamento con i processi
logistico-produttivi e rappresenta la risposta alle evoluzioni in
atto dell’assetto tecnico/organizzativo delle imprese industriali
dovute alla terziarizzazione dei processi di progettazione, di
ingegnerizzazione e di produzione e all’aumento considerevole
delle collaborazioni di co-design e co-engineering. L’esigenza di
integrare funzioni e professionalità diverse sotto la stessa
gestione nasce dalla crescente necessità, imposta dalla crescente
competizione internazionale e resa possibile dalla comparsa di
nuovi strumenti informatici di supporto, di aumentare
coordinamento, efficienza e rapidità nell’analisi dei processi di
sviluppo e nella messa in produzione dei nuovi prodotti
industriali. Questa evoluzione del contesto operativo, con la
nascita di nuove metodologie in campo ambientale, ha generato la
richiesta di nuove figure professionali adatte a coprire il ruolo
di gestore delle attività tecniche. Le primarie competenze
riguardano:
– la conoscenza di metodologie per la progettazione integrata del
prodotto-processo-impianto e dei relativi sistemi software di
gestione;
– la conoscenza delle tecnologie informatiche di comunicazione e
coordinamento remoto;
– la conoscenza delle soluzioni organizzative;
– l’acquisizione di capacità manageriali per la conduzione di team
tecnici ampi ed articolati.
Life Cycle Design (LCD)
Nel mondo anglosassone, per indicare il progetto del ciclo di vita
del sistema-prodotto, si usa l’espressione Life Cycle Design (LCD).
Si tratta di un approccio concettualmente avanzato la cui
attuazione necessita di una complessa organizzazione
tecnico-logistica per il numero considerevole di fattori che
concorrono alla sua definizione. A questa strategia se ne
affiancano spesso altre, più elementari; tra queste citiamo quelle
relative alla estensione della vita dei prodotti o della vita dei
materiali, che ha come conseguenza immediata la posticipazione
della dismissione e il ritardato consumo di nuove risorse per la
produzione di nuovi materiali per nuovi prodotti. Si tratta
comunque di strategie spesso socialmente poco attraenti ed
economicamente poco praticabili perché osteggiate da una visione
basata sul consumo e sugli equilibri sociali prodotti dal consumo.
Life Cycle Assesment (LCA)
Tra le varie definizioni, quella prodotta dalla Society of
Environmental Toxicology and Chemistry (SETAC) nel 1990 appare
ancora a distanza di tempo, tra le più esaustive e complete. Nel
convegno SETAC del Vermont la LCA (valutazione del ciclo di vita)
veniva definita come: “il processo per identificare i carichi
ambientali associati ad un prodotto, processo o attività,
identificando e quantificando energia e materiali utilizzati ed
emissioni rilasciate all’ambiente, per valutarne l’impatto e per
identificarne e valutarne le opportunità di miglioramento. La
valutazione comprende l’intero ciclo di vita del prodotto,
processo o attività, passando dall’estrazione e trasformazione
delle materie prime, alla fabbricazione del prodotto, al trasporto
e distribuzione, all’utilizzo, riuso, stoccaggio, riciclaggio,
fino alla dismissione”. Più recentemente la norma UNI EN ISO 14040
ha definito la LCA come una “compilazione e valutazione attraverso
tutto il ciclo di vita dei flussi in entrata e uscita, nonché i
potenziali impatti ambientali, di un sistema di prodotto” .
L’LCA si occupa quindi di analizzare il sistema che genera il
prodotto attraverso lo sviluppo di modelli matematici, fisici ed
ingegneristici che, semplificando la realtà, descrivono le
interazioni del sistema-prodotto con l’ambiente. Scopo dichiarato
di queste analisi è il miglioramento dell’efficienza ambientale
del sistema. Seguendo la normativa ISO 14040, la struttura della
LCA può essere identificata e suddivisa in quattro fasi operative:
– definizione degli obiettivi;
– costruzione del modello analogico attraverso lo studio del ciclo
di vita del processo o attività;
– valutazione degli impatti;
– interpretazione dei risultati e stesura dei possibili
miglioramenti.
La definizione degli obbiettivi (Goal and Scope Definition) è la
fase preliminare dello studio di una LCA. In questa fase, vengono
definiti i contorni dello studio, le finalità, le unità
funzionali, il grado di affidabilità dei dati, i limiti
dell’analisi del sistema.
La costruzione del modello analogico, meglio conosciuta come
analisi di inventario (Life Cycle Inventory Analysis, LCI), è la
seconda fase dell’LCA. Questa fase segue passo dopo passo
l’assorbimento o le emissioni che materiali e trasporto consumano
o rilasciano durante il funzionamento del sistema produttivo.
La valutazione degli impatti (Life Cycle Impact Assesment, LCIA) è
invece lo studio dell’impatto ambientale del processo produttivo.
Con questo studio si evidenziano le modifiche subite dall’ambiente
durante il processo e si valutano i dati che emergono dalla fase
di calcolo dell’inventario.
Nella quarta fase, interpretazione dei risultati e stesura dei
possibili miglioramenti (Life Cycle Interpretation) si individuano
e propongono i cambiamenti necessari a ridurre l’impatto
ambientale dei processi studiati.
Redigere una LCA con un metodo di calcolo analitico, per
processi-prodotto che coinvolgono cicli di vita di prodotti
complessi, è lavoro che richiede competenze multidisciplinari,
l’uso di software specifici e l’immissione di una consistente
quantità di dati. Il numero e la varietà dei processi coinvolti,
oltre a determinare la complessità del calcolo, stabilisce anche
il grado di difficoltà nella lettura dei dati ottenuti. Ovviamente
la definizione degli obiettivi, stabiliti nella fase preliminare
di studio di una LCA, può essere variata in maniera da condurre la
ricerca con una metodologia di approccio proporzionata ai benefici
in gioco. Esistono comunque altri approcci, complementari al
metodo analitico, capaci di offrire validi supporti per operazioni
di redesign del prodotto. Tra questi ne citiamo un paio.
Met-Matrix è un modello di analisi semplificato supportato da una
banca dati per la ricerca dei valori di consumo di energia ed
emissione da trasformazione, che indaga gli impatti ambientali di
un prodotto nel suo ciclo di vita attraverso l’analisi dei
materiali, dell’energia e della tossicità. Più articolato e
conosciuto è Eco-indicator che, superando le difficoltà di
interpretazione dei risultati di una LCA, attua procedure di
calcolo semplificate basate sull’uso di eco indicatori predefiniti
mediante “pesature” delle potenziali incidenze sugli ecosistemi.
Tali eco indicatori sono desunti da LCA svolte su alcuni tra i
processi e i materiali più comuni. Tra i limiti imputati a questo
metodo: la rigidità delle “pesature” e l’esclusiva valutazione
degli effetti ambientali a scala planetaria (effetto serra,
riduzione dello strato di ozono, acidificazione, smog, ecc.)
trascurando quelli a scala locale (rifiuti, tossicità nei luoghi
di lavoro, riduzione locale delle materie prime, ecc.). Successive
stesure di Eco-indicator fanno riferimento ad una definizione più
ampia di ambiente, includendo le risorse ed un numero più alto e
articolato di impatti ambientali, identificando inoltre un
approccio scientifico alla “pesatura” degli effetti sull’ambiente.
Per definire un Eco-indicator si procede attraverso
classificazioni, “pesature” decise sulla base dei principali
effetti provocati nell’ecosistema, “normalizzazione” sui valori
medi e moltiplicazione per dei fattori di riduzione. Pur rimanendo
uno degli strumenti più utilizzati, il metodo degli Eco-indicator
rimane tuttavia gravato da un forte grado di soggettività che
incide sulla qualità dei risultati ottenuti.
Life Cycle Cost (LCC)
Lo studio del ciclo di vita economico di un sistema-prodotto,
rappresenta uno degli elementi più importanti la ricerca di una
maggiore efficienza nell’impiego delle risorse attraverso
l’analisi dei costi. Questo studio si rivela fondamentale per lo
sviluppo del sistema-prodotto, incidendo sulle modifiche da
apportare al design, alla scelta delle materie prime e ai
processi, conciliando la riduzione dei costi con il miglioramento
delle performance ambientali. Consente di prendere decisioni
aziendali evidenziando tutti i costi interni, sostenuti o stimati,
ed esterni associati ad un sistema, prodotto, processo o attività
sostenute dai molteplici attori operanti nell’arco del suo intero
ciclo di vita, dall’estrazione delle materie prime fino allo
smaltimento dei rifiuti. L’applicazione di questa metodologia, che
fa emergere le relazioni tra più alternative progettuali, è spesso
intrapresa come parte integrante di metodologie quali Life Cycle
Assessment e Life Cycle Managment, mettendo in relazione benefici
economici e benefici ambientali. Anche nel caso di una LCC, in
riferimento agli obbiettivi e alle finalità dello studio, esistono
diversi approcci metodologici tra cui: Total Cost Accounting (TCA),
Life Cycle Acconting (LCC) e Full Cost Accounting (FCA).
Design for Recycling (DFR)
Si intende una strategia progettuale orientata a favorire il
riciclo dei materiali in un sistema-prodotto. Le scelte dei
materiali e delle finiture vengono valutate in base al loro
impatto ambientale e in base ai costi economici imputabili alle
operazioni di riciclo. Spesso applicata in parallelo a metodologie
quali Life Cycle Assessment e Design for Disassembly, la DFR trova
ampio utilizzo nelle operazioni di redesign del prodotto. Gli
obbiettivi che si prefigge sono principalmente rintracciabili nel:
– facilitare il riuso;
– identificare i componenti per agevolare le operazioni di
riciclaggio;
– ridurre le tipologie di materiali presenti all’interno dello
stesso prodotto;
– utilizzare materiale riciclato.
Vengono così dimostrati i benefici o i danni ambientali prodotti
da una specifica operazione di riciclo. In base alla destinazione
del materiale post-riciclo, il riciclo si divide in:
– riciclo aperto;
– riciclo chiuso.
Si parla di riciclo chiuso quando il materiale da avviare al
riciclo rientra nel medesimo processo che lo ha generato (scarti
di produzione) sostituendo quantità di materiale vergine in
ingresso. Come introdotto dalla norma ISO UNI 14041, si parla
ancora di riciclo chiuso, anche nel caso di prodotti a fine ciclo
vita che vengono riciclati per ottenere lo stesso prodotto
originario. È il caso ad esempio del vetro. Si parla invece di
riciclo aperto quando il materiale scartato o quello giunto a fine
ciclo vita non rientrano nel processo originario ma in un altro,
producendo un cambiamento delle sue proprietà. È il caso ad
esempio delle bottiglie in PET che vengono utilizzate per la
produzione di fibre nell’industria tessile. Lo stoccaggio, il
trasporto e il trattamento di questi prodotti destinati al riciclo
hanno un costo energetico che va dedotto dai benefici prodotti dal
mancato uso di materiali vergini e dalla minore produzione di
residui destinati alla discarica. I vantaggi ambientali ottenibili
da un processo di riciclo sono quindi variabili a seconda della
tipologia del riciclo, chiuso o aperto, del materiale oggetto del
riciclo, del trasporto e dell’energia impiegata per il processo di
riciclo.
Design for Disassembling (DFD)
Design for Disassembling (DFD) identifica una strategia di
progetto volta a favorire il “disassemblaggio” dei componenti di
un prodotto. Obiettivo dichiarato è quello di apportare al
progetto tutte le correzioni necessarie ad agevolare le operazioni
di smontaggio del prodotto nelle varie fasi del suo ciclo di vita.
Si tratta di indicazioni progettuali orientate a semplificare ed
agevolare:
– la manutenzione del prodotto;
– le procedure di sostituzione dei componenti;
– l’estrazione e il riuso dei componenti in altri prodotti;
– il riciclo di materiali e componenti diversificati;
– il riciclo di materiali dalle tipologie omogenee;
– il riciclo di materiali destinati a bonifica;
– il riciclo di materiali destinati a processi di pre-trattamento.
In una strategia di design per il disassemblaggio, al fine di
favorire le operazioni di riciclo, particolare attenzione va posta
alla limitazione delle unioni irreversibili tra materiali
eterogenei mediante ricorso a collanti e saldature, privilegiando
l’adozione di unioni a secco.
Design for Manufacture & Assembly (DFMA)
Si intende una strategia progettuale orientata alla progettazione
di componenti e prodotti nell’ottica della riduzione dei costi di
lavorazione e di assemblaggio. Attraverso una procedura
consolidata si analizza l’efficienza delle fasi di assemblaggio,
la facilità di manutenzione, l’economicità di fabbricazione ed
infine la valutazione dell’impatto ambientale che avrà il prodotto
a fine vita. Due in particolare le strade perseguite per la
realizzazione di questa strategia:
1. Creazione di prodotti innovativi composti da un minor numero di
componenti
2. Creazione di prodotti innovativi con dimensioni contenute ed
aumento delle funzioni
La metodologia definita Design for Assembly (DFA) tende alla
creazione di prodotti con un basso numero di componenti per
esempio unendo in un unico prodotto multifunzionale componenti
fino ad allora separate. Questa strategia, particolarmente usata
nel redesign della tecnologia informatica di nuovi prodotti
multifunzionali destinati all’ufficio, fornisce una stima rapida
del costo di produzione del nuovo prodotto permettendo una
comparazione in tempo reale con la precedente configurazione. Il
DFA, assieme al Design for Manufacture (DFM), forniscono al
progettista una indicazione rapida ed accurata della progettazione
che sta effettuando, fornendo una base oggettiva per la
pianificazione di eventuali azioni correttive capaci di
influenzare anche in maniera consistente la produzione del
prodotto e la determinazione dei costi. La razionalizzazione delle
componenti di un prodotto con la diminuzione del numero dei
componenti determina spesso la riduzione delle dimensioni del
prodotto ed un aumento del numero delle funzioni, assecondando con
ciò una delle più importanti richieste del mercato: prodotti
sempre più piccoli ma dotati di maggiori funzioni e prestazioni.
Queste finalità sono perseguite anche dal Design for Size
reduction (DFSz), capace di guidare il progettista nella riduzione
dei costi, nel miglioramento della qualità ed affidabilità del
prodotto e nella riduzione delle dimensioni.
L’utilizzazione di questo strumento, consente inoltre al
progettista di valutare, sin dalle prime fasi della progettazione,
la riduzione degli ingombri e di tutti quei parametri che
influenzano l’architettura del prodotto. La riduzione degli
ingombri è spesso legata ad esigenze di peso (aerei), di traffico,
di parcheggio (city cars), di abitazione e alla richiesta
contestuale di un confort sempre maggiore. Tutto questo si traduce
in oggetti maneggevoli e poco ingombranti. Quando si parla di
economie di scala ottenute tramite analisi di DFSz, ci si
riferisce al caso in cui un gruppo / sottogruppo può soddisfare le
esigenze di ingombro di un numero maggiore di categorie nelle
quali può essere collocato il gruppo stesso. Le economie di scopo
si ottengono in presenza di impieghi diversificati e diversi
rispetto impiego originario. Ad esempio una serratura di
dimensioni ridotte può essere adottata per chiudere porte,
cancelli, valige, ecc.
Altro aspetto positivo dell’applicazione del DFSz è la riduzione
di peso del prodotto e quindi la riduzione del quantitativo dei
materiali impiegati. Vantaggi significativi sono portati anche
dalla riduzione delle dimensioni globali di un prodotto o da
quella di alcune sue configurazioni (stoccaggio o trasporto) che
spesso abbassano contemporaneamente i costi di imballaggio,
stoccaggio e trasporto. Si possono verificare casi in cui, ridotto
l’ingombro di un componente, le economie di scala e/o di scopo
divengano così consistenti da far divenire economiche tecnologie
con un alto costo iniziale. Per alti volumi di produzione si
possono infatti verificare inversioni di costo globale. Ad esempio
il costo di un perno ed una lamiera forata, più il relativo
assemblaggio, può essere abbassato attraverso la produzione di un
pezzo dalla geometria più complessa capace di saltare la fase di
assemblaggio.





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