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BIOARCHITETTURA
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Numero 48-49 di aprile-luglio 2006
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Il Luogo delle periferie
Fiammetta Mignella Callosa
I soggetti e i luoghi della città
Affrontare il tema delle periferie, della loro identità e della
loro forma, nell’attuale configurazione urbana delle città
contemporanee europee, significa comprendere le dinamiche di
sviluppo e espansione che hanno caratterizzato le città stesse a
partire dall’industrializzazione in poi, e che hanno definito una
nuova forma di urbanità che non è più riconoscibile in un
territorio determinato, ma piuttosto si configura come un
“urbanesimo totale”, in cui però i diversi spazi e luoghi assumono
connotazioni diverse e appaiono spesso gerarchizzati e con diversi
livelli di qualità territoriali e di vita.
L’industrializzazione segna una nuova configurazione urbana che si
traduce in una trasformazione sia fisica che sociale della città,
che diviene il luogo dello sviluppo capitalistico. Ciò fa si che
la città per un lungo periodo di tale sviluppo, potremmo dire fino
agli inizi degli anni ’80 del secolo scorso, si configuri come il
luogo strutturante dell’opposizione tra borghesia e classe operaia
e ad un tempo sia il luogo della diversità sociale.
La diversità si esprime in una eterogeneità di figure sociali
compresenti e attive che si mescolano nei diversi luoghi fino a
quando nella attuale fase di sviluppo della società post fordista,
i processi di strutturazione delle società urbane provocano una
sempre crescente frammentazione sociale e chiusura dei gruppi in
stili di vita diversi e diverse modalità di uso del territorio.
Nelle città scompare gradatamente la mixitè sociale, l’equilibrio
tra i diversi strati sociali si sposta in una unica direzione e si
accentua la segregazione, mentre i territori urbani diventano
prevalentemente il luogo della speculazione immobiliare del
capitale sia pubblico che privato. Le periferie si formano come
luogo di segregazione della popolazione espulsa dagli sventramenti
e dalle ristrutturazioni del centro e come luogo di insediamento
per i grandi flussi migratori che definiscono le nuove metropoli.
Negli ultimi venti anni le città si sono ulteriormente
trasformate, le periferie si sono dilatate, si sono disperse nel
periurbano e sono diventate i luoghi della città in cui
precipitano con maggior intensità le contraddizioni indotte dalla
globalizzazione.
Le città nell’attuale trasformazione sociale, che ha preso l’avvio
dallo sviluppo dei fenomeni di globalizzazione, sono ad un tempo
luogo di differenziazione sociale e di individualizzazione. La
città di oggi appare sempre più il luogo della complessità, nella
quale si riconoscono piani di vita di individui e soggetti sociali
con diverse forme espressive, nella quale i contrasti divengono
differenze e quindi occasioni di scelte e di innovazioni.
La differenziazione fa riferimento ad un processo macro che
attiene non solo all’organizzazione economica e politica, ma anche
al moltiplicarsi dei significati prodotti e scambiati
nell’interazione culturale. L’individualizzazione invece fa
riferimento ad un processo micro di relazioni tra individui che si
riconoscono diversi osservandosi e conoscendosi gli uni rispetto
agli altri in un ambiente culturale e sociale dove sono
continuamente stimolati da eterogeneità e complessità determinate
da nuovi flussi e conoscenze.
I luoghi dove si elaborano continuamente nuove risposte a tali
stimoli e dove quindi si sviluppa la modernità sono le città, che
in tal senso sono i luoghi dell’organizzazione sociale, come
organizzazione della diversità. Le diversità, tuttavia si
traducono in ineguaglianze, che non riguardano soltanto la
distribuzione dei redditi, dei ruoli, del lavoro, delle cariche,
del prestigio, ma riguardano anche il rapporto tra la diffusione e
la distribuzione di alcuni beni e la loro natura, il rapporto tra
la distribuzione dei gruppi sociali, gli individui e le attività
nei diversi luoghi della città e la natura degli stessi luoghi. In
altri termini ciò a cui bisogna prestare attenzione non sono solo
aspetti di razionalizzazione e di funzionamento di servizi
territoriali, ma aspetti relativi alla identità e all’espressione
di essa da parte dei soggetti che abitano e percorrono i luoghi
della città, e dunque alla produzione di significato che ancora è
possibile rintracciare nel vivere urbano.
La cultura differenziata che caratterizza le città è
necessariamente una cultura della tolleranza, che pur non
escludendo tensioni e conflitti, è in grado di esprimere sintesi
che non escludono la diversità e la possibilità che essa si
esprima e si riproduca in una realtà inclusiva. Le città in tal
senso sono i luoghi della “messa in squadra”, come sostiene
Bagnasco, (A. Bagnasco, 2003), cioè di organizzazione sociale
nello spazio. Non è semplice analizzare quanto questo processo di
messa in squadra, o di “recentrage” sia effettivamente
individuabile nell’attuale configurazione della città
contemporanea, che si presenta come una sovrapposizione e
giustapposizione di frammenti che sembrano spesso non avere legami
tra loro, né, a volte, luoghi di interazione. Vale a dire che
spesso la differenziazione sociale è tale da far ritenere che la
compresenza nello spazio non determini una strutturazione di esso,
poiché gli attori non sembrano orientare la loro azione e i loro
comportamenti e le loro strategie ad altri attori locali.Piuttosto
l’interazione sembra avvenire attraverso flussi e formazioni di
reti che appaiono delocalizzate e in grado di connettere gli
attori indipendentemente dalla compresenza, ma proprio in quanto a
distanza tra loro. L’allargamento degli spazi dei flussi modifica
ulteriormente i luoghi e pur tuttavia essi permangono e assumono
un forte significato nel definire il mutamento sociale, poiché le
persone li abitano e dunque essi conservano un significato
nell’esperienza di ciascuno, costituiscono l’ambiente fisico
quotidiano, e per molti versi la connessione tra la casa e il
mondo.
Centro e periferia : integrazione o segregazione spaziale?
L’analisi della configurazione che hanno assunto oggi le periferie
ne mette in discussione la definizione e la relazione che esse
hanno con il centro delle città; ma non è stato così in passato,
quando i ceti popolari sono stati appunto “periferizzati” dalle
opere di sventramento e ristrutturazione, e si sono costituiti i
luoghi di insediamento dei nuovi immigrati provenienti nelle città
dall’agro circostante e dalle regioni più povere per fornire mano
d’opera alle nascenti industrie. Spesso, anche se non
prevalentemente, in alcune città le attività industriali sono
proprio legate allo sviluppo edilizio e urbanistico delle città
stesse e coinvolgono i lavoratori immigrati per le opere di
urbanizzazione e edificazione, e in alcuni casi, come è accaduto a
Roma, ciò facilita per questi lavoratori la possibilità di
dedicarsi anche ad attività di auto costruzione delle proprie
abitazioni, ma ciò per lo più si rende possibile in luoghi lontani
dallo sviluppo consolidato della città, in periferia appunto, dove
per altro verso si situano anche gli interventi di edilizia
pubblica a favore delle classi subalterne che segneranno le
trasformazioni urbane delle città capitalistiche. L’intensificarsi
dei flussi migratori e lo sviluppo dell’economia fordista, alla
quale si collega la nascita del welfare state, stanno alla base di
una trasformazione urbana radicale che vede il sorgere di interi
quartieri, per lo più edificati con finanziamenti pubblici, che
sono destinati ad ospitare la classe operaia e con essa la maggior
parte di tutte quelle figure subalterne, dedite alle molteplici
attività di servizio per la città. Sono questi ultimi soggetti
sociali, tuttavia, che, negli anni più recenti, quando la classe
operaia è andata assottigliandosi, perché le attività industriali
sono state gradatamente decentrate lontane dalle città, e infine
delocalizzate in altre parti del mondo con lo sviluppo dei
processi di globalizzazione, hanno costituito parte significativa
e consistente del nuovo sviluppo urbano e hanno contribuito alle
successive trasformazioni delle città industriali in città
terziarie.
Lo sviluppo dell’edilizia residenziale pubblica, che si
caratterizza quasi ovunque per un modello architettonico omogeneo,
ripetitivo, essenziale e funzionale, che si sviluppa su grandi
comprensori, segna in molte città il tessuto urbanistico delle
periferie con costruzioni intensive di palazzi per abitazioni
spesso modulari, per loro struttura intrinseca privi di identità e
riconoscimento, rivolti prevalentemente a soddisfare un unico
bisogno quello dell’abitazione, ma spesso ben lungi dal soddisfare
l’altro fondamentale bisogno che è quello dell’abitare. Le
periferie, nella attuale fase di mutamento sociale che
caratterizza le città europee, oltre ad essere lontane sono spesso
distaccate dal resto della città e si presentano come corpi
separati e per ciò stesso segregati, poiché raccolgono e
identificano figure sociali spesso marginali economicamente, o
socialmente, o culturalmente, rispetto al resto della città, e
ancora più spesso ricompongono in sé tutte e tre le dimensioni
della marginalità.
In una tale organizzazione dello spazio urbano, il rapporto di
questi luoghi e di questi soggetti con il “centro” consolidato
della città ricco di sedimentazione storica, di manufatti che
costituiscono elementi di rappresentazione simbolica della
comunità e che consentono, questi si, agli abitanti di
identificarsi con i luoghi in cui vivono e abitano, diviene spesso
un rapporto conflittuale e antagonista.
Il centro, del resto è il luogo delle funzioni dirigenziali,
politiche, economiche gestionali, culturali della città. Nel
centro si sviluppa sempre più nel tempo un processo di
gentrification che ne accentuerà la differenziazione con il resto
della città, sia sotto il profilo urbanistico, sia sotto quello
economico sociale, che infine, ancor più, dal punto di vista degli
stili di vita e dei comportamenti delle figure che lo occupano.
La periferia contro il centro, gli abitanti delle periferie che
non riescono ad identificarsi con i propri luoghi di insediamento
abitativo, non si identificano neanche con la città, che non
sentono propria e sono anche disposti a devastare e danneggiare,
così come devastano e danneggiano a volte il proprio quartiere.
Per rendere proprio uno spazio bisogna definirlo, modificarlo
secondo le proprie esigenze e predilezioni, bisogna sentirsene
parte e improntarlo di sé, ma ciò è reso impossibile non solo
dalla qualità stessa dello spazio occupato, ma anche dalle forme
che esso assume e che sono ripetitive, omogenee, indistinte, e non
sono in grado di richiamare immagini, memorie, o sogni. Le persone
che non si riconoscono nel proprio quartiere, non lo amano, non lo
curano, non ne condividono gli spazi comuni, e sono ostili tra
loro, così come sono ostili al resto della città. D’altra parte,
l’impatto che i processi economici, culturali, e sociali globali
hanno prodotto sulle città europee, ne ha trasformato radicalmente
la struttura. E’ cambiata la distribuzione della popolazione sul
territorio urbano, l’organizzazione del lavoro, la distribuzione
dei guadagni, la composizione dei consumi, si sono prodotte nuove
disuguaglianze sociali, ma al contempo si sono altresì modificati
i flussi culturali all’interno della società. Ciò ha comportato
nelle città una trasformazione delle diverse forme di marginalità
che si erano storicamente determinate.
Emerge e si riproduce una nuova polarizzazione tra soggetti forti,
con alte specializzazioni e capacità di produzione di reddito e
soggetti deboli, marginali sul mercato del lavoro o addirittura
esclusi, che si dedicano ad attività residuali, informali,
sottopagate.
La crescita della disoccupazione e della sotto occupazione, che
costituisce il fenomeno più preoccupante dell’Unione Europea,
produce un aumento del disagio urbano e incide sulla complessiva
qualità della vita dei cittadini.
Nelle città si manifesta in modo sempre più visibile una
separazione spaziale tra zone abitate da gruppi sociali diversi.
Cresce l’emarginazione e si allargano i meccanismi di costituzione
e riproduzione di zone degradate, dove si concentra la popolazione
più povera, che è in realtà sempre più numerosa, a ragione delle
trasformazioni economiche strutturali della società capitalistica
occidentale, della flessibilità e precarietà lavorativa, del venir
meno dei meccanismi di welfare, ed è priva di qualsiasi
possibilità di inserimento o reinserimento nella società attuale,
competitiva e sempre meno regolata.
Si amplia e si diffonde la presenza di figure sociali, che a
differenza della classe operaia, che aveva precedentemente
occupato gli spazi della periferia, non hanno una capacità
autonoma di organizzazione, non hanno risorse materiali, ma ancor
meno culturali e psichiche per formulare per sé stesse un progetto
di sviluppo.
La formazione di queste sacche di marginalità finisce col
compromettere le possibilità di vita degli individui, che per
ragioni diverse risiedono in quei territori, di fatto
discriminati, esclusi, separati.
Si sono venute a creare, in altri termini, in alcune aree
periferiche delle grandi città, prevalentemente edificate con
interventi di edilizia residenziale pubblica, delle situazioni
“più difficili”, in particolare per i segmenti più giovani della
popolazione, che privi di sostegno culturale, economico e spesso
familiare, ma soprattutto privi di lavoro, sembrano non avere
possibilità di inclusione nel sistema economico e sociale della
città.
Lo spazio della città appare di nuovo sempre più oggi segnato
dalla segregazione. Si produce nuovamente una organizzazione
spaziale che sembrava si volesse superare con gli interventi di
risanamento e saldatura urbanistica operati, seppure con modalità
non sempre riuscite negli anni ’70.
L’organizzazione dello spazio urbano si presenta, ancor più che in
passato, gerarchizzata in zone a forte omogeneità sociale interna
e a forte disparità sociale tra loro. Il sistema di
stratificazione urbana riflette il sistema di stratificazione
sociale e la distanza sociale ha una espressione forte proprio
nella segregazione spaziale ( F. Mignella Calvosa, 2001).
Anche i borghetti, le baracche, le borgate abusive, che erano
state demolite negli anni precedenti si sono ricostituiti
prevalentemente nelle periferie non ancora risanate, riproducendo
diversità e marginalità.
La corrispondenza tra situazione sociale e insediamento spaziale
può, infatti, rafforzare alcuni aspetti di identità sociale, così
come l’autonomia ideologica di alcuni gruppi portare alla
costituzione o alla riproduzione di alcune sotto culture
ecologicamente delimitate. La segregazione può, altresì, favorire
la costituzione o il consolidamento di comunità, che, da un lato
possono rafforzare ancor di più le distanze sociali e spaziali, ma
dall’altro possono dare a tali distanze un senso dinamico,
trasformando la differenza in contraddizione.
Questi fenomeni si stanno verificando in molte grandi città
europee in modi diffusi e crescenti, o addirittura esplodendo in
conflitti urbani, come nel caso delle banlieues francesi,
accentuando e riproducendo una frammentazione che è sempre più non
solo frammentazione economica e sociale, ma frammentazione dello
spazio, frammentazione culturale e etnica, frammentazione degli
interventi e della conoscenza.
La periferia e il periurbano
In realtà il territorio urbano, come territorio socialmente
costruito, non può che riflettere i rapporti di potere, di
cooperazione o di conflitto che caratterizzano i rapporti sociali.
E, d’altra parte, le configurazioni spaziali hanno un influenza
fondamentale sui comportamenti, poiché esse sono il luogo nel
quale si sviluppa l’interazione sociale. Questa dialettica
socio-spaziale ha in realtà definito le trasformazioni delle città
contemporanee e lo sviluppo delle periferie rappresenta, da una
parte la risposta ad una esigenza di decentramento e
delocalizzazione delle abitazioni e dei processi lavorativi, che
scaturisce dalla configurazione dei rapporti tra capitale e
lavoro, ma dall’altra, il permanere del fattore della rendita
urbana come fattore di potere nelle diverse fasi dello sviluppo
urbano delle società capitalistiche contemporanee. La necessità di
riprodurre e mantenere alti i livelli di rendita urbana induce
delle trasformazioni, da una parte nell’uso e nell’organizzazione
dello spazio della città consolidata, dall’altra nelle modalità di
espansione dello spazio suburbano, che diviene luogo della
ridistribuzione territoriale delle nuove unità produttive, dei
molteplici insediamenti di servizi, sia pubblici che privati,
attorno ai quali si riorganizza la struttura urbana. Accade così
che le antiche periferie, ormai “semicentrali”, siano circondate
da uno sviluppo della metropoli che si espande nel così detto
periurbano, l’area di insediamenti che si estende tra i confini
delle città storiche e il territorio circostante a bassa densità,
che non ha più certo le caratteristiche della campagna, ma che
costituisce una area indistinta definita con termini diversi quali
hinterland, banlieu, area metropolitana (G. Martinotti, 1999).
Termini che fanno riferimento a un concetto residuale di un luogo
che diviene appunto un “non luogo”, (M. Augè, 1993). E, d’altra
parte, la forma di questi “non luoghi” si presenta non molto
dissimile dal “deserto” delle vecchie periferie, senza identità e
capacità di rappresentazione simbolica della popolazione che le
abita.
E’ un fatto che nei paesi dell’Europa occidentale circa la metà
della popolazione vive nel periurbano e il problema del rapporto
tra centro e periferia è come risolto nel rapporto abitazione e
mobilità, in spazi che non possono definirsi luoghi urbani, perché
sono indistinti, omologati gli uni agli altri, risolti nelle
funzioni abitative e di consumo, nei quali l’unico spazio di
incontro e di aggregazione è costituito dal centro commerciale cui
si accede attraverso tangenziali e freeway e che non si aprono con
alcuna continuità rispetto alla città circostante, e si presentano
quasi estranei ad essa.
La città che sta emergendo da tale trasformazione è una città
frantumata, che può essere difficilmente compresa se non si
comincia a ragionare sulle strategie di gestione del tempo e dello
spazio che la popolazione che la abita è indotto ad adottare.
Infatti, se il periurbano della città contemporanea risulta per
certi versi estraneo alla città stessa, come lo erano le periferie
delle città industriali, esso ha accentuato e esasperato il tema
della mobilità, che diviene sempre più una mobilità individuale.
Il “cittadino metropolitano”, o meglio periurbano, vive in auto e
attraverso il percorrere continuo di tangenziali, strade di
scorrimento e uso di parcheggi, risolve la vita quotidiana, non
avendo più a disposizione spazi per le relazioni sociali e luoghi
per lo sviluppo dell’identità comunitaria.
La mobilità, che scaturisce dallo sviluppo del periurbano,
costituisce, inoltre, uno dei problemi fondamentali della città
contemporanea, poiché rappresenta il maggior fattore di consumo
energetico, di produzione di inquinamento e addirittura di
mortalità.
Certo, se nel periurbano assume una nuova configurazione sociale
il cittadino metropolitano e emergono nuovi elementi di
trasformazione sociale, economica e anche politica, è pur vero,
che è proprio in queste aree esterne alla città consolidata che si
riproducono le più vaste aree di marginalità sociale.
La marginalità, che si concentra in determinati territori esterni
e periferici, quali le banlieues appunto, si traduce in
sovrapposizione di precarietà, situazioni di segregazione sociale,
isolamento spaziale fa emergere nuovi conflitti urbani, che
testimoniano senso di privazione, perdita di valore, e
declassamento sociale.
Il modello di sviluppo locale delle periferie che aveva attratto
negli anni sessanta e settanta nelle case popolari anche alcune
frange dei ceti medi, si indebolisce negli anni successivi per la
crisi della classe operaia e lo sviluppo dell’accesso alla
proprietà abitativa per la parte più stabile e garantita delle
stesse figure intermedie, che abbandonano quando possono la parte
più degradata e stigmatizzata di quegli stessi quartieri, che sono
investiti da una successione di popolazione sempre più marginale,
precaria, spesso di origine straniera.
I problemi di esclusione e di degrado abitativo diventano sempre
più visibili, interi quartieri sono riconoscibili per il
disfacimento delle strutture e per il disagio della popolazione
che vi risiede definendo degli spazi di vita, che, per i giovani
in particolare, non sembra suscettibile di riqualificazione se non
attraverso interventi radicali che contemplano anche la
prospettiva della demolizione. Ciò può far ritenere che la
politica di intervento urbano possa svilupparsi prevalentemente in
termini di riqualificazione edilizia e territoriale piuttosto che
in termini di azione sociale sulle persone o ancora in termini di
prevenzione e repressione della conflittualità e della devianza.
In realtà è solo attraverso interventi coerenti e congiunti che
investono tutti e tre gli ambiti considerati che è possibile
immaginare uno scenario sociale di maggior integrazione, che passi
attraverso una riqualificazione urbanistica, ma si fondi
sull’attivazione di percorsi di mobilità sociale e lavorativa e di
costituzione di una identità condivisa.
La trasformazione dei processi insediativi e la nuova urbanità
Così come la città industriale, anche la città post-fordista, per
effetto di caratteri strutturali presenti nella fase attuale dello
sviluppo capitalistico, è una città caratterizzata da un dualismo
spaziale e sociale.(Castells, 2003). Ciò non vuol dire che la
città tenda a organizzarsi in due spazi sociali internamente
omogenei e tra loro contrapposti, ma piuttosto, che la natura dei
processi di strutturazione urbana provoca frammentazione sociale e
autoreferanzialità. All’interno della città sembrano erigersi
delle barriere sociali e spaziali sempre più visibili e sembrano
“esplodere le differenze” (A. Mela, 2006).
La differenziazione e la disuguaglianza spaziale e sociale, che da
sempre costituiscono i caratteri peculiari dell’urbanità,
assurgono a questione centrale della cultura urbana contemporanea.
Nuove differenze economiche, etniche, di genere, culturali
definiscono nuovi squilibri cui si accompagna una percezione forte
della disuguaglianza, che produce una moltiplicazione,
articolazione e intensificazione di movimenti conflittuali che
possono essere portatori non solo di rivendicazioni del diritto
all’eguaglianza, ma anche spesso dell’affermazione del valore
intrinseco della differenza e di una critica globale nei confronti
del modello di sviluppo della società urbana contemporanea.
La città torna ad essere allora il luogo in cui si produce e si
esaspera il conflitto non più e non solo tra capitale e lavoro, ma
tra identità e culture diverse, ma è al contempo il luogo in cui
si producono le risorse umane e cognitive per una soluzione
positiva del conflitto in un quadro di partecipazione e
contrattazione.
Entrano in gioco, allora, per definire tali processi altri
elementi fondamentali della definizione della vita urbana, che
sono riconducibili alla dimensione simbolica dell’urbanità e
all’identità sociale che essa produce.
Infatti, la dimensione simbolica della città è fortemente connessa
alla vita sociale e alla vita quotidiana degli abitanti. La
rappresentazione simbolica dell’identità dei soggetti individuali
e collettivi trova continuamente nella città modi di manifestarsi
attraverso l’interazione che i soggetti stessi hanno con i luoghi
e con gli elementi che li definiscono.
I simboli urbani consentono la differenziazione dei luoghi e dei
cittadini poiché entrano a far parte dell’immagine dello spazio
sociale, che si trasferisce appunto dal luogo a coloro che li
abitano e ciò si produce non solo per l’identità urbana
complessiva, ma ancor più oggi per parti di essa, un quartiere,
una strada, un complesso architettonico. Risiedere in una strada,
in un quartiere, in una città significa in realtà definire per gli
altri lo spazio della propria ambientazione quotidiana, che spesso
nella percezione di coloro con i quali entriamo in relazione si
accompagna a modelli di vita e di comportamento che ci
identificano ancor più, in alcuni casi, della nostra attività
professionale o della nostra identità culturale.
L’identificazione opera definendo un aurea di appartenenza sociale
ed economica che è riconducibile all’immagine storicamente
determinata che quel luogo ha prodotto nel tempo nella percezione
collettiva, ma l’identificazione può tradursi, altresì, in una
stigmatizzazione territoriale che necessita di forti azioni
positive per essere superata e non riflessa automaticamente nella
rappresentazione che ciascuno ha dell’altro negli scambi e nelle
relazioni urbane.
L’identificazione simbolica degli abitanti con il luogo di
residenza definisce l’appartenenza territoriale, ma perché ciò si
produca è necessaria l’interiorizzazione dei simboli che
rappresentano il luogo stesso. Questi simboli devono aiutare
dunque a dotare di senso la propria esperienza di vita. Ma i
simboli urbani sono continuamente rielaborati e riprodotti in un
rapporto bidirezionale che va dai luoghi agli abitanti e
viceversa.
Questo rapporto si produce tanto più facilmente quanto più la
forma architettonica e urbanistica della città e dei luoghi di
essa, riflette il percorso di elaborazione e rielaborazione dei
simboli stessi che gli abitanti hanno sviluppato nel tempo. Vale a
dire, quanto più la costruzione sociale del simbolismo urbano è
riuscita a produrre una stratificazione di significati peculiari
condivisi, tanto più l’identificazione con il luogo produce senso
di appartenenza e identità.
Ma i simboli che hanno prodotto l’appartenenza ai luoghi urbani
del cittadino della città occidentale non sono più riconducibili
alla piazza dove si collocava il mercato, la chiesa, il municipio,
la fontana e il monumento equestre, poiché le modalità di uso
degli spazi urbani sono diverse, così come sono diverse le
funzioni della vita quotidiana degli abitanti. Come amava dire
Quaroni, la piazza era anche il luogo dove si erigeva il capestro
che assumeva anch’esso una funzione simbolica di rappresentazione
sociale: si pensi a Place de la Concorde a Parigi o a piazza del
Popolo a Roma.
Gli eventi salienti sono altri e non si producono più in piazza,
dove dunque non può più riprodursi una identità urbana che attinge
da quegli eventi e da quei luoghi la possibilità di rappresentarsi
e riconoscersi.
Ma ciò nonostante i luoghi permangono come spazi di interazione e
assumono via via forme diverse e non solo funzionali. Se, come si
è detto, i grandi interessi economici orientano l’uso funzionale
del suolo a seconda delle possibilità di rendita o profitto che
muta nel tempo, un uso trans funzionale dei luoghi e di
interazione allargata è possibile negli spazi che restano
pubblici. Ma sono proprio gli spazi pubblici, che sembrano oggi
subire le maggiori restrizioni, sia per ragioni di sicurezza che
di mercato, e dunque appaiono ridotti e limitati, mentre tende a
ridursi un interazione in compresenza e situata nei termini di
conoscenza, cooperazione, scambio culturale, a vantaggio di una
interazione a distanza che sviluppa una società di reti e di
flussi.
Quali siano le conseguenze di questi mutamenti sulla forma e
sull’immagine della città e sui percorsi di integrazione e
segregazione che la attraversano non è facile prevedere.
E’ pur vero che gli spazi urbani restano quelli nei quali continua
ad esprimersi una esigenza di socialità e che il progetto e
l’organizzazione dello spazio possono favorire o limitare tale
attesa di interazione e scambio sociale.
Il processo di identificazione affettiva con i luoghi in cui si
risiede è una precondizione allo sviluppo del senso di
appartenenza ad una comunità spazialmente definita e non sembra
attenuarsi con lo sviluppo dei processi di globalizzazione. Al
contrario, proprio i soggetti che ne sono maggiormente investiti e
che appaiono più mobili tendono a definire una appartenenza
originaria che consenta un radicamento territoriale simbolicamente
definito.
Gli spazi pubblici della compresenza e dell’interazione faccia a
faccia sono sempre più desiderati e frequentati e le grandi
manifestazioni culturali, sportive, ludiche, politiche raccolgono
in centro come in periferia migliaia di persone che desiderano
“esserci”.
E’, dunque, lo spazio pubblico della compresenza quello che
costituisce anche nella città contemporanea, sia in centro che in
periferia, il luogo privilegiato dei processi di individuazione e
differenziazione sociale, ed è lo spazio pubblico, oltre a quello
residenziale privato, sul quale bisogna riflettere, sia dal punto
di vista urbanistico che sociologico, se si vogliono comprendere
le enormi trasformazioni in atto e si vuole operare affinché le
città siano ancora i luoghi in cui si esprimono sintesi tra le
diversità e si esprima e riproduca una realtà inclusiva.





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