BIOARCHITETTURA
|
Numero 48-49 di aprile-luglio 2006
|
Effetto serra ed economia
Petra Sasso
Le 700 pagine dell’economista britannico Nicholas Stern,
incaricato dal Governo britannico di condurre una indagine
complessiva delle conseguenze economiche se non venissero
contrastati gli effetti del riscaldamento del Pianeta, segnalano
che siamo dinanzi non solo ad un pericolo ecologico (di quelli che
portano alla protesta dei “verdi” e degli “alternativi”) ma ad una
vera minaccia economica, con sullo sfondo una crisi confrontabile
con quella del 1929 e più di 200 milioni di persone costrette a
spostarsi dalla propria terra sospinte dai mutamenti climatici e
dalle conseguenti carestie, siccità, alluvioni. A dipingere questo
scenario hanno contribuito numerose istituzioni scientifiche
internazionali ed istituti indipendenti. In connessione al
cambiamento del clima sono stati semplicemente presi in
considerazione gli effetti sociali ed economici più prevedibili
sia sui Paesi industrializzati che su quelli del Sud del mondo e,
quindi, i costi delle misure per mitigarne gli effetti e la
dinamica dei costi dei cambiamenti tecnologici nel tempo. Questo
rapporto dimostra con autorevolezza l’errore economico di coloro
che ancora rifiutano la necessità di ridurre le emissioni di gas
di serra argomentando che si tradurrebbe in una riduzione della
competitività e dello sviluppo: non porre un freno alle emissioni,
a conti fatti, costerà molto di più. Il rapporto chiaramente
segnala la necessità che “i governi disciplinino le emissioni di
gas serra mediante tassazioni e regolamenti opportuni e nello
stesso tempo incentivino le tecnologie a bassa emissione di
inquinanti”.
Se si cercasse immediatamente provvedimenti andrebbe investito
l’1% del PIL annuo mondiale per evitare una catastrofe ambientale.
Aspettando, ovviamente, la percentuale aumenterà progressivamente:
«Il comportarsi come se nulla stesse accadendo, non farà che
soffocare la crescita», spiega Stern. L’impegno dichiarato dal
Premier britannico di ridurre le emissioni di CO2,
di monitorare i combustibili auto ed introdurre “tasse ecologiche”
è, ovviamente, solo un primo piccolo passo che serve a poco se non
è seguito dall’Europa e dal mondo intero. Nonostante la rinomata
sordità americana, anche lì si compiono piccoli passi. Nella città
di Boulder si è approvata una “tassa sul carbonio” che vedrà
piccoli aumenti in rapporto ai chilowattora utilizzati, in un
ciclo che raccolga soldi che serviranno a sovvenzionare un “piano
d'azione climatico” per aumentare il rendimento energetico nelle
costruzioni, riconvertire i sistemi con energia rinnovabile,
ridurre i chilometri percorsi dai veicoli, sponsorizzare audit
energetici per le abitazioni e programmi educativi per favorire
l'installazione di dispositivi ed illuminazione ad alta efficienza
ed isolamenti termici. Non per niente a Boulder c’è il "centro
nazionale per la ricerca dell'atmosfera" (National Center for
Atmospheric Research).
Claude Mandil, il capo dell’Agenzia internazionale per l’Energia (Iea),
ha consegnato una ricerca nella quale chiarifica come le
tecnologie necessarie a limitare le emissioni di gas di serra
esistano già. Ogni fonte di energia primaria utilizzabile
necessita delle adeguate tecnologie per la alimentazione della
stessa e per la conversione e queste sono molteplici, ma si
necessita di immediati e continui investimenti per migliorarle e
trovarne di nuove a bassa intensità di carbonio, senza lasciare
che continuino ad ergersi nuove centrali elettriche del vecchio
tipo.
L’emergenza siccità e la carenza permanente di acqua in alcune
regioni del mondo, di pari passo con l’aumento del livello dei
mari e le inondazioni, porteranno intere popolazioni (soprattutto
in Bangladesh ed alcune isole del Pacifico) ad emigrare
massivamente: un numero che, se non si corre immediatamente ai
ripari, potrebbe superare i 20 milioni di rifugiati. Una stima
imprecisa ma ancora ridotta se a tutto questo aggiungiamo le
condizioni metereologiche che in alcune regioni rischiano di
divenire insopportabili per l’aumento delle temperature.
La scarsità d’acqua è già oggi un temibile nemico per vasta parte
dei paesi in via di sviluppo ed il futuro non promette certo
miglioramenti: “le ondate di siccità tenderanno ad allungarsi.
Attualmente le fasi più estreme minacciano circa il 2% della Terra
ma si spingeranno fino a circa il 10% entro 2050” ha spiegato
Houghton, uno dei maggiori esperti britannici sul clima.
Il rapporto Stern non sarà la prima, ma è la più ampia e
complessiva indagine sul cambiamento climatico che non si limita a
sottolineare i danni ambientali, ma si sofferma su qualcosa che,
forse, può scuotere maggiormente i governi: i costi.



|