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BIOARCHITETTURA
 

Numero 48-49 di aprile-luglio 2006

Come nasce l’Esistenza Minima
Ugo Sasso


I passaggi che stanno alla base del Movimento Moderno si vengono a coagulare tra il 1920 e il 1930. Si può partire dalla pubblicazione del testo "Eupalino" avvenuta nel 1921 da parte del poeta e filosofo francese Paul Valere, che individua nella progettazione due atteggiamenti sostanzialmente diversi: quello sintetico e quello analitico. Adottando la forma del dialogo platonico sullo schema di quelli tra Fedro e Socrate, Valere distingue il processo creativo naturale-biologico (che procede per espansione) da quello che è invece il procedere dell'uomo, il quale crea elementi, segmenti, volumi elementari che rispondono ad un processo di astrazione di tipo analitico, di approfondimento successivo, e rimanda la dimensione globale alle successive fasi di assemblaggio. Per cui l’insieme non risponde ad un disegno autonomo ma è già tutto presente nell’elemento base, che quindi in maniera consequenziale e obbligata lo determina. Se il tutto è sempre somma di parti - le quali contengono già in sé, attraverso le possibilità espresse o latenti di aggregazione, ogni possibile soluzione finale – il rilievo si concentra sull’elemento singolo che va portato all’essenza, alla pulizia da ogni incrostazione non pertinente e da ogni accidente, che potrebbe scardinare o ridurre le modalità di assemblaggio.
Nel 1923 Le Corbusier pubblica “Vers une Architecture”, una raccolta di alcuni scritti già apparsi sulla rivista ”Esprit Nouveau” da lui fondata insieme al pittore Ozenfant nel 1919.
Le affermazioni contenute in questo testo teorico sono chiare, semplificate e provocatorie (ad esempio il processo di definizione dell’auto viene paragonato a quello che in altra epoca storica dette vita al Partenone) che volutamente rompono con ogni riferimento passato proponendo per l’epoca nuova che si stava aprendo, un sistema architettonico totalmente nuovo. Vi si afferma che l’architettura, così come la società tutta, non può che assumere la razionalità come proprio riferimento organizzativo; in particolare all’architettura si riconosce la capacità di modificare il pensiero sociale e quindi di innescare processi innovativi orientando il mondo verso un nuovo ordine. Come riferimento operativo viene assunto lo “standard”, cioè la norma che discende dalla individuazione della soluzione ottimale - tendenzialmente univoca e definitiva - del problema dell’abitare. L’architetto deve quindi tendere ad una “soluzione definitiva”, talmente essenziale e logica da risultare diffondibile ed adottabile ovunque, così come avviene per un’auto o, meglio ancora, per un aeroplano la cui eleganza formale non viene determinata da uno sforzo estetico ma semplicemente dalle leggi dell’aerodinamica. Viene così negata autonomia ad ogni problema di stile o di forma (che in quest’ottica si tradurrebbe in una decorazione avulsa e ingiustificabile) nella convinzione che l’approccio analitico e ingegneristico, se portato alle sue estreme conseguenze, è in grado di mostrare l’essenza e le sue qualità sensoriali, percettive ed emotive. Riferimenti formali in questa concezione positivista e scientista diventano i pezzi di serie della meccanica o, al massimo, i volumi funzionali dei paesaggi industriali.
All’Esposizione delle Arti Decorative a Parigi del 1925 fa scalpore il padiglione russo di Konstantin Mel’nikov, espressione degli aspetti più avanzati dell’architettura sovietica, in quel momento particolarmente influente sulla cultura europea percepiva come nostalgica arretratezza la propria distanza da Malevich (Astrattismo antiutilitarista), da Lissitzski (Elementarismo), da Leonidov (Suprematismo), cioè da quei movimenti che influenzeranno poi il Bauhaus, il De Stijl e il Razionalismo. Questo padiglione, che rappresenta le aspirazioni del nuovo ordine sociale e culturale uscito dalla Russia dopo la rivoluzione del ’17, condensa le tematiche del momento in una visione Produttivista orientata alla concretezza, alle arditezze ingegneristiche, all’idea di assemblaggio connessa alla possibilità di montare e smontare con semplicità gli elementi costitutivi. Più o meno sugli stessi orientamenti, le Corbusier presenta il padiglione “Esprit Nuoveau” che in stile Purista rappresenta l’elaborazione di unità tipo in grado, attraverso varie aggregazioni, di costituire i grandi blocchi edilizi della città contemporanea.
Nel 1927 il Werkbund assegna a Mies l’incarico di coordinare l’Esposizione di Edilizia di Stoccarda che doveva mostrare al mondo le sperimentazioni che in quegli anni si stavano sviluppando in Germania sul piano architettonico ed urbanistico per rispondere ai giganteschi problemi sociali, economici e costruttivi posti dall’industrializzazione e dall’inurbamento. Oltre agli architetti iscritti al Werkbund vengono invitati a partecipare all’alcuni protagonisti internazionali tra cui Oud, Le Corbusier, Mart Stam. La prima idea di Mies prevedeva la strutturazione di un piccolo quartiere dai caratteri urbani definito mediante un disegno ordinato ma complesso, pronto per contenere i vari contributi progettuali; per difficoltà organizzative si finì per suddividere l’area in lotti su cui ciascuno venne lasciato libero di elaborare la propria proposta tipologica. Se ne ottenne un assemblaggio di cubetti e di nude superfici squadrate che in seguito verranno a costituire un vero e proprio catalogo edilizio il cui criterio di valutazione era stabilito nell’aderenza tra forma e funzione, riferita questa al sistema produttivo, alle esigenze ergonomico-tipologiche, alla “sincerità” comunicativa dei materiali e degli assemblaggi.
Due anni dopo, nel 1929, si convoca a Francoforte il II CIAM con il tema Existenz Minimum.
L’idea portante è che l’architettura avrebbe potuto reggere il confronto con il repentino cambiamento di scenario connesso all’industrializzazione, solo se fosse stata in grado di rifondarsi sulla base di processi razionalizzati. In pratica, per sapere se una proposta spaziale era giusta o scorretta, non si poteva che indagarla sulla base di criteri oggettivi connessi da un lato ai fatti produttivi e dall’altro alle azioni dell’abitare. L’ottimizzazione di entrambe passava attraverso il metodo, che se programmato in maniera logica ed applicato con rigore, consente di scomporre il processo in procedure, in maniera da avere come risultato singoli elementi costitutivi rispondenti (strettamente aderenti) alle specifiche necessità. Sul piano concreto, per conciliare l’obiettivo di ottimizzare le superfici abitative, standardizzare i componenti e infine garantire il comfort ergonomico, bisognava ridurre gli spostamenti ed i movimenti inutili. Il corpo ed i suoi movimenti vengono così tradotti in standard dimensionali, i bisogni elementari vengono organizzati per gruppi e infine, come conseguenza, lo spazio viene strutturato secondo le varie posizioni ed i relativi percorsi. Tutto ciò che nell’abitare pareva non rispondesse a canoni di razionalità ed efficienza, viene espulso come spreco superfluo dannoso sul piano produttivo ma anche culturale.
Per finire (o per cominciare) nel 1932 si tiene l’Esposizione di Architettura al MOMA di New York e per la prima volta si parla ufficialmente (da parte di Hitchcock e Johnson) di "International Style".
 


 

 

 

 

 
   

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