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BIOARCHITETTURA
 

Numero 47 di febbraio-marzo 2006

Il rapporto tra uomo, natura e ambiente in giappone
Marco Del Bene

Leggendo di Giappone, in particolare del rapporto tra uomo e natura, sembrerebbe impossibile prescindere dalla relazione intima, quasi simbiotica, che i giapponesi mostrano con l’ambiente. La religione nazionale, lo shinto– che innerva di animistica umanizzazione la percezione della natura, ne sarebbe la prima conferma; ulteriore riprova deriva da costumi e usanze quali la pratica dell’hanami (andare a ammirare la fioritura, in particolare dei ciliegi). Tuttavia la seconda potenza economica del mondo si regge su pilastri di cemento ed acciaio, che hanno da tempo rimpiazzato legno e bamboo. In un Paese in cui l’architettura tradizionale era naturalmente biologica, i giapponesi delle grandi metropoli trascorrono oggi un’esistenza quasi totalmente artificiale. L’appartamento in cui vivono è una scatola di cemento con pulsanti per il condizionamento; i treni con cui milioni di pendolari raggiungono il luogo di lavoro collegano stazioni che sono città, in parte sotterranee e in parte sopraelevate, i cui edifici sono spesso privi di finestre. Uffici, grandi magazzini e tantissime altre destinazioni offrono spesso condizioni analoghe: luci al neon ed aria condizionata.
L’intera vita di non pochi giapponesi può trascorrere quasi del tutto lontana da elementi naturali, in particolare in quella Tokyo dalle torride estati da 30 °C e più, dall’abbagliante luce del sole riverberata ed amplificata dal cemento dai vetri e dall’asfalto, cui fanno da contrasto i circa 20 °C di case, treni, uffici e negozi, illuminati da luci soffuse. Come segnalano di frequente riviste specializzate ma anche a larga diffusione, questo determina importanti risvolti medici: per esempio il sistema endocrino di chi vive in ambienti climatizzati non riesce a regolare, tramite la sudorazione, il giusto rapporto tra acqua e massa corporea.
Per bilanciare questo deficit si ricorre allora a integratori salini ed a cure farmacologiche. Nei grandi centri urbani ogni rapporto tra uomo, spazio e ambiente appare dettato dalle mere, spietate leggi del profitto. Anche nell’antica capitale Kyoto, dove le machiya (le tradizionali costruzioni in legno a due piani, con funzioni commerciali e residenziali, articolate in stanze, corridoi e cortili interni) sono state in gran parte sostituite, nel corso degli anni ’80 e ’90, da informi palazzine che come regolari parallelepipedi di cemento sfruttano ogni centimetro cubo di spazio utile. Come narrano le cronache economiche, furono gli anni della colossale bolla speculativa, al punto che i pochi chilometri quadrati del palazzo imperiale nel centro di Tokyo valevano, sulla carta, quanto l’intera California.
La frenetica attività edilizia scaturitane ha prodotto qualche esempio di buona fattura, annegato in un mare di mostruosità. La città è cresciuta come una jungla, con il suolo dei vecchi edifici spezzettato, con i nuovi complessi letteralmente costruiti uno sull’altro come rampicanti che si avvolgono e si fondono. È tuttavia sufficiente un breve viaggio in treno per lasciarsi alle spalle la Tokyo ipertecnologica e cambiare prospettiva. Nelle molte case di campagna dagli spioventi in scure tegole e pareti in legno in strati sovrapposti per permettere la naturale circolazione dell’aria, è ancora possibile che l’ospite vi intrattenga sulla lunga ricerca che lo ha portato a scegliere il palo portante della casa, dalle naturali nodosità non levigate, il quale non svolge solo funzioni strutturali ma anche spirituali, sociali, mondane. Allo stesso tempo è connessione simbolica tra uomo e natura, ma anche elegante, prezioso capriccio da sfoggiare con i visitatori. Ancora, è sul palcoscenico di alcuni santuari di campagna che i drammi del teatro nô tornano alla matrice di cerimoniale sacro, eco di un’epoca in cui sacerdoti-attori recitavano davanti al simbolo della divinità (generalmente un albero secolare) dando le spalle agli spettatori umani.
Insediamenti e campi coltivati con “isole” di vegetazione naturale, si fondono armoniosamente nel paesaggio rurale giapponese. Le coltivazioni di tè (famose quelle nella provincia di Shizuoka) sono ordinate in geometrici filari scolpiti.
Le risaie a terrazza del Mare del Giappone, strappate alla natura ed a un clima non certo ideale, sembrano squarci di sud-est asiatico. Terra dunque di contraddizioni? Ne più ne meno di qualsiasi altra grande nazione industrializzata con alle spalle una millenaria civilizzazione, costretta ad inventarsi come far convivere il nuovo con il vecchio. Anche perché una popolazione di circa 125 milioni insiste su un territorio la cui superficie è di poco superiore all’Italia, con due terzi composto da boschi, montagne o piccoli isolotti disabitati.
Da una parte le pianure di origine vulcanica o alluvionale ed il mare interno, protetto e pescoso, hanno fin da epoche remote favorito l’insediamento umano; dall’altra il volto crudele di terremoti, tifoni, inondazioni, valanghe, vulcani, tsunami…
Da qui forse questo rapporto ambivalente delle popolazioni dell’arcipelago con la natura, da placare e blandire, come nei riti shintoisti; oppure asservita e ricreata all’interno di una dimensione mentale estranea al contesto, come nei bonsai o nei giardini zen.
Da qui anche la concezione transitoria e precaria delle cose: i santuari più sacri del culto shintoista, quelli di Ise dedicati alla dea del sole Amaterasu, sono costruiti con materiali naturali grezzi e per questo estremamente deperibili, tanto che è necessario demolirli e ricostruirli, sempre uguali, con ciclica regolarità.
Distruzione e ricostruzione come nel naturale ordine delle cose. Ma il Grande Progresso materiale e tecnologico dell’ultimo secolo ha drasticamente cambiato l’equilibrio tra uomo e natura.
 

 

 

 

 

 

 

 
   

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