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BIOARCHITETTURA
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Numero 47 di febbraio-marzo 2006
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La facciata di Firenze
Cristina Vignocchi
Un manifesto per le strade di Firenze annunciava per il mese di
maggio dell’anno successivo (1887) una gran festa in Firenze per
“lo scoprimento della facciata del Duomo” in occasione del
centenario di Donatello con l’inaugurazione di un busto in piazza.
A ciò la situazione aggiungerà – coincidenze non previste – il
solenne funerale di Gioacchino Rossini tumulato in Santa Croce, i
giochi internazionali di scherma, la mostra italiana e
internazionale di fotografia.
L’attuale sicurezza e maestosità tridimensionale evidenziata dal
Duomo di Firenze, uno dei più complessi ed amati gioielli
architettonici del mondo, non lascerebbe intravedere le tormentate
vicende che hanno per lunghi decenni e sino a tempi abbastanza
recenti coinvolto la sua facciata se, ad un attento confronto con
i ritmi e le decorazioni delle fiancate e soprattutto del
campanile, l’immagine frontale della chiesa di Santa Maria del
Fiore non tradisse qualcosa che si colloca sopra le righe, un
eccesso appena appena troppo ricco e spumeggiante. Le sue
fantasie, pur riprendendo la policromia della tessitura più
antica, paiono come sfrangiate ed imbellettate nei contrasti tra
bianchi e verdi un pelino accesi. Si tratta probabilmente di
sofismi inosservabili dai più, annullati da quello che a distanza
di poco più di cent’anni appare il pregio principale di questa
facciata che “passa inosservata” proprio perché riprende i colori
e le incasellature decorative delle parti precedenti, con un
“nuovo” che si amalgama all’esistente grazie alla volenterosa
imitazione di uno stile vagamente senese.
Si tratta di un paramento che ricopre la muratura portante
(applica cioè una “veste della festa” secondo maniere da sempre
usate nella storia dell’architettura per gli edifici
“significanti”) che si sforza di risultare mimetico rispetto
all’originalità consolidata, anche se un occhio esperto e
indagatore vi scopre con facilità – né potrebbe essere
diversamente – gli schemi tipici di quell’Eclettismo ottocentesco
che del Gotico faceva incetta. I turisti sono così
(inconsapevolmente) grati per poter fotografare uno scenario
omogeneo, mentre gli intellettuali hanno modo di compiacersi per
la competenza del proprio sguardo critico.
Se l’iniziativa del concorso in una Firenze architettonicamente
immobile fu insolita e quindi passo importante (il successivo
avvenimento importante fu il concorso per la stazione di S. Maria
Novella che, tra le prime elaborazioni e la sua definizione e
costruzione nel 1933, occupò 50 anni) le varie fasi servirono
anche per focalizzare le idee e perfezionarle, come appare dal
progetto vincitore molto simile ad altre proposte di precedenti
sessioni. Molti tra i maggiori artisti ed architetti che passavano
per Firenze, tra gli altri Viollet le Duc, si erano nel tempo
fermati ad analizzare le facciate laterali di S. Maria del Fiore e
proporre soluzioni per completare il suo fronte, così come molti
esimi architetti europei erano stati attratti dal partecipare alle
varie fasi concorsuali i cui esiti furono sotto lo sguardo di
tutti attraverso la stampa italiana ed estera. Nonostante tutte le
buone intenzioni teoriche, la facciata approvata mediante il
lunghissimo iter e scoperta al pubblico nel 1887 non convinse del
tutto i fiorentini del tempo e soprattutto i critici posteriori
che ne parlarono male sin quasi ai giorni nostri, che risultano
invece più indulgenti, abituati, o semplicemente distratti e
ignoranti.
Nel 1906 Guido Falorsi nel suo libro “Firenze brutta” scrisse che
la facciata era “opera d’uomini che, chiusi tra i cancelli d’un
classicismo accademico o smarriti fra le nebbie d’un romanticismo
vaporoso, non avevano ben chiare le norme costanti a cui
s’informano, nella grande varietà loro, gli edifici ogivali in
genere”. E in effetti, confrontando la struttura grezza con il suo
abbellimento finale, ci si rende conto che i pinnacoli in altezza
non si legano con “l’idea archiacuta” che cercava la proporzione e
la solidità armonica tipica dell’architettura del ’300 o ancor più
del ’400, idealisticamente essenziale. Scartata l’ipotesi di
realizzare il presunto progetto di Giotto (ricavato da Silvestri
studiando un affresco di Poccetti, al quale lo stesso De Fabris si
ispirò in alcuni punti) perché incompiuto e di incerta
attribuzione, le correnti estetiche che ispirarono i concorrenti
furono essenzialmente due: da una parte quella del gotico
esasperato di stampo anglosassone in cui si moltiplicavano i
timpani acuti accompagnati da guglie, gugliette e pinnacoli,
dall’altra una filiera più sobria, se così si può dire, rivelante
maggiore adesione alle linee espresse dalla facciata grezza.
All’interno di questi due gruppi i progetti si assomigliavano,
eccezion fatta per alcuni irriducibili e improbabili slanci di
fantasia. Tutti considerarono il vuoto della facciata come un
campo libero su cui dare sfogo alla propria fantasia, come è stato
detto “pasticciera e indottrinata”. Questo anche allorquando si
sostenne il contrario, come l’architetto marchigiano Niccolò Matas
che affermava doversi dimenticare in questo progetto “l’arbitrio
della propria meschina individualità”. Eppure anche il suo
elaborato mostra eleganti “inutilità” goticistiche. Molti crediti
riscosse anche l’ipotesi avanzata dal progetto di Andrea Scala,
che ai nostri occhi può apparire più elegante ed asciutto, ma che
venne ritenuto troppo poco inventivo, quasi copia dilatata del
vicino campanile, e quindi più adatto al prospetto di una
struttura funzionale.
Fatto sta che alla facciata spoglia, a ricorsi di mattoni (poi
dipinta a fresco come risulta da una fotografia del 1860),
incompiuta come il san Petronio di Bologna (rimasta incompiuta
dopo aver visto la tronfia proposta del Marcucci del 1886) si
preferì così una decorazione – da alcuni definita “cioccolatesca”
– desunta da un neogotico rassicurante, poco coinvolto nei
confronti del presente. In sostanza si tratta di un effetto a
merletto, come una tenda ben cadente al suolo con pieghe rigide,
stampata, in cui i rilievi e le statue appaiono appiattite nella
bidimensionalità. Interessante notare che mentre al tempo quello
stile veniva definito “futurista ed anticlassico”, solo alcuni
anni dopo il progetto di De Fabris venne visto come “un tedioso
campionario di colonnine a tortiglione, edicole e pinnacoli più
adatti ad un cimitero”, nulla a che vedere quindi con la spontanea
creatività del gotico autentico.
Bisogna convenire che il progetto scelto risponde meglio di altri
agli scopi ed ai limiti imposti dal bando del 1861 “che la
facciata debba presentare una profonda e compiuta armonia col
totale della chiesa; e che non debba in verun modo esser di danno
alla vista prospettica dei fianchi, della cupola, e del vicino
campanile”.
In completa aderenza De Fabris, l’architetto vincitore dopo varie
tornate e immancabili polemiche italiane condite da feroce ironia
toscana, dichiarò come proprio obiettivo: “che la facciata avesse
un carattere determinato, proprio di una data epoca e quindi
corrispondente in ogni sua parte alle leggi dell’unità”.
Si trovò così a soddisfare sia il senso estetico e soprattutto il
senso patriottico del tempo facendo astutamente tesoro dei
responsi dei giurati via via succedutisi. Ne venne restituito il
senso del decoro dell’epoca, quel bon-ton in fieri che, con la
scusa della riconoscibilità del puro stile italiano, veniva
propugnato sia dagli storici che dagli intellettuali. I critici
del tempo non si risparmiarono lodi riferite alle analogie
stilistiche con l’esotismo tardo ’700 e, alludendo agli stretti
rapporti non sempre amichevoli che hanno legato per secoli le
sponde toscane al basso Mediterraneo attraverso invasioni e
scambi, citarono le possibili origini saracene del gotico e del
suo successore, il neogotico. Pochi contemporanei biasimarono la
commissione giudicatrice per aver preferito muoversi sul sicuro
anziché azzardare idee più stimolanti e coraggiose (solo la genia
dei critici moderni si stupirà che nessun concorrente si fosse
davvero preoccupato di capire ed interpretare la “vera” struttura
modulare della cattedrale).
Già agli inizi dell’800 qua e là in Toscana venivano realizzati
edifici o pezzi di edifici neogotici applicati a strutture più
antiche, ne è un esempio il campanile di Santa Croce di Gaetano
Baccani. Del resto, nell’Europa caratterizzata in arte dal
Preraffaellismo d’area anglosassone era visione condivisa la
ricerca e la riproposta in ambito estetico di aulicità e idealità
intrise di sensuale spiritualità, ancorché avulse rispetto al
contemporaneo; nobili e politici della fine del XIX secolo,
travestendosi per l’inaugurazione in varie fogge, volentieri si
prestarono al ruolo di rappresentanti di magnificenze retrò
esprimendo quell’attaccamento tipicamente fiorentino ad un passato
ingombrante e fantastico che ha via, via ridotto d’importanza e di
significato tutti i “successivi presenti”.
L’evento si collocava in una Firenze che tornava alla ribalta per
una serie di eventi architettonici importanti e che, nel già
pressante Risorgimento, estraeva dal minestrone del revival gotico
uno stile nostalgicamente rinascimentale, quasi rimpianto
cristallizzante per quell’irripetibile periodo di fioritura a cui
la città deve la sua fama.
Santa Maria Novella fu iniziata da Arnolfo di Cambio nel 1296
che la abbellì con le sue sculture secondo il gusto gotico, quindi
affrescata da Paolo Uccello autore anche dell’orologio detto
“sfera dell’ore” e del monumento equestre a Giovanni Acuto; nel
1444 vi intervenne Andrea del Castagno, quindi i Della Robbia con
rilievi e sculture sia per il campanile che per il portale della
sagrestia e persino Michelangelo. Venne poi “conclusa” dal
Brunelleschi nel 1434, con la famosa cupola, recuperando le
tecniche costruttive degli antichi romani. Il campanile venne
iniziato da Giotto solo nel 1334. Si trattò di una sorta di
continuo cantiere in cui tutti hanno voluto intervenire quasi
prova di prestigio con cui misurarsi, fino a quando nel 1800 si
stabilì che bisognava completare l’opera. Sulle vicende che hanno
coinvolto la facciata del Duomo è stato scritto il libro “Il Duomo
di Firenze, 1822-1887– L’avventura della facciata”, di Cresti,
Cozzi e Carapelli, edito da “Il Bossolo” nel 1987. Si tratta di un
libro iniziato nel 1982 intorno alla mostra “Firenze 1870-1980,
vita culturale e circolazione delle idee”, progettata ma mai
realizzata in quanto, a detta degli autori, i fiorentini non amano
riflettere sulla loro storia recente.
Poteva
essere meglio?
Ugo Sasso
Storme di giapponesi frottano felici nell’area del Duomo. Passanti
dai vestiti sgargianti e leggeri fotografano il partner sorridente
sullo sfondo degli eleganti volumi articolati nei ritmi colorati
dei marmi. Scrupolosi turisti alzano ritmicamente gli occhi dalle
guide illustrate come a controllare, quasi meravigliati, che
quanto vi è riportato corrisponda davvero a realtà. Studiosi si
interrogano con ammirazione circa la statica della cupola. Ai
pochi che conoscono la storia della facciata “non vera”, tutto
sommato va bene così e sembrano mantenere austero e dignitoso
riserbo. Poteva davvero essere meglio? Probabilmente le dispute
avvicendatesi a suon di teorie e disegni e quindi l’amplissima
documentazione lasciata sulla storia dell’interpretazione del
Prospetto del Duomo di Firenze, possono apparirci addirittura più
interessanti rispetto al debole esito conclusivo. Corre tuttavia
l’obbligo di apprezzare come all’insieme della Piazza sia stata
restituita quello che è probabilmente l’elemento ad un tempo più
importante e delicato: la sua preziosa coerenza percettiva.
Soprattutto rallegrarci della fortuna toccata alla Città ed
all’umanità intera per il fatto che le dispute ad un certo
momento, persino nella litigiosa Firenze, siano riuscite a trovare
un momento di miracolosa convergenza e, con l’ovattata sospensione
(determinata da stanchezza dei contendenti, dall’equilibrio delle
parti, da pressioni a cui non si poteva dire di no?), abbiano
preso una decisione. Ancor più miracoloso che tale decisione sia
stata in tempi brevi cantierata e conclusa in modo oculato e
stabile sotto il profilo edilizio. Non sappiamo bene a cosa
addebitare la fortunata convergenza, ma gli Accademici del tardo
’800 sono riusciti a svolgere senza lode ma anche senza infamia il
difficile compito. Tremano le vene al solo pensiero che la
decisione avrebbe potuto, discussione dopo discussione, scivolare
in avanti e magari giungere ad un qualunque grande architetto
successivo. Di lì a pochi decenni, qualunque grande nome si
sarebbe avventato con coraggiosa incoscienza in quella iconoclasta
“ricerca di verità” che ammette solo forme dettate da elementi
costruttivi, statici, funzionali. Come se il compito non fosse, al
contrario, di “dare un vestito” ad una struttura nuda, attraverso
quella operazione che da sempre nella storia ha consentito ad un
capannone di rappresentarsi come palazzo, chiesa, ospedale, ecc.
Oppure l’Architetto si sarebbe arrampicato su ogni mattone pur di
riuscire nella sciocchezza di far rispecchiare l’interno
nell’esterno; o ancora poteva perdersi nella ricerca astratta di
una geometria aurea risolutrice di ogni conflitto. Infine, in
ossequio all’obbligo ideologico di dover essere a tutti i costi
“moderno”, si sarebbe sentito in dovere di evitare atteggiamenti
mimetici rifiutando con sdegno ogni riferimento neogotico o
neoromantico ed impegnandosi invece nel fatuo esercizio di
lasciare segno del suo – sicuramente poco congruente – disastroso
passaggio. Poveri giapponesi.





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