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BIOARCHITETTURA
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Numero 48-49 di aprile-luglio 2006
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Architettura edificante
Makovecz e il nostro tempo
Ugo Sasso
Si parla di echi antroposofici di Rudolf Steiner ed aspetti
dell’organicismo internazionale ma anche di influssi del barocco
austriaco e del cubismo boemo; si scomoda Frank Looyd Wright,
Bruce Goff, Herb Green, Alvar Aalto. Sono queste e altre ancora le
radici che confluiscono nell’opera di Makovecz ma, come sostengono
i critici ungheresi, l’insieme va soprattutto letto in una
originale chiave localistica che rimanda alle componenti
mitologiche ed esoteriche proprie della tradizione magiara. Chi si
fermasse alla superficie dell’immagine formale, alla definizione
estetica dei singoli elementi e del complesso, non avrebbe
compreso la genesi e soprattutto il ruolo svolto da Makovecz.
Perché il vero fascino ¬- ¬nonché massimo puntello a quella
critica che riduce ogni valutazione a problemi di eleganza, di
forma, di coerenza stilistica, di invenzione e simili smancerie -
sta nell’ardente e teso impegno politico che piega l’architettura
a manifesto contro le invasioni militari e culturali esterne,
contro le dittature di sinistra (e la sua ideologia di
massificazione prefabbricata) ma anche contro la negazione dello
spirito da parte del consumismo divoratore di coscienze.
All’architettura viene rivendicata quindi (anacronistico in quest’epoca
di disillusioni e di pensieri deboli?) una funzione educativa nei
confronti della società, con le forme, le distribuzioni, le
strutture che si impegnano nell’aiutare le trasformazioni e a
orientarle. Per esempio ponendosi al sevizio della gente,
rivolgendo la parola ai semplici, toccare la loro anima insieme
alla loro immaginazione; ma anche, più prosaicamente consolidare
la vita sociale dei piccoli centri abitati attraverso la creazione
di sedi socio-culturali, mobilitarsi per rivitalizzare i nuclei
più antichi, stabilire consapevoli rapporti con l'ambiente e con
le tradizioni, prestare attenzione alle esigenze più vere della
committenza anche quando questa appare stordita ed abbagliata.
Sicuramente Imre Makovecz, nato nel 1935 a Budapest, è tra i
riferimenti più saldi di questa operazione culturale di ampio
respiro che coinvolge numerosi architetti ungheresi. Dopo aver
deprecato per anni (e per questo essere stato “esiliato” nel Corpo
Forestale) l’anonimato della prefabbricazione che nell’Ungheria
socialista disperdeva sapienze materiali, conoscenze, percezioni
ed emozioni, ha dovuto ad un tratto cambiare fronte, nemico e
didattica. I valori atemporali dei messaggi ancestrali, dei segni
e dei simboli, le radici pagane e l'animismo dell’architettura
popolare transilvana diventano ancora più importanti in un
contesto sociale in rapida (troppo rapida) trasformazione, dove i
problemi che attendono la nuova generazione di architetti non
erano più quelli del Socialismo reale ma quelli del Capitalismo
usa e getta, improvvisamente esploso con la sua carica ammaliante
e il suo corruttore appiattimento sul qui ed ora. Così in questa
Ungheria smembrata dalla 1^ Guerra Mondiale, snaturalizzata nelle
fondamenta dal Regime, infine sottoposta oggi a inquietanti
invasioni mediatiche ed economiche, per non percepire sé e il suo
popolo arretrati rispetto all’omologante sistema socio-culturale,
Makovecz volge lo sguardo da un’altra parte rivendicando
originalità e origini. Riprendendo, tanto per cominciare, la
continuità con la storia laddove Russi e Modernità l’avevano
interrotta, cioè con le forme dell'Uj Magyar Stilus del "Gaudì
magiaro" Ödön Lechner (1845-1914) e con il suo manifesto, il
Takarèkpènztar costruito a Budapest circa cent’anni or sono in
Stile eclettico, variante locale del Liberty internazionale
caratterizzata da elementi ornamentali di violenta vivacità tratti
dai motivi popolari ungheresi e dalle stilizzazioni orientali.
Questa Art Noveau di Lechner è riconoscibile in molti edifici
della capitale: l'Istituto di Geologia, il Museo di Arti
applicate, la Cassa di Risparmio di Budapest, l’Istituto dei
Ciechi. Assieme ad allievi e collaboratori – tra i quali Lipot
Baumhorn, celebre per la cupola azzurra della sinagoga di Szeged –
divenne vero e proprio indirizzo estetico creando un vocabolario
decorativo ornamentale tipicamente ungherese che utilizza in
maniera estrosa mattone a vista e maiolica variopinta. L'altro
polo di riferimento sta nella ricerca teorica e pratica di Károly
Kòs (1883-1977) e nella sua poetica dalle forme essenziali mutuate
dall'architettura vernacolare. Più in generale l’architettura
organica magiara intende ricollegarsi al clima dell’anno 1896,
scadenza millenaria della mitica fondazione del Regno, periodo che
con entusiasmo si pose l’obiettivo di definire l'identità
culturale e nazionale del Paese aprendo con grande fervore
ricerche in ogni campo della cultura e in particolare nell'arte e
nelle tradizioni popolari. In questa matrice etnopopolare - dice
Makovecz - “ricerco una spiritualità attuale che consenta di
pensare direttamente sul piano visivo, in contrapposizione
all’hegeliano pensiero dualistico. Nell’arte popolare cerco i
segni, o meglio la struttura dei segni, capace di offrire un punto
di riferimento alla mia concezione di vita.” Per riuscire,
attraverso questa, ad affrontare l’architettura che diventa vita
nel dramma del rapporto tra pieno e vuoto, tra storia e geografia,
tra progettista e committenza e maestranze. Oggi "le parole di
architettura vernacolare hanno perso il loro significato reale, il
loro significato tecnico e materiale è cambiato durante i
secoli... tuttavia le parole sono rimaste nell'organismo vivente
della lingua. Le parole vengono così a formare 'una costruzione in
divenire' sui contorni della comprensione, della fantasia e della
realtà, per generare una nuova realtà." Tra le realizzazioni ove
più accentuata si manifesta, quasi ridondante, la poetica di
Magona (il collettivo di progettazione ispirato da Makovecz) va
annoverato il campus universitario cattolico realizzato su un’area
che i militari russi utilizzavano per le esercitazioni e dismessa
alla fine degli anni ’80 a Piliscsaba, piccola cittadina ungherese
situata una ventina di chilometri a nord di Budapest. In
particolare la piazza che fronteggia l’entrata principale ma anche
la cappella e lo Stephaneum - l’edificio che ospita l’Aula magna /
Auditorium - sono opere nate dall’ingegno di Imre Makovecz. Dal
punto di vista spaziale la pianta di quest’ultimo edificio pone
chiari suggerimenti antropomorfi (un angelo, un uccello, un
ragno?) ove il corpo centrale pare concludersi con una “testa”,
elemento circolare rivolto verso l'esterno (il palcoscenico); il
tutto suddiviso in maniera pressoché speculare rispetto all’asse
di simmetria che attraversa lo scalone monumentale, taglia l’Aula
magna e il palcoscenico (i due grandi cerchi che si intersecano e
compenetrano) e spartisce a destra e a sinistra i corpi delle due
ali. Il tema dei due cerchi che si intersecano, ricorrente
nell’opera di Macovetz, sottolinea l’idea della sovrapposizione di
universi differenti e quindi l’unione dell’elemento cosmico con
quello terrestre, il mondo dello spirito con quello dei sensi in
una complementarietà tra uguali e contrapposti, tra simmetria e
asimmetria che genera divenire. Ma tale specularità - di fatto
l’intenzione è quella di relazionare ma anche separare, attraverso
l’evidente asse, la tradizione scientifica e razionale da quella
emotiva e sentimentale - caratterizza solo l’andamento generale e
non l’articolazione di dettaglio che invece rimane dinamicamente
connotata. Il grande atrio, segnato dalla presenza di giganteschi
tronchi che si rigonfiano in alto con sagome a forma di fogliame a
tamponare le gradinate dell’Aula magna, funge da raccordo tra le
ali laterali - che ospitano alcune aule, la cappella e i locali di
servizio - e l’accesso all’Aula magna. Anche in questo caso
l’albero, per metà nella terra e per metà nell’aria, si fa simbolo
dell’auspicata armoniosa congiunzione tra il terreno ed il cosmo.
Il legno bene si presta in questo caso a porsi strumento per
fiabesche analogie con il mondo naturale in cui i pilastri
diventano alberi, le coperture si fanno foresta, le rampe di scale
sono ali aperte pronte a spiccare il volo. Usato con maestria
memore di antiche abilità, il legno conferisce ai volumi un
aspetto tradizionale ed un forte richiamo naturalistico che
insieme a forme di rami e alberi, disegni di foglie, simboli di
vita, riconduce all'aspetto più elementare e profondo
dell'architettura. L’albero è simbolo frequente nelle opere
Makovetz sovente accomunato a simboli floreali (il tulipano della
tradizione turca), animali (il falco), religiosi (la luna ed il
sole) e altri specifici della antropizzazione dell’architettura.
La volontà è di segnalare come l’edificio non sia mai una macchina
ma un organismo architettonico vivo, con un’anima e una forte
significatività che dialoga con gli esseri umani.
Anche nell’Aula magna, una serie di pilastri si ramificano verso
l’alto come alberi stilizzati cadenzando lo sviluppo circolare
mentre sorreggono la struttura della copertura in legno lasciato a
vista. Sul colmo una lanterna centrale, per l’illuminazione
zenitale, conclude la semisfera. Se la copertura è anche in questo
caso ricordo della cupola celeste, guscio che protegge gli spazi
sottostanti, questa lanterna è strumento di emanazione della luce
che simboleggia la psiche destinata a fondersi con il
sovra-naturale rappresentato dalla scena, come segnala la
inebriante sensazione di squilibrio data dal tamburo fortemente
inclinato assieme alla sua cupola, quasi a seguire canoni diversi
dalla geometria euclidea.
"Credo che l'intenzione originale della nostra architettura – ha
scritto Macovecz - sia stata generare un collegamento
architettonico fra il cielo e la terra, un collegamento che
chiarisce ed esprime il movimento e la posizione dell'uomo, per
generare una magia, un invisibile incantesimo. Lo scopo è
neutralizzare l'incantesimo 'subsensibile' della civilizzazione
tecnica usando il potere 'supersensibile' dell'immaginazione".
In questo caso la sacralità si esprime nella ricerca di un
rapporto visibile e vivo, organico, civico e laico tra individui e
comunità che si riconoscono in una cultura; nella conoscenza come
legame tra l’espressione artistica e la terra. Ai piedi del grande
atrio di collegamento, due torri d’angolo concludono l’ampia coda
vetrata. La curva tra i due campanili delimita una piazza tagliata
longitudinalmente da un percorso pedonale ritmato da colonne che
portano statue di eroi nazionali. I critici, spesso ammaliati ma
anche spiazzati dalla bizzarria di queste forme, tendono a
leggervi la volontà di amplificare il verso del passato in maniera
da giustificare - attraverso l’esasperata magniloquenza - una sua
anacronistica riproposizione. In realtà nel disegno di queste
facciate che accanto alle radici storico-culturali-estetiche della
tradizione ungherese (vedi i campanili in legno della pianura
ungherese) inseriscono motivi dall'architettura classicistica e
rinascimentale, non vi è traccia di distacco ironico quanto ricca,
intensa adesione. Perché con Makovecz i paradigmi di riferimento
dell’architettura sono tornati ad essere lo spazio (cioè il luogo
di edificazione con tutte le sue complesse e in conoscibili
connotazioni) ed il tempo (cioè la storia e la memoria di cui gli
uomini sono portatori). Questa cura del fare, l’attenzione per
l’intorno e la preoccupazione per le dinamiche indotte, determina
un evidente atteggiamento ecologico che si sviluppa al di là
dell’abbondante utilizzo del legno, del recupero di manufatti,
elementi, aree. Risiede infatti nel rapporto con la gente, nella
incentivazione delle tradizioni manuali e nella formazione di
maestranze qualificate che re-imparano tecniche sul punto di
perdersi. Sta appunto nell’architettura, che con forza cerca
riconquistare la perduta continuità con la storia e la geografia.
Dopo alcune esperienze professionali negli uffici tecnici
dell’amministrazione statale, nel 1984 fonda lo studio
professionale Magona che in pochi anni diventa un centro di
formazione per le nuove leve dell’architettura ungherese. Dagli
anni ‘90 dirige il «Gruppo Kòs», un’associazione culturale che
organizza dibattiti, convegni, viaggi studio, mostre e pubblica la
rivista «Orszagépito» orientata verso l’architettura organica di
matrice ungherese.
Stephaneum, Auditorium Maximum
Piliscsaba 1995 – 2001
Dopo l’apertura verso l’Ovest, i soldati russi hanno girato le
spalle all’Ungheria lasciandosi dietro consistenti superfici e
caserme vuote. L’area di un gruppo di caserme a Piliscsaba, a nord
di Budapest, è stata scelta per ospitare i corsi e gli studentati
dell’Università Cattolica che, fondata a Budapest nel 1700, era
stata chiusa dopo la 2^ Guerra mondiale ed aveva ripreso le
lezioni solo nel 1989 dopo la caduta del muro di Berlino. A
Budapest è stata collocata la facoltà di Teologia mentre a
Piliscsaba le facoltà di Pedagogia per la formazione degli
insegnanti e la facoltà di Scienze Umane. Lo studio Triskell, del
Gruppo Makona, ha proceduto ad un rilievo dell’edilizia esistente
realizzando poi un masterplan con le nuove funzioni. Irme Makovecz
ha ricevuto l’incarico di progettare l’Auditorio “Stephaneum” e la
Chiesa, non ancora realizzata. L’Auditorio, compredente una grande
Aula magna e una sala conferenze, forma assieme alle costruzioni
circostanti un piccolo aggregato intorno ad una piazza ed alla
statua di Santo Stefano L’edificio è chiuso in alto da due cupole,
una per il palcoscenico e l’altra per le gradinate riservate agli
spettatori. Il palco è risolto in maniera classicistica. Gli assi
verticali di entrambi i cilindri sono inclinati in maniera che le
due cupole si toccano. Il pensiero sotteso, riflesso nell’immagine
e nella percezione spaziale, rimanda alla complessità ma anche
allo sbilanciamento della visione classica della chiesa e della
cultura da lei espressa. Il foyer ed i corridoi si configurano
come il vuoto lasciato da un bosco, con le chiome degli alberi che
disegnano in negativo lo spazio, avvolto dal tetto e dalle braccia
planimetriche. Il complesso è circondato da un porticato con
colonne. Le due torri fanno da contraltare ad altre due torri,
realizzate da latri architetti sul lato opposto. Nel foyer la
scala a sud è inglobata in una gigantesca colonna dorica col suo
capitell. Il gioco di allusioni, forme, masse e proporzioni si
pone come omaggio a Piranesi.




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