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BIOARCHITETTURA
 

Numero 47 di febbraio-marzo 2006

Il Giappone di Taut
Ginevra De Colibus

Bruno Taut nasce a Königsberg il 4 Maggio1880.
Dopo la maturità frequenta la scuola professionale edile, mentre, nei mesi estivi, lavora come apprendista muratore in una ditta edilizia che realizza anche costruzioni in cemento armato.
Nel 1901 consegue il diploma e già l’anno dopo fa le sue prime esperienze presso alcuni studi di architettura ad Amburgo.
Nel 1909 apre uno studio proprio a Berlino e, prima dell’inizio della guerra mondiale, ha già al suo attivo alcune esperienze esemplari pubblicate dalle riviste di tutto il mondo.
Nel 1913 viene nominato architetto consulente della Deutsche Gartenstadtgellschaft, progetta la città-giardino di Falkenberg presso Berlino e il complesso edilizio Reform a Magdeburgo. In occasione del progetto di una “casa di cristallo” per l’esposizione del Deutsche Werkbund organizzata all’expò di Colonia.
Dopo la fine della guerra Taut fonda il “Consiglio per l’arte” insieme a Walter Gropius e Adolf Behne e diventa membro del Novembergroup.
Dal 1919 al 1931 ricopre numerose cariche: Membro direttivo del Deutscher Werkbund e della Vereinigung fur die Socialisierung des Baugewerbes, Presidente del Comitato di architetti in seno al Consiglio per l’arte, Presidente del consiglio di vigilanza della Cooperativa edilizia Gross-Berlin, Deputato civico per l’arte della città di Berlino, membro d’onore della Società centrale degli architetti austriaci, Consigliere all’edilizia di Magdeburgo, Architetto capo della Gehag (Società di pubblica utilità di risparmio ed edilizia), Professore onorario alla Technische Universitat di Berlin-Charlottenburg. Membro onorario corrispondente dell’American Institute of Architects, Membro della Preussische Akademie der Kunste di Berlino.
Venuto a conoscenza della sua inclusione in una ‘lista nera’, fugge in Giappone, rimanendovi fino al 1936, collaborando con istituti di artigianato artistico dove rielabora oggetti d’uso della tradizione giapponese e realizzando villa Hyuga.

1 marzo 1933, pomeriggio. Bruno Taut e la moglie Erica, inclusi in una “lista nera” di oppositori al regime, lasciano precipitosamente Berlino, passano in Svizzera e da qui organizzano il viaggio che li porterà in Giappone. Nel 1931, due anni prima, erano terminati quelli che lo stesso Taut nei suoi diari definisce i “sette anni grassi” della sua professione, quelli in cui realizza il maggior numero di progetti, tutti relativi a quartieri residenziali. Il periodo fortunato si aprì il 14 aprile di 1924, allorché venne nominato architetto della Gehag – Gemeinnützige Heimstätten-und-Sparaktiengesellschaft (Società per azioni di interesse collettivo per la costruzione di alloggi economici). Con molta probabilità, fra i motivi della nomina va annoverata la conferenza tenutasi a Berlino l’8 aprile di presentazione del libro Die neue Wohnung. Die Frau als Schöpferin, libro che riscosse un successo tale da portare a tre edizioni nello stesso 1924. L’architetto vi espose le sue idee sull’abitazione e in particolare invitava le donne a liberarsi di suppellettili ed inutili oggetti decorativi che sottraggono spazio agli individui costringendo la padrona di casa a lavori inutili e faticosi. Per altro, al momento dell’incarico Taut aveva alle spalle numerosi studi di città-giardino, svolti a partire dalla nomina avvenuta nel 1913, a consulente della Deutsche Gartenstadtgesellschaft (Società tedesca per le città-giardino) – per la quale progettò tra l’altro la città giardino di Falkenberg presso Berlino – nonché tre anni di impegno nell’assessorato all’edilizia della città di Magdeburgo (1921-1924).
A Berlino Taut si trovò a collaborare con Martin Wagner, assessore all’edilizia della città e fondatore della Gehag; tra il 1924 e il 1931 i due realizzarono circa 10.000 alloggi in Siedlungen piccole e grandi. In una lettera inviata all’amico Oud proprio durante questo periodo, Taut scrive: «Dal momento della mia partenza da Magdeburgo sono stato gradualmente assorbito in un’attività piuttosto vasta, che riguarda esclusivamente la costruzione di abitazioni». In queste abitazioni Taut fa convergere e approfondisce le ricerche architettoniche e urbanistiche svolte negli anni precedenti, dallo studio di case a schiera alla ripetizione di singoli elementi, dal rapporto tra ambiente interno ed esterno allo studio del colore. Grazie all’influenza di Martin Wagner, strenuo sostenitore della standardizzazione e della produzione in serie, approfondisce anche gli ambiti dell’assemblaggio e della modularità. Taut tuttavia, convinto che la costruzione della casa non fosse riconducibile a semplici formule matematiche e geometriche, mantenne sempre una visione antropologica del costruire; tant’è che nel 1928 si oppose con decisione all’idea degli alloggi minimi che Alexander Klein elaborò basandosi su principi matematici.
Taut fu infatti più incline a creare spazi per la quotidianità, semplici ma accoglienti, capaci di donare agli abitanti “quiete spirituale”. Nei progetti di edilizia residenziale devono in particolare essere assolutamente tenute in considerazione le necessità, le abitudini, le tradizioni culturali e regionali di ogni classe sociale. Non è un caso dunque che accetti l’incarico della Gehag con “zelo missionario”: i complessi residenziali di Berlino sono concepiti come sobborghi-giardino con aree verdi e ampi viali, che «assumono caratteristiche cittadine e paesistiche ad un tempo». Barbara Miller-Lane sottolinea che «molti degli edifici a isolato intero sono fra i più belli realizzati dagli architetti moderni; sotto la guida di Taut si evitano ad esempio i prospetti atoni che caratterizzano tante opere di Ernst May a Francoforte». Gli anni delle vacche grasse portano anche numerosi riconoscimenti professionali: nella primavera del 1930, nominato professore onorario alla Technische Universität di Berlin-Charlottenburg, Taut vi tiene lezioni in edilizia civile e agglomerati urbani. È sempre nel marzo del 1930 che, invitato al Congresso della Lega degli Architetti Giapponesi, entra in contatto con il mondo orientale.
Dal 16 aprile 1931 diventa membro onorario corrispondente dell’American Institute of Architects. Dalla fine di agosto comincia quindi a lavorare al progetto di un albergo a Mosca, dove apre uno studio e organizza un ufficio per la costruzione di nuovi edifici alle dirette dipendenze del Mossoviet. Ritorna a Berlino nel febbraio 1933, ma solo per poche settimane: come abbiamo visto il 1 marzo fugge per timore di persecuzioni. Il 10 marzo è a Stein am Rhein in Svizzera grazie anche all’interessamento di Sigfried Giedion. Alla metà di marzo Taut visita la delegazione giapponese a Berna e riesce a redigere un piano di viaggio dettagliato. Il 27 marzo salpa da Marsiglia toccando Napoli, Atene e Istanbul, città che lo incantano e di cui riporta nei diari appassionate descrizioni. Arriva in Giappone il 3 maggio: la prima immagine è espressa con lo stupore di un bambino: «Colore! Verde! Come mai visto! Acque iridescenti, nuovo mondo… che incanto!».
Il giorno successivo al suo arrivo, Taut compie cinquant’anni; in altre situazioni avrebbe potuto godere i frutti della notorietà raggiunta, invece si trova a ricominciare da zero lontano dalla sua terra. Isaburo Ueno, architetto giapponese che aveva a lungo soggiornato a Vienna ed era stato compagno di studi di Josef Hoffmann, come regalo di compleanno riesce a fargli avere un permesso speciale per visitare la villa imperiale di Katsura, sconosciuta al di fuori del Giappone. Taut ne rimane folgorato: «Pura nuda architettura. Commovente – innocente come un bambino. Appagamento di nostalgia dell’oggi». Questo edificio diventa per l’architetto tedesco il modello della nuova architettura, quella che aveva tratteggiato nel saggio “Die neue Baukunst in Europa und Amerika” pubblicato nel 1929 e che ora gli pare di ritrovare completata nella tradizione architettonica giapponese. Non c’è dubbio: la qualità dell’architettura moderna deve “passare per Katsura”.
Il primo periodo giapponese trascorre tra conferenze e visite. Grazie a Isaburo Ueno, che gli illustra i tesori dell’architettura tradizionale e lo introduce presso i colleghi nipponici, Taut diventa fin da subito ospite molto gradito alla stampa locale. Nell’estate successiva al suo arrivo scrive Nippon mit europäischen Augen gesehen (Il Giappone visto con occhi europei), il primo dei saggi che dedicherà al paese del Sol Levante e che gli regala grande notorietà. Contemporaneamente, bisognoso di un visto a tempo indeterminato e di un lavoro, Taut accetta l’incarico di realizzare un complesso edilizio sul monte Ikoma, una collina nei dintorni della città di Nara.
Il progetto preliminare è pronto nel dicembre 1933: una sorta di visione alpina che avrebbe dovuto sorgere come una “cresta architettonica” sulla cima della collina, raggiungibile attraverso un viale di ciliegi. Per accreditare l’opera Taut la rappresenta ricorrendo alle forme espressive tipiche dei dipinti giapponesi, ma con grandissima delusione nessun edificio viene realizzato.
Nel settembre successivo riesce ad ottenere l’incarico di consulente per una scuola d’arte applicata, il Kogei Shidosho di Sendai. Qui ha la possibilità di mettere in pratica la sua esperienza di progettista di mobili e arredi ispirati al Deutscher Werkbund ; sotto la sua guida si formeranno molti dei più importanti designer giapponesi del dopoguerra. Nello stesso periodo collabora con l’Istituto di artigianato artistico della Prefettura Gumma di Tagasaki e progetta oggetti d’uso per la ditta di artigianato artistico “Miratiss” (abbreviazione di “miraculous tissue”), fondata da Fusaichiro Inoue, figlio di un costruttore edile della città che, dopo aver vissuto a Parigi per otto anni, nel 1933 era diventato presidente dell’associazione per l’artigianato di Gumma.
Nel febbraio del 1935 Taut e Inoue aprono un laboratorio “Miratisi” nel quartiere Ginza a Tokyo e iniziano la commercializzazione di oggetti con il marchio Taut/Inoue. Per essere più vicini al laboratorio, Taut ed Erica si trasferiscono in una piccola abitazione chiamata Senshintei, che in giapponese significa “Casa della purificazione del cuore”, situata ai confini del tempio Zen di Shorinzan, presso la città di Tagasaki. Come riportato con lunghi e dettagliati resoconti nei diari, nei due anni che seguono l’architetto tedesco rielabora sia dal punto di vista funzionale sia da quello formale oggetti d’uso della tradizione giapponese: progetta e fa realizzare con tecniche e materiali per lo più sconosciuti in Germania (legni giapponesi, lacca, fibre intrecciate) più di 300 oggetti tra mobili, complementi d’arredo, lampade e piccoli oggetti di uso quotidiano.
Nel 1935 finalmente ottiene l’incarico per l’unico progetto architettonico che realizzerà in Giappone: l’allestimento interno della villa Hyuga, una casa tradizionale posta su di un pendio di fronte al mare di Atami. Taut vi concepisce tre ambienti collettivi: dagli ambienti domestici una stretta scala conduce ai locali destinati al gioco e alla danza, pavimenti e pareti sono in legno mentre gli elementi in vetro sono protetti da frangisole di sottili aste di bambù intrecciate.
Orgoglioso del risultato, Taut scrive a Martin Wagner di «aver realizzato un gruppo di ambienti in tipico stile giapponese, cioè caratterizzati dal più grande rigore per quanto riguarda la semplicità e le proporzioni e allo stesso tempo tali che la grande parete scorrevole che funge da porta consente di osservare due ambienti moderni, provvisti di un pavimento in legno duro» e aggiunge: «Mi piacerebbe che lei potesse vederlo direttamente». Nonostante l’indubbia fama raggiunta sia nel campo della saggistica sia in quello dell’artigianato l’intervento di villa Hyuga rimarrà isolato.
Di fatto in Giappone continuerà a sentirsi un estraneo nostalgico, in bilico tra il fascino della raffinata tradizione e la repulsione per la convulsiva trasformazione moderna e la totale rottura con il passato. Gli anni giapponesi si chiudono il 15 ottobre 1936, allorché lascia Kyoto e, attraverso la Corea, la Manciuria e Pechino, arriva a Istanbul il 10 novembre 1936, dove assume la direzione del Dipartimento di Architettura dell’Accademia di Belle Arti al posto che era stato di Hans Poelzig.
Morirà ad Istanbul il 24 dicembre 1938 senza aver più fatto ritorno in Germania. Qualche anno prima, con la malinconia dell’esule, annotava: «d’ora in poi non sarà forse il viaggio stesso la nostra patria?».
 

 

 

 

 

 

 

 
   

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