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BIOARCHITETTURA
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Numero 48-49 di aprile-luglio 2006
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Bengala: la lingua
dell'architettura
Raj Rewal
Sul Golfo del Bengala si affacciano (in senso orario da SO a SE)
Sri Lanka, India, Bangladesh, Birmania, Tailandia, Malaysia,
Singapore e Indonesia, ma i Paesi più significativi sono il
Bangladesh (che significa appunto “paese del Bengala”) e il
Bengala occidentale, uno delle Regioni dell’India (stato federale
con capitale Calcutta). Per questo il golfo si pone in maniera
cruciale tra due matrici geoculturali. Da un lato è, nella
considerazione comune, coinvolto dalla cultura indiana; ma allo
stesso tempo il territorio si estende verso Persia e Arabia. La
maggior parte di tali passaggi possono essere riconosciuti in
espliciti rimandi culturali, linguistici, religiosi, istituzionali
e legislativi. Al livello più primordiale e fondante si riscontra
tuttavia un irriducibile strato di concatenazioni rispetto alla
matrice orientale, determinata dagli influssi del Sudest asiatico,
in cui è predominante la civiltà acquatica, un mondo lacustre di
umidità e fecondità in cui i concetti e la cosmologia dei valori
sono generati dalla dinamica litoranea e dai rituali agricoli. Nel
senso che si è formato nei secoli un complesso antropologico
definibile come “cultura del riso”, dove il riso non è solo cibo
da produrre ma costituisce la base della valutazione costruttiva,
del senso del mito e dell’etica collettivi, che poi determinano
l’articolazione e la definizione di una identità. Malgrado il
progressivo inserimento delle coltivazioni di frumento, lungo il
delta del Bengala le piantagioni di riso rappresentano ancora uno
spazio esistenziale: la produzione di riso di fatto è la
produzione di una visione del mondo. Questa commistione tra acqua
e territorio non è altro che un territorio strappato all’acqua;
caratterizzato dal costante formarsi e scomparire delle rive, che
sono perpetuamente alluvionate e mutevoli, mantiene un certo
carattere amorfo, indefinito. Advaita Malla Burman nel suo
racconto “Il fiume chiamato Titash”, coglie l’essenza umana di
questo territorio acquatico in due figure paradigmatiche: il
pescatore e il contadino, l’uomo con la rete (jal) e l’uomo con
l’aratro (langala). Oltre all’attività sviluppatasi attorno al
riso e al pesce, il delta del Bengala è caratterizzato anche dalla
presenza del bamboo e dalla lavorazione della creta con la quale
si creano vasi e stoviglie. L’arte di intrecciare il bamboo si
esprime sia negli oggetti d’uso quotidiano che nelle costruzioni
architettoniche e nei suoi elementi. L’arte della ceramica viene
invece applicata nelle magnifiche produzioni di rilievi in
terracotta e nei mattoni da costruzione. L’elemento fondamentale
di tutto ciò è che vivere nel Delta significa essere profondamente
vincolati al territorio e al clima.
La forma e il clima
“La lingua madre dell’architettura” è il titolo piuttosto
tormentato di un saggio di Rabiul Husain e concerne la
riabilitazione del localismo in architettura. Husain propone
un’analogia tra linguaggio ed architettura. La domanda posta è:
così come nel linguaggio, anche in architettura è rinvenibile una
lingua madre che contenga in sè un irriducibile substrato che ne
definisce l’identità? E se ciò fosse vero, in che cosa riconoscere
tale substrato? E ancora: esiste una relazione tra linguaggio come
lingua madre e “lingua madre in architettura”? A fronte
dell’attuale tendenza alla globalizzazione eurocentrica e la
conseguente perdita delle culture locali, la questione posta da
Husein è in sostanza se sia possibile recuperare una “lingua
madre” dell’architettura una volta che questa sia stata dissolta –
così come è avvenuto per il linguaggio – nell’anglocentrismo.
L’annotazione che architettura e linguaggio mantengono origine
dalle stesse congiunzioni culturali appartiene a Quatremere de
Quincy, teorico francese dell’800. In Bangladesh tuttavia il
linguaggio è preceduto da un’architettura che è fenomenicamente
più radicata nella natura; qui è dunque possibile una discrasia
tra architettura e linguaggio: mentre l’architettura conserva
stretti collegamenti al luogo, al contesto geografico ed a ciò che
rappresenta il substrato della natura-clima, il linguaggio va
invece assumendo caratteri di fluida mobilità. Il bengali infatti
è parlato con la stessa facilità nel Begumganj come nel Bricklane
o a Brooklyn. Se ne può dedurre allora che il clima costituisce
elemento ancora più fondante rispetto al linguaggio. Questo non
significa solo che la forma risponde alle necessità dettate dal
clima - come suggerisce Charles Correa - ma che il clima determina
in maniera significativa il modo in cui vediamo noi stessi e il
mondo.
Il paradigma padiglione
La presenza architettonica più frequente nel Delta è la struttura
a padiglione. La capanna rurale bengali è infatti un padiglione
primitivo, una struttura adatta per poter vivere in una zona a
clima caldo-umido. Essenziale per la capanna è principalmente il
tetto, caratterizzato unicamente da una grande copertura a
baldacchino detto chad, la cui forma rende visibile la sua
funzione per la necessità di riparare dal sole intenso e dalla
pioggia torrenziale (chad conserva assonanze con la parola chhatri,
significante parasole e chhaya, ombra). Tutto ciò che non è tetto
risulta secondario: che le pareti siano di bamboo o di fango,
questi sono sempre posti all’interno del perimetro del tetto
(l’importante è assicurarne l’impermeabilità) come in un’ideale
struttura appoggiata su colonne. Un dipinto Bundi del settecento
“Bangala Ragini” costituisce una descrizione pregnante del
padiglione deltaico. Una idealizzazione storica della capanna
bengalese, mostrante vincoli reliquiari a carattere cosmologico,
la si può vedere nelle rappresentazioni dell’Ashrafpur Bronze e
nei manoscritti buddisti Ashtasahasrika Prajnaparamita. Hassan
Fathy scrive in che modo il deserto ha dato forma alla casa araba
e alla sua cosmologia: “Poiché il deserto durante il giorno è
ardente, abbagliante e produttivo di tempeste di sabbia, l’Arabo
non può trovare comfort all’aperto, in una casa “naturale” al
livello del terreno. Il solo aspetto gentile della natura per lui
è il cielo, che promette refrigerio durante la notte, cielo che
riesce a rimpicciolire anche l’espansione del deserto attraverso
la visione della stellata infinità dell’universo. Così l’Arabo
tende a chiudere fuori dalla sua casa il deserto assieme alla sua
sabbia soffocante e la apre invece sopra di sé, nelle corti
interne. Io vado oltre, vedendo i muri delle case come sostegni
per la cupola del cielo”. Pur nell’opposta tipologia, anzi forse
proprio per questo, la descrizione di Fathy per le corti delle
case arabe è illuminante anche per capire i padiglioni del
Bengala. Mentre le case a corte oppongono muri bianchi al deserto
che deve rimanere fuori, le case a padiglione dematerializzano i
muri, li rendono permeabili e in questo modo attenuano la
distinzione tra esterno ed interno. E mentre le case a corte
aprono uno spazio centrale sul cielo, i padiglioni offrono
alloggio nel cerchio d’ombra donata dal tetto. È proprio questa
tensione verso l’ombra, diversamente da altre strutture definitasi
in luoghi molto aridi (casa a corte) o nei climi freddi (spazi
chiusi e sigillati), che pone il padiglione come struttura
completamente all’aria aperta. Il padiglione è un luogo dal quale
si ha una visione dell’esterno in orizzontale o, come ha detto
l’architetto filippino Leandro Locsin, si può vedere sia il
tramonto che il chiaro di luna. In un suo appunto sociologico,
Anthony D. King contrappone la natura centrifuga della casa a
padiglione – percepita come invito attivo verso il mondo, come
vita proiettata nella comunità - alla casa a corte, considerata
centripeta e rivolta verso il proprio interno.
Dal bangladar al bungalows
Le regole del Sultanato (tra il 1400 e 1600) furono cruciali e
produttive per l’incremento delle tematiche architettoniche nel
Bengala, specialmente nel cercare di mantenere l’idea del
padiglione deltaico quando si dava forma a nuove moschee. Questa
architettura riflette il fenomeno del conflitto tra l’Isalm
universalista e l’ideale territoriale. Il palazzo per il culto
Atiyna Masjid costruito in Bangladesh mostra il fallimento del
gigantismo e del modello interiorizzato della casa a corte, nello
sviluppo del padiglione deltaico. L’ispirazione di Atiyna ha
seguito la grandezza dell’ideologia islamica della grande moschea
di Damasco, con il suo spazio a volta e grande corte.
L’impressionante modello di Damasco tuttavia, applicato in questo
territorio, non coglie lo spirito bengali sia nell’idea legata
alle eccessive possibilità di aggregazione sia riguardo allo
spazio a corte interno, che non tiene conto delle condizioni
ambientali del Delta esposto alla realtà delle sue escursioni di
aria calda. L’architettura del sultanato, al di là delle
valutazioni ambientali contiene interessanti aspetti culturali,
caratterizzata com’è da volumi cubici costruiti con mattoni locali
e il tipico linguaggio della terracotta. L’intreccio di due stili,
la forma centrale cubica e la moltiplicazione delle coperture
bangla, generò un diverso genere di templi. Infatti le successive
dinastie regnanti indiane, affascinate dalle coperture bangla le
vollero incorporare nel loro repertorio architettonico, per cui il
padiglione deltaico continuò a dominare fino ai tempi recenti,
estendendosi all’idea di bungalow e di casa urbana. Nel Bengala
coloniale il bungalow divenne la monumentalizzazione della capanna
rurale, ma presto venne ulteriormente trasformato con elementi
apparentemente classici. L’architettura moderna, filtrando
l’impronta dell’immaginario coloniale, ha provato a girare ancora
intorno all’idea di bungalow. Mentre i principi dell’architettura
tropicale elaboravano razionalmente la forma del bungalow secondo
le necessità di queste zone caldo-umide, i temi modernisti ne
proposero una configurazione astratta e asimmetrica. Così il
bungalow deviò dalla geometria cubica e, secondo la lezione
dell’architettura writghtiana, si slanciò nella composizione
lirica dei piani.





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