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BIOARCHITETTURA
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Numero 47 di febbraio-marzo 2006
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Ricchezza o profitto
Ugo Sasso
Se davvero più o meno improvvisamente il petrolio cessasse di
essere sul mercato, non soltanto saremmo gettati nel baratro del
freddo e del caldo, vedremmo i nostri spostamenti ridotti in
maniera talmente drastica da non essere neanche immaginabile,
l’agricoltura subirebbe un tracollo che ci investirebbe con
carestie ed epidemie, il tutto senza neanche poter ricorrere a
quella plastica ubiquitaria che accompagna tutte le nostre azioni,
da quando ci chiudiamo i bottoni e ci infiliamo le scarpe alla
mattina sino al momento in cui spenta la luce ci tiriamo sul naso
le coperte. Da più parti si sentono pronunciare e si leggono –
anche su fonti autorevoli – frasi del tipo: il petrolio ha
raggiunto il suo tetto massimo di produzione e d’ora in avanti,
tenendo conto dei pozzi in attività e di quelli ancora da
scoprire, ce ne sarà sempre meno; il che, in un successivo
passaggio di contrazione, diventa “il petrolio sta per finire”.
Si tratta di affermazioni che lì per lì fanno effetto ed inducono
a riflettere su bui scenari futuri ma subito dopo, data la loro
manifesta, larga approssimazione, lasciano insoddisfatti,
increduli e quindi indifferenti. Perché in effetti il problema non
è quanto durerà, bensì per quanto tempo ancora sarà in grado di
costituire base assoluta del nostro vivere quotidiano.
Già il modello economico classico, che si affida alla capacità di
autoregolamentazione da parte del sistema dei prezzi, avanza una
prima schematica soluzione: le risorse, man mano che si rarefanno,
diventano sempre più costose e quindi si cercano alternative, la
domanda diminuisce e le riserve allungano indefinitamente il loro
periodo di disponibilità. Il problema è ovviamente molto più
complesso date le variabili, molteplici e persino dinamiche:
crescita demografica, sviluppo economico e tecnologico di vaste
aree, miglioramenti delle tecniche estrattive, scoperta di
giacimenti non preventivati, disastri naturali, accaparramenti,
guerre ed alleanze. Per esempio in teoria l’aspettativa di prezzi
crescenti dovrebbe determinare nel Proprietario la speranza di
guadagni sempre maggiori e quindi il rallentamento dell’estrazione
e la dilazione nel tempo dello sfruttamento delle sue proprietà.
Nella pratica si osserva il contrario: man mano che aumentano i
prezzi aumentano di pari passo le estrazioni.
Il petrolio, come qualunque altra risorsa, rimane infatti sotto
terra solo se si prevede che il suo valore aumenti più velocemente
dei soldi investiti in borsa. Poiché negli ultimi decenni la
crescita dei titoli azionari è stata maggiore dell’aumento del
costo del greggio, si è estratto più petrolio possibile.
Ciò spiega anche l’apparente contraddizione per cui ai Padroni del
petrolio non conviene alzare troppo i prezzi: un livello alto si
rifletterebbe immediatamente su quell’economia i cui profitti
risultano come abbiamo visto più remunerativi rispetto all’aumento
di valore delle riserve; e poi si darebbe troppo spazio alla
concorrenza, cioè si incentiverebbe la più rapida conversione
verso energie alternative! Ovviamente il calcolo della convenienza
ad investire presuppone una economia in grado di crescere
all’infinito, senza tener conto cioè che prima o poi ci si può
imbattere in fattori limitanti quali le variazioni climatiche,
l’inquinamento ambientale o addirittura proprio l’esaurirsi delle
materie prime che stanno alla base dell’economia.
Altro esempio relativo alla complessità delle dinamiche: la
prospettiva di scarsità di una determinata risorsa ed il
conseguente prevedibile crescere del suo prezzo dovrebbe
scoraggiare gli investimenti nelle attrezzature produttive in tali
settori indirizzandole verso scenari più promettenti in maniera da
occupare quote del futuro mercato. Nel nostro caso si tratta però
di strutture fondamentali dell’economia e particolarmente
gigantesche (petroliere, raffinerie, centrali, reti di
distribuzione, ecc.), caratterizzate quindi da lunghi periodi di
ammortamento. Ai messaggi che suggeriscono inversioni di tendenza
la grande industria contrappone quindi forti inerzie, sostenuta in
questo da politiche di sussidi pubblici e di sostegno
all’occupazione tesi a scongiurare, o comunque a rimandare alla
prossima legislatura, le crisi di trasformazione. In conclusione
si ha un mercato che risponde a tono ad ogni stimolo di breve
periodo, ma resiste alle variazioni nel lungo periodo.
Persino le stesse misure di tutela ambientale e di incentivo delle
tecnologie alternative, se rimangono episodi isolati nel panorama
internazionale, potrebbero non risultare vantaggiose sul piano
planetario. Una consistente diminuzione delle importazioni di
petrolio da parte di un cartello di “Paesi consapevoli” finirebbe
per comprimere i prezzi consentendo un consumo più diffuso e per
esempio l’affacciarsi di acquirenti marginali quali i Paesi in via
di Sviluppo. Questo potrebbe rispondere ad un principio di
giustizia ma di fatto andrebbe a sostituire un consumo più
rigidamente controllato con uno probabilmente meno sensibile alle
problematiche ambientali. In ogni caso la statistica insegna come
lo sfruttamento di una data materia finita (cioè che non si
rigenera) possa essere rappresentata da un’area a forma di
campana, la cui curva disegna rispetto a due assi (in basso il
progredire del tempo e sulla verticale le quantità estratte) il
progressivo variare della disponibilità sul mercato. Iniziato
l’utilizzo, questo cresce fino ad un acme per subito dopo iniziare
la ridiscesa e tendere a zero. La superficie dell’area, che
rappresenta le quantità disponibili, deve mantenersi costante ma è
possibile “strecciare” la curva comprimendola in pochi decenni o
strirandola nei secoli.
Una rigida visione egalitaria che assegnasse alle generazioni
future gli stessi diritti riconosciuti a quella presente,
presupposta la durata illimitata della specie umana, ne consegue
una possibilità di sfruttamento commisurata ai tempi di
ri-formazione della risorsa (quanti millenni servono per
trasformare un albero in petrolio?); detto in altre parole, alla
impossibilità di utilizzare tutto ciò che oggi prendiamo dalla
Terra…
L’unico sfruttamento in grado di assicurare equità tra le
generazioni, sarebbe quello derivante da energie rinnovabili e
quindi in sostanza dal sole, unica fonte di energia esterna. Si
tratta come evidente di una formulazione molto astratta.
Innanzitutto perché riuscire a convertire i raggi solari in
qualcosa capace di coprire le esigenze planetarie richiede
impianti, tecnologie ed investimenti consistenti che non possono
non venire da fonti extra-solari (la retorica dell’energia
alternativa non sempre spiega quanti watt sono assorbiti dalla
produzione di un pannello fotovoltaico).
Alcuni economisti, nello sforzo di assegnare con coerenza logica
una evidenza maggiore all’oggi rispetto al domani e al dopodomani,
hanno provato ad inserire il “fattore incertezza”. Mentre i
bisogni odierni risultano evidenti, quelli futuri si ammantano di
progressive sfumature: sono senz’altro prevedibili nuovi sviluppi
tecnologici in grado di farci produrre di più con meno, la
scoperta di risorse alternative, favorevoli variazioni climatiche,
mutazioni nei desideri sociali, e via via man mano che ci si
inoltra nel futuro.
Di fatto si traduce il “fattore incertezza” con un “esponente
fiducia” capace di moltiplicare in maniera esponenziale il bene
attraverso un probabile progresso tecnologico capace, come
dimostrato in passato, di far oltrepassare quelli che ai nostri
occhi paiono limiti insuperabili. Se alla civiltà del legno ormai
asfittica è subentrata la civiltà del carbone ed a questa quella
del petrolio, perché mai non dovremmo sperare di cavarcela anche
noi? Semplicemente perché, è la risposta sensata, non è
intelligente sperperare le risorse attuali confidando nella
scoperta, come avvenuto in passato, di una miracolosa eredità.
Fatto sta che gli analisti hanno rilevato come il costo della
risorsa segua una curva più o meno identica alla campana della
disponibilità, solo sfalsata in avanti nel tempo, per cui ogni
aumento dei costi non indicherebbe una scarsità prossima ventura
ma una scarsità ormai raggiunta da un pezzo.
In ogni caso valutazioni, riflessioni, strategie circa le scarsità
future rimangono solo teoria buona per i dibattiti e le tavole
rotonde ma prive di capacità d’incidenza su un sistema economico
che per definizione non può tener conto di agenti non presenti in
quanto non ancora nati.
Il problema non può dunque sperare di trovare soluzioni sul piano
economico ma deve essere spostato su quello etico, sul quale forse
potrà ricomporsi la forbice tipica della nostra corsa: nonostante
gli incrementi di efficienza in tutti i settori (passaggio dalla
meccanica all’elettronica, ottimizzazione degli investimenti,
riciclaggio, ecc.) il consumo di risorse pro capite nei Paesi ad
economia matura (senza cioè contare i Paesi emergenti) continua ad
aumentare. Siamo cioè nel paradosso: al diminuire della quantità
di materiale ed energia per singola unità prodotta corrisponde un
aumento dei consumi di materiali ed energia! Non basta: più ci
circondiamo di abbondanza e più la percezione sociale di benessere
continua a scemare.
Riusciremo a venirne fuori?

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