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BIOARCHITETTURA
 

Numero 47 di febbraio-marzo 2006

Il ricciolo della tazzina
Ugo Sasso

Sorbì l’ultimo goccio, quello più dolce, e rifletté che tutto sommato la materia gli piaceva. Però il caffè, assaporato lentamente, ristretto, con poco zucchero non mescolato, era il massimo; poggiò la tazzina mantenendo di profilo il ricciolo del manico. Il servizio, di quelli che si comprano alle fiere, era in casa da sempre, anche quando da piccolo il caffé non glielo facevano bere. Inseguì il profumo che era rimasto nell’aria, si sedette, aprì gli appunti e gli tornò in mente la frase conclusiva della lezione: “come volevasi dimostrare, anche la più semplificata valutazione del problema energetico pone quesiti ardui data la specificità di ogni singolo prodotto e contemporaneamente la necessità di ridurlo ad elementi primi confrontabili.” Ricordava anche il paragone “confrontare i meloni con le fragole” e come l’aria asciutta e l’orario avanzato verso il pranzo l’avesse portato a figurarsi con vivezza fette di giallo succoso melone e fragole rosso turgido. Si poteva condurre il confronto, aveva detto il Prof seguendo nell’esempio, rispetto al contenuto in zuccheri, in vitamine, in residuo secco, in peso, ecc… Il tutto, riferito ad un cm3 di frutto o al pezzo unitario? Era molto diverso confrontare il contenuto di due dadetti di uguale misura rispettivamente ricavati dalla polpa dei due frutti o confrontare il “melone-balena” con la “fragola-alice”. Sorrise fra sé.
A tutti era comunque diventato chiaro che, anche solo calcolare il contenuto di energia di un semplice pavimento, era affare complicato. Difficilissimo ad esempio confrontare una lastra di marmo con un rotolo di plastica. Diversa l’incidenza sull’ambiente, la disponibilità delle materie prime, le difficoltà di trasporto… Ma anche solo limitandosi ai materiali argillosi, il confronto doveva procedere per quintale, per metro cubo di materiale o per metro quadro coperto? È ovvio che a parità di prestazioni, contiene meno materia (ed energia?) una piastrella sottile rispetto a un pavimento in mattoni usomano. Di norma si trascura l’incidenza economica, sociale, culturale, ambientale, paesaggistica, sanitaria, ecc., di tutto quello che succede (estrazione, trasformazione, gestione dei residui, trasporti) prima che le materie attraversino in entrata il cancello della fabbrica e nel calcolo ci si ferma in uscita allo stesso cancello (senza cioè interessarsi di ciò che avviene dopo: trasporti, messa in opera, esercizio, smaltimento…). Ma anche rimanendo dentro i cancelli, andava considerata anche una quota parte dell’energia assorbita dalla produzione dei macchinari destinati alla produzione? E la quota parte delle attrezzature private (fabbricazione, gestione, consumi – c’era di che diventar matti – smaltimento) consumate dagli addetti? Si ripromise di andare a guardare sul libro di testo questo passaggio e girò foglio. La frase che più gli era restata in mente di tutta la lezione della mattina, probabilmente perché contraddiceva una nozione acquisita, era che l’obiettivo, la situazione ideale per le merci non era, come aveva sempre saputo “dalla culla alla tomba” bensì “dalla culla alla culla” intendendo l’oggetto come un contenitore di materia ed energia utilizzabili, a cascata, per sempre diversi utilizzi. Il Prof, l’aveva rimarcata con sussiego. Oggi, forse perché nessun ritardatario aveva fatto cigolare la porta d’entrata, era di buon umore e anziché immergersi nel soliloquio delle formule e dei numeri, aveva impostato la lezione su un piano più discorsivo, accessibile anche a chi si era perso le volte precedenti. L’esame era di quelli temibili un po’ per la complessità della materia ma anche perché il Prof disponeva di una memoria fotografica capace di scansire lo spazio giù e giù sino al variopinto microcosmo del fondoaula composto da timorosi, incalliti ultimominuto ma soprattutto da coloro che sceglievano posizioni vicine alla porta d’entrata per potersela svignare all’occasione. Quando gli riusciva, lui si piazzava davanti insieme agli interessati alla materia (tipi che se non prendono trenta a tutti gli esami gli crolla il mondo) e agli interessati alle indulgenze. In ogni caso era impossibile mimetizzarsi o nascondersi dietro il collega corpulento o la bionda vistosa: in qualunque momento, sia che l’avesse distratto un parlottio più alto (“indubbio sintomo di distrazione aleggiante” aveva sentenziato in una delle prime lezioni) o che una mosca (a tutti gli altri invisibile) si fosse permessa di attraversare i suoi pensieri, poteva all’improvviso arrestare il flusso del discorso. Si rivolgeva allora verso colui che sempre, in cuor suo, se l’aspettava e scandiva “lei, laggiù, con il maglione grigio, cosa stavamo dicendo?”. Nel silenzio rimaneva come sospeso al cilindretto di gesso che stringeva nella mano destra e poi, spesso senza attendere risposta, si reimmergeva nelle formule.
Questa volta però, guardò gli appunti, non c’erano tanti numeri. Rimpolpò a mente la logicità dei costrutti attorno allo schema di sostantivi, verbi, segni grafici, ciascuno dei quali poneva o negava relazioni: uguale, trattino, freccia, ellisse… Una prima macro distinzione poteva articolarsi tra criteri riferiti alla salute umana (attuale e delle generazioni future – principio di precauzione) e alle risorse (disponibili per noi e per le generazioni future – comprendendo tra le risorse anche tutto il problema energetico). Una freccia più grande delle altre collegava il termine, “energetico” ad una ellissi che a sua volta racchiudeva altri termini (contenuto e. = produzione, posa in opera, riuso e smaltimento = ciclo di vita). Come aveva detto il Prof, la valutazione non poteva essere istantanea ma doveva svilupparsi lungo l’asse tempo. Un po’ come la velocità che è un controsenso attribuirla “all’istante” ma va sempre riferita ad un periodo, per quanto ristretto sia. Guardò il foglio successivo, con annotate le tre soglie che nell’ordine avrebbe incontrato l’attuale sviluppo: 1 limiti energetici (fine del petrolio), 2 inquinamento (aria, terra, acqua), 3 variazioni climatiche (effetto serra, crescita del livello delle acque, alterazioni delle correnti marine). L’alterazione dei flussi delle correnti oceaniche, si chiese, rientra nella macro categoria della salute o delle risorse? anche qua non si fermò a rispondere e passò all’elencazione dei criteri.
Lesse: “confronto di due prodotti x (significava: finalizzati ad) assolvere la medesima funzione. Criteri base: A contenuto energetico (vedi sopra), B ambito prestazionale (investimento/risultati)”. Subito accanto, un punto interrogativo. Qua gli sembrava di non aver afferrato bene il passaggio, ma non aveva avuto il coraggio di chiedere spiegazioni. Provò a pensare ad una automobile. L’ideale era che costasse poco e andasse veloce. E magari avesse degli optional tipo sedili ribaltabili elettricamente, tettuccio apribile, un cruscotto ricco di indicatori. Anche il colore gli sembrava importante e soprattutto la linea. Alcune auto costano poco ma si vede da lontano e per questo gli parevano orribili. Soprattutto bisognava tener conto dei consumi: magari sarebbe riuscito a farsela regalare ma poi doveva mantenersela. Il meccanico sotto casa gli aveva proposto un’occasione… il pensiero emigrò un attimo, anzi due, ma poi si riconcentrò e concluse che questa volta il prezzo non c’entrava. Il Prof aveva detto che nella valutazione ecologica il costo monetario era elemento da non prendere in considerazione e che sino a quando tra i costi sociali ed i costi monetari vi sarebbero state differenze consistenti, l’ecologia non poteva prendere piede. Lesse i punti successivi: “C costi di trasporto (distanza x complessità), D durabilità (elementi di criticità: guasti, manutenzioni, fuori-uso), E riciclabilità (recupero esauritosi il periodo di utilizzo), F pericolosità (tutte le fasi del ciclo, particolare attenzione fase d’uso)”. In fondo alla pagina: “esercizio individuale: applicare i criteri a oggetti di uso comune, destinati alla medesima funzione”. Era l’invito – capace che lo chiedeva all’esame – a confrontare sia pure congetturando a livello intuitivo, due elementi rispondenti in maniera specifica alla stessa finalità. L’idea di spingere a ragionare su qualcosa che ci sta intorno, pensò, era interessante. C’era il vantaggio, con questo Prof, che se la tua espressione gli era in qualche maniera familiare, all’esame rigirava un paio di volte il libretto, controllava che tu fossi tu e ti gratificava con una smorfia conciliante.
Se invece lo sfiorava la sensazione, il dubbio, allora inclinava la testa, strizzava gli occhi e chiedeva: “lei è stato presente alle mie lezioni?”. Per quanto convincente (la sincerità era un optional) riuscisse ad essere la risposta, sapevi che da quel momento il percorso sarebbe stato in salita. Girò lo sguardo alla ricerca di qualche suggerimento.
Confrontare una bicicletta ed un’automobile? No, troppo complicato.
Un ombrello ed un impermeabile? Troppo simili nel trasporto, durata, riciclabilità ecc. Assieme alle riviste impilate, alle teche dai colorini diversi, alle penne ed alle matite sistemate in ordine militare, sul tavolo spiccava con la sua candida incongruenza la tazzina di caffé che aveva poco prima sistemata sul suo piattino (senza il piattino assortito, gli sembrava svanisse una parte dell’aroma). Poco più in là, allineati e identici, tre bicchierini di plastica di quelli da distributrice di bibite, ora rispettivamente riempiti di graffette, puntine e spilli con la testa colorata. Quando aveva più tempo prendeva il caffé sotto casa; certe volte anche alla macchinetta dell’università. Sempre la mattina, sempre contenitore, sempre caffé. Era un confronto che poteva avere ragionevolezza. Interrogò dunque con lo sguardo alternativamente la tazzina e il bicchierino in prima fila, assaporò sul fondo del palato il gusto residuo del caffé da poco bevuto, e partì fiducioso col punto A: contenuto energetico. Su questo gli sembrava non potessero esservi dubbi: ci voleva sicuramente più energia a realizzare una tazzina. Maggiore (in peso e in volume) la quantità di materiale, stampi sempre diversi per ogni serie, cottura ad altissime temperature, decorazione, smaltatura, invetriatura…
Al confronto il leggero bicchierino tronco-conico, con semplici anelli di nervatura per conferirgli quel tanto di irrigidimento da non farlo bombare sotto la pressione del contenuto, pareva davvero inconsistente.
E poi, rispetto alla originalità formale della tazzina, il vasetto in polietilene confermava l’immagine di tutti i bicchierini del mondo. O forse sembravano uguali, si chiese, ma avevano delle piccole differenze a seconda della casa produttrice. Si trattava comunque, concluse, di varianti poco significative e le serie erano quasi infinite. Tracciò una griglia, in alto scrisse TAZZINA, subito accanto BICCHIERINO, sulla sinistra della prima riga la parola energia e infine, soddisfatto, segnò un +1 a favore di Bicchierino.
Passiamo al punto B. Scrisse sulla seconda riga: prestazionale. Un bicchierino costava pochissimo e in teoria può essere trasparente, opaco, rigido, morbido, felpato, di materiale colorato. La plastica è davvero versatile, pensò, rigidissima come un paracarro o elastica come una pallina dai mille rimbalzi, diafana come il cristallo e tenebrosa come un velluto nero. Non era del tutto sicuro che la domanda fosse riferita proprio a questo aspetto (ci avrebbe fatto una ulteriore riflessione la prossima volta), ma segnò un altro +1 sotto Bicchierino.
Passò al punto C costi di trasporto. Un rapido calcolo: fragilità, comprimibilità, peso, imballaggio. Magari la tazzina è made in China. Ancora +1 per Bicchierino.
Punto D durabilità. Questo era più difficile. Quanto può durare una tazzina? Molto. Nel museo c’erano tazzine addirittura del neolitico. Eppure del servizio da 12 con il manico a ricciolo d’oro erano rimasti solo 5 tazzine e 8 piattini. La plastica poi è quasi indistruttibile, tuttavia non si mette in lavatrice. Però si potrebbe lavarli a mano. Lui l’aveva fatto. Quei tre bicchierini erano sul tavolo da più di un anno. Sbuffò mentalmente: era indeciso. Guardò l’ora, fra un po’ doveva uscire. Mise una sbarretta sotto entrambe le colonne: parità.
Punto E: riciclabilità. Per macinare la tazzina ci sarebbero volute delle macine potenti. Per farne cosa? Inerti, alleggerimento per calcestruzzo. Sorrise: quanti pezzi macinati per m3? Intanto per il bicchierino sul tavolo era stato possibile un uso diverso come contenitore di minuterie (sua zia, dopo avervi bevuto il caffé usava le tazzine come portacenere per l’immancabile sigaretta, ma non poteva definirsi un vero riuso) poi probabilmente era facile fonderlo e rigenerare nuovi oggetti. In ogni caso, sempre secondo il Prof, non era importante la teorica reciclabilità (che appartiene a tutto) quanto piuttosto l’effettivo riciclaggio, che comporta una specifica previsione a monte, già nelle prime fasi della produzione. Aveva letto che, data la differenza dei polimeri, la plastica perdeva molte delle sue proprietà e quindi nel riuso andavano utilizzati spessori pesanti. Poi, ovviamente, anche le caratteristiche specifiche (trasparenza, colore, rigidità) andavano perse e il risultato era un pastone grigio. Comunque sempre meglio di niente. +1 sotto Bicchierino e passiamo al Punto F pericolosità. Sicuramente la produzione della plastica non gode di una buona fama. Però aveva visto in televisione che ora mettono filtri dappertutto in maniera da agire in sicurezza. Problemi nello smaltimento? Posò la mano a chiudere l’imboccatura del bicchierino con le graffette, lo ribaltò e sul fondo, lievemente rilevato lesse: PET. Per fortuna si trattava di Polietilene Tereftalato, la plastica “buona”. Peggio sarebbe stato se avesse letto PVC (cioè Cloruro di Polivinile che quando viene bruciato libera compositi cancerogeni e quell’acido muriatico in forma gassosa che causa le piogge acide) oppure PS (Polistirene, anch’esso sospettato di qualche nefandezza nelle varie fasi di vita). Aveva letto da qualche parte che col calore la plastica ha cessioni molecolari e quindi è meglio non bervi liquidi caldi. A che temperatura beviamo il caffè? Forse 40 °C. Sul libro c’era scritto che il PET viene riciclato per farne contenitori oppure fibre per imbottiture, maglioni, interni per auto, ecc. Aveva fatto bene a dargli il vantaggio nella riciclabilità. Per la pericolosità rimaneva invece l’incertezza. Poi gli venne in mente quella volta che si era tagliato nel raccogliere i frantumi di una tazzina caduta per terra. Segnò pari e… non c’era dubbio, Bicchierino risultava più ecologico in maniera schiacciante. Deciso. Mise via tutto con ordine. Si pettinò, infilò la giacca, raccolse le chiavi e si avviò alla porta. Saltellando giù per le scale pensò che bere il caffé nella tazzina con il manico a ricciolo, era un’altra cosa. Anzi, in un bicchierino di plastica, era una vera schifezza. Conclusione: o l’ecologia “è una palla” oppure doveva rifare l’esercizio con altri due oggetti. Non ora: per l’appuntamento al bar del Corso era già in ritardo.

 

 

 

 
   

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